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Famiglia

Aumentano i bambini vittime di maltrattamento: +15%

7 Aprile Apr 2021 1905 07 aprile 2021
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Terre des Hommes e Cismai presentano i dati della seconda Indagine Nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia. Dal report su 196 Comuni selezionati dall'Istat, emerge che 9 minori su mille sono in carico ai servizi sociali per maltrattamento. Federica Giannotta: «C’è la necessità di rendere più equo e sicuro l’accesso ai servizi in tutti i territori, con la capacità di un intervento omogeneo, repentino, efficace e che quindi duri meno»

Più di 77mila minori vittime di maltrattamento in Italia (77.493 per l’esattezza), pari a 9 bambini su mille residenti. La forma di maltrattamento principale è rappresentata dalla patologia delle cure (voce che include incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei minorenni in carico ai Servizi Sociali in quanto vittime di maltrattamento, seguita dalla violenza assistita (32,4%). Il 14,1% dei minorenni è invece vittima di maltrattamento psicologico, mentre il maltrattamento fisi­co si registra nel 9,6% dei casi e l’abuso sessuale nel 3,5%. I minori in carico ai servizi sociali, in generale, sono 401.766 pari a 4,5 minori ogni cento residenti. Sono i dati della seconda Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia realizzata da Terre des Hommes e CISMAI - Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia per l’Autorità Garante dell’Infanzia e Adolescenza. L’indagine, avviata nel mese di luglio 2019 e conclusa a maggio 2020, si rife­risce ai casi in carico ai Servizi Sociali al 31 dicembre 2018 e scatta la fotografia della situazione italiana cinque anni dopo la survey realizzata nel 2015 sui dati del 2013, che fu la prima indagine sul tema ad adottare in Italia una metodologia riconosciuta a livello internazionale. L'indagine completa è allegata in fondo all'articolo.

La survey che è stata presentata oggi prosegue quel lavoro, confermando la necessità di implementare anche in Italia una raccolta dati sistematica rispetto alla quantificazione del fenomeno della violenza ai danni dei bambini e un suo monitoraggio. L’Indagine è stata svolta su 196 Comuni, selezionati da Istat e quindi rappresentativi del Paese, con una popolazione di 2,1 milioni di minorenni, circa un quarto della popolazione minorile italiana: 117 Comuni su 196 avevano già partecipato alla rilevazione del 2015 (dati 2013), così che su questa porzione del campione è stato possibile effettuare un vero e proprio monitoraggio, primo e unico caso ad oggi per l’Italia. Da qui emerge un trend di aumento del fenomeno: i bambini in carico ai servizi sociali crescono del 3,6% mentre quelli in carico perché maltrattati aumentano del 14,8%.

Se ad essere seguiti dai Servizi Sociali, in generale, sono più i maschi, bambine e ragazze sono invece più frequentemente in carico per maltrattamento (sono 201 su 1000, rispetto a 186 maschi). Anche gli stranieri lo sono di più rispetto agli italiani: ogni 1000 bambini italiani, 7 sono vittime di maltrattamento mentre ogni 1000 bambini stranieri, 23 sono vittime di maltrattamento: la percentuale di minori stranieri vittime di maltrattamento è quindi tre volte maggiore rispetto a quella dei minorenni italiani. L’indagine ci dice inoltre che i bambini vittime di maltrattamento multiplo sono il 40,7%; che nel 91,4% dei casi il maltrattante afferisce per lo più alla sfera familiare (genitori, parenti stretti, amici dei genitori, ecc.); che la segnalazione del maltrattamento è fatta soprattutto dall’autorità giudiziaria (42,6%) seguita dalla famiglia allargata, con un ruolo importante nell’intercettazione del fenomeno svolto dagli ambienti in cui i minorenni sono soliti trascorrere del tempo extra scolastico a vario titolo (ricreativo, sportivo, cultura­le), mentre ospedali (4,2%) e pediatri (1,4%) stanno all’ultimo posto.

Numeri importanti, di cui Federica Giannotta, responsabile Advocacy e Programmi Italia di Fondazione Terre des Hommes, illustra il significato profondo.

