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I dati Eurostat e Ocse sull'Italia che ci obbligano a cambiare

16 Aprile Apr 2021 1421 16 aprile 2021

A due settimane dalla scadenza per la consegna del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alle autorità di Bruxelles, per procedere alla fase di analisi e approvazione finale prima dell’attivazione di quella che è stata definita l’opportunità della vita per l’Italia, fanno riflettere e molto i dati resi noti da Eurostat e OCSE sul nostro paese. Giovani, occupazione femminile, produttività. Ecco come intervenire

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A due settimane dalla scadenza per la consegna del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alle autorità di Bruxelles, per procedere alla fase di analisi e approvazione finale prima dell’attivazione di quella che è stata definita l’opportunità della vita per l’Italia, fanno riflettere e molto i dati resi noti da Eurostat e OCSE sul nostro paese. Giovani, occupazione femminile, produttività. Ecco come intervenire

A due settimane dalla scadenza per la consegna del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza alle autorità di Bruxelles, per procedere alla fase di analisi e approvazione finale prima dell’attivazione di quella che è stata definita l’opportunità della vita per l’Italia, fanno riflettere e molto i dati resi noti da Eurostat e OCSE sul nostro paese.

Il primo riguarda la gravità in tema di occupazione femminile: in Italia una donna su due non lavora, solo la Grecia sta peggio dell’Italia, mentre la Germania è ad un tasso di occupazione del 73% e la media UE è del 68%. Un dato reso ancora più drammatico dalla cifra del 25% delle ragazze con meno di trent’anni che non lavora, non studia e non cerca una occupazione. Sono 8,6 milioni in tutta in Europa in questa condizione, un terzo di queste in Italia. La pandemia ha ovviamente fortemente aggravato la situazione, perché una gran parte della perdita dei posti di lavoro è stata nei servizi, nell’assistenza, nella sanità e nei lavori meno remunerati, dove è fortemente maggioritaria l’occupazione femminile. Senza poi considerare la divaricazione di genere in termine di salari: Italia è al 76mo posto su 153 del mondo e ci vorranno dunque almeno 140 anni per colmare tale divario. Inaccettabile e qui sta una delle ragioni provate del nostro declino. Impressionano anche il dato sui giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in percorsi di formazione con la pandemia in Italia sono aumentatati passando dal 22,1% del 2019 al 23,3% nel 2020. Lo si legge nelle statistiche Eurostat appena aggiornate secondo il quale il dato è il peggiore in Europa con quasi 10 punti oltre la media dell'Ue a 27 (13,7%). Si tratta di 2,1 milioni di giovani.

Alla crudezza dei dati di Eurostat, fanno da contraltare quelli del Panorama economico sull’Italia, reso pubblico dall’OCSE in questi giorni. Italy Economic Snapshot - OECD, con specifiche raccomandazioni per il PNRR italiano.

Ne citiamo alcuni. La produttività del paese è del 17% inferiore alla media OCSE, il reddito pro-capite inferiore del 26% dei paesi OCSE più performanti, il tasso di occupazione cresceva molto lentamente prima della crisi pandemica, ma è inferiore di 10 punti rispetto alla media OCSE, la mediana del coefficiente GINI sulle ineguaglianze è largamente superiore a quella dei paesi OCSE più avanzati. E l’OCSE ci richiama alla crescita delle note diseguaglianze, dentro le storiche sfide del nostro paese: disparità regionali, tra le generazioni, i generi e di produttività, associate ad un elevato livello di debito pubblico. Tutte aggravate dalla crisi del COVID19.

Per completare il quadro, sebbene i dati sulle aspettative di crescita siano confortanti, 4,3% nel 2021 e 3,2% nel 2022, vi sono tuttavia due altre considerazioni che vanno tenute presenti. Il primo è che i driver delle transizioni su cui punta con decisione il NGEU – green e digitale – vedono attualmente nel nostro paese e non solo una fortissima prevalenza dell’impiego maschile e dunque bisogna ancor più raddoppiare gli sforzi per evitare che il gap con l’occupazione femminile si aggravi.

La seconda deriva dalla comparazione della aggregazione dei dati della crescita dalla crisi del 2008 ad oggi, per rilevare che la situazione post pandemica sta già accelerando una ulteriore e grave divergenza tra i paesi ricchi e nell’UE, a tutto detrimento dell’Italia. Dal 2008 ad oggi, la Germania è cresciuta del 12%, gli USA del 23%, la Francia del 7,7%, la Spagna dello 0,2% …. mentre per l’Italia vi è stata una contrazione dell’ 8.8%.

Confidiamo tutti che il PNRR italiano e gli enormi investimenti che l’Europa ci mette a disposizione diventino la vera chance che abbiamo per affrontare alla radice la più che ventennale crisi del paese, ma ben sapendo che oltre alla profonde riforme di cui abbiamo bisogno, sono necessari decisivi cambi di mentalità, di passo e di azione in ogni campo. Perché se si perde di vista la portata della sfida e il quadro, siamo già perdenti prima ancora di partire. In particolare, anche sulla scorta di quanto indica l’OCSE, ai capitoli strategici delle riforme necessarie (pubblica amministrazione, fisco e giustizia) e degli investimenti strategici nei driver del futuro (transizioni energetica e digitale), bisogna avere chiaro che almeno tre punti sono irrinunciabili per invertire la rotta:

  • Recuperare il pesantissimo gap in termini di formazione, upskilling, formazione STEM e nel corso del ciclo di vita, che ci vedono oggi ad un livello pari alla metà della media OCSE, con investimenti consistenti e adeguati, soprattutto nella formazione tecnica e professionale e in politiche attive del lavoro realmente fuori da bonus e misure assistenziali. Redistribuire è certo importante in tempi di crisi, ma qui diventa prioritario generare.
  • Aggredire frontalmente il nodo dell’occupazione femminile, con investimenti seri e significativi nel welfare di prossimità, servizi per l’infanzia, anziani e disabili e in genere sostegno alle famiglie, ma anche con politiche robuste che favoriscano l’imprenditorialità delle donne;
  • Aggredire le le ineguaglianze sociali e territoriali con una profonda svolta nelle politiche di welfare, nell’accesso al diritto alla salute, ma anche nella cura del territorio, nel ripensamento degli equilibri tra realtà urbane e aree rurali e periferiche, con la capacità di valorizzare in modo nuovo quegli straordinari asset che ha il nostro paese, in tema di paesaggio, patrimonio, sport, turismo.

A fianco del ruolo centrale degli investimenti pubblici e della attivazione dei grandi driver di trasformazione tecnologica e dei connessi finanziamenti privati che si possono mobilitare, vi è unque uno spazio senza precedenti per quella parte vitale del paese che sono le autonomie locali e l’articolato mondo delle imprese sociali e del terzo settore.

È bene rivendicare riconoscimenti e ruoli nell’ambito del PNRR e nei confronti del governo, ma è anche bene investirsi ed essere generativi, perché non mancano per nulla gli spazi e le opportunità per farlo, ma bisogna prendere il largo, senza indugi.

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