Quali sottolineature è bene fare, fra i molti dati che avete raccolto?
Prima di tutto occorre fare una premessa metodologica: rispetto al campione di 250 comuni, per ragioni tecniche imposte dal Garante della Privacy, non è stato possibile utilizzare i dati di 26 Comuni che non avevano dimensioni sufficienti (meno di mille abitanti, meno di 50 minori in carico ai servizi, quelli che nelle risposte davano meno di tre minori in carico. Altri Comuni erano in difficoltà a rispondere, nel momento di pandemia. Il campione di 196 Comuni, tutti pesati da Istat è tuttavia rappresentativo del Paese al netto del fatto che Venezia, Roma e Napoli che non hanno potuto partecipare non possono essere sostituire per caratteristiche… Questo per dire chi sono i nostri Comuni. In carico i servizi sociali hanno 401.766 minori, cioè 4,5 minori ogni cento residenti. Sui minori in carico ai servizi, 19,3 su cento lo sono perché maltrattati (77.493 minori). Più nel dettaglio, i dati evidenziano una differenza significativa fra le varie aree geografiche del nostro Paese in quanto i minorenni in carico ai Servizi Sociali al Nord sono il doppio di quelli seguiti dai Servizi del Sud: 58 su 1.000 al Nord contro i 29 su 1.000 del Sud, mentre il Centro si attesta su 40 minoren­ni su 1.000. Emerge cioè un progressivo decremento della presa in carico da parte dei Ser­vizi scendendo da Nord verso Sud, un dato che è inversamente proporzionale rispetto ai livelli di benessere socio-economico. Questo aspetto potrebbe essere legato a una maggiore difficoltà da parte dei Servizi Sociali a intercettare i bisogni dei minorenni e a prenderli in carico, difficol­tà connesse a una organizzazione meno capillare e meno strutturata dei Servizi stessi.

Che altro?
Un secondo punto di attenzione è sull’età: hanno accesso ai servizi di protezione prevalentemente bambini e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 17 anni (54 su mille) mentre i bambini nella fascia fra gli 0 e i 5 anni sono la metà, 27 su mille: questo testimonia la difficoltà di intercettazione delle fragi­lità nelle fasce di età dei più piccoli e il tardivo intervento dei Servizi. Si interviene cioè quando la situazione è grave e cronicizzata e non a caso le segnalazioni arrivano soprattutto dall’Autorità Giudiziaria (42,6%), con relativo provvedimento. Va di pari passo con ciò il fatto che gli interventi di presa in carico da parte dei servizi sono di lunga durata, per il 65,6% dei minori il supporto dura più di 2 anni: questo perché la durata della presa in carico è strettamente correlata al danno subito dalla vittima e dal livello di compromissione della sua situazione. Questo dato ci interroga sulle azioni di prevenzione messe in atto: sembrerebbe infatti esserci uno scarso sviluppo di servizi per la preven­zione precoce del maltrattamento. Se la rilevazione dei bisogni e l’attivazione degli interventi si attestasse prevalentemente nella fascia d’età più precoce, non si ridur­rebbe i tempi di presa in carico, i costi, il danno a bambini e famiglie?

Quindi non è corretto confrontare i 77mila minori maltrattati di cui parliamo oggi con i 91mila della scorsa rilevazione?
No, la comparazione si può fare solo sui 117 Comuni che hanno partecipato a entrambe le indagini. È questo nucleo il primo esempio di monitoraggio del fenomeno in Italia. Vediamo che in quei Comuni i minori in carico ai servizi salgono da 95.385 del 2013 a 98.786 del 2018, con una crescita del 3,6% mentre quelli in carico per maltrattamento aumentano quasi del 15% passando da 13.723 a 15.751. I minorenni in carico salgono quindi da 58 a 61 su mille minori residenti, mentre quelli vittime di violenza salgono da 8 a 10 su mille minori residenti. Quel nucleo non è “l’Italia” ma abbiamo voluto comunque dedicare un capitolo al confronto perché per la prima volta si può fare una riflessione sui trend e lì vediamo un aumento di tutte le forme di maltrattamento, tranne le patologie delle cure che cala. In particolare la violenza assistita schizza dal 20% a quasi il 40%. Il maltrattamento fisico sale dall’8,6 all’11,9% e l’abuso sessuale dal 4,6 al 4,8%. La lettura è duplice: l’aumento c’è, ma è anche vero che la famiglia allargata e la comunità educante dopo tante campagne rispetto alla violenza assistita è più sensibile e si sta più attivando, la donna è meno sola, probabilmente c’è una maggiore emersione del fenomeno.

Nel complesso che lettura possiamo fare di questi dati?
La lettura abbastanza netta che emerge è, come detto prima, la differenziazione nella capacità dei servizi di rispondere al fenomeno e il dato di fatto che in generale si interviene tardi, quando la situazione è cronicizzata. Se si intervenisse prima, sulla fascia tra 0 e 5 anni, l’intervento sarebbe più corto nel tempo, meno dispendioso e con un impatto maggiore sul benessere del nucleo. A livello generale, c’è la necessità di rendere più equo e sicuro l’accesso ai servizi, per i minori, in tutti i territori, con la capacità di un intervento omogeneo, repentino, efficace e che quindi duri meno. Questo implica saper riconoscere il fenomeno quando sta insorgendo, con tutte le antenne che possono avere questo ruolo formate, ciascuno per propria competenza, a intervenire. Serve più attenzione da parte delle varie agenzie, non solo dall’autorità giudiziaria: dai pediatri e dagli ospedali arrivano ancora poche segnalazioni.

Dal punto di vista istituzionale?
Dal punto di vista istituzionale occorre rendere possibile questa presa in carico prococe: investire su programmi di prevenzione, costruire strumenti di pronto riconoscimento del fenomeno e pronta reazione per una presa in carico funzionale. Per fare tutto ciò il fenomeno della violenza sui minori tu lo devi conoscere e tenere monitorato, ecco perché insistiamo tanto sulla raccolta dei dati: non è fine a se stessa. Dal dato e dal monitoraggio nasce un Piano per la prevenzione e il contrasto, domani ci sarà la riunione dell’Osservatorio Infanzia, come Fondazione abbiamo dato suggerimenti frutto del lavoro sul campo che speriamo che vengano portati a sistema. Anche per la raccolta dei dati, senza inventarsi nulla, esiste presso l’Inps il casellario dell’assistenza alimentato dai Comuni anche per quanto riguarda le valutazioni multi­dimensionali dei minorenni (sistema informativo SINBA): con poche modifiche, si tratta proprio di alcune parole, si potrebbe raccogliere utile da tutti i Comuni. Sono state fatte diverse riunioni con l’INPS, a questo punto si tratta di una decisione politica del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, confidiamo che non manca molto perché la situazione si possa sbloccare.

Quali raccomandazioni fate quindi?
L’istituzione di un sistema nazionale di raccolta dati fondato su una me­todologia scientificamente valida e riconosciuta e rispondente ai principi di sorveglianza epidemiologica condivisi a livello internazionale. Questa indagine ha dimostrato ancora una volta che si può fare. Raccolta dati e monitoraggio. Un secondo punto è la necessità di un coordinamento interistituzionale delle politiche di contrasto e prevenzione della violenza, fra ministeri ma anche con le regioni. Un Piano nazionale di prevenzione e contrasto alla violenza sui minori, con una copertura finanziaria e un monitoraggio. La redazione di linee guida per la pre­venzione, la protezione e la presa in carico dei bambini dai maltrattamenti nonché su come si intercetta precocemente il maltrattamento.

Andiamo su un altro livello, dai dati all’esperienza sul campo: in questo anno di pandemia, l’impressione qual è?
Con Timmi, stiamo vedendo come il lockdown ha portato alla rottura di situazioni familiari borderline, con l’aumento di situazioni acute di violenza. Ma oltre al maltrattamento registriamo in particolare una grande fragilità nella preadolescenza e nell’adolescenza, con forme di autolesionismo e abuso di droghe.

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