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Educazione

Piano Scuola Estate. Una lettura di prospettiva

14 Maggio Mag 2021 1213 14 maggio 2021
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È solo un piano emergenziale o è l’avvio di un nuovo modo di concepire la scuola e il suo servizio alla società? È ponte verso un anno uguale agli altri o è una testa di ponte verso territori inesplorati? Sono queste le domande di partenza per la riflessione di Aluisi Tosolini, dirigente scolastico

In questo periodo si sta molto discutendo del Piano Scuola Estate 2021. Intendo qui soffermarmi su una questione di fondo e che ha a che fare con la collocazione o meno del Piano Estate entro una diversa visione di scuola e quindi su un percorso possibile di trasformazione del sistema di istruzione e formazione della nostra società.
Una premessa: da anni molti dirigenti scolastici, assieme a molte realtà presenti sui territori stanno lavorando per far uscire la scuola da una concezione fordista e tayloristica operando in particolare su due assi: l’asse del tempo e l’asse dello spazio. L’idea che sta sotto il Piano Scuola Estate 2021 scardina esattamente questi due assi: la scuola non è più legata ad un calendario e ad un orario rigido e può aprirsi alla società e all’ambiente letti come spazi di apprendimento (che è poi l’idea di fondo dei patti educativi di comunità). Ho più volte riassunto questa prospettiva con la definizione di scuola come intellettuale sociale.
Allora la domanda è questa: il piano estate è solo un piano emergenziale o è l’avvio di un nuovo modo di concepire la scuola e il suo servizio alla società? È ponte verso un anno uguale agli altri o è una testa di ponte verso territori inesplorati? Se si tratta dell’avvio di un diverso modo di concepire la scuola occorre allora riflettere sui cambiamenti necessari per dare fiato e spazio ad un diverso modo di essere (e non solo di far) scuola.

L’asse del tempo

Covid-19 ha radicalmente mutato la concezione del tempo nelle attività umane, nella vita sociale, e anche nella scuola. La Didattica digitale integrata ha messo in crisi l’idea stessa di orario scolastico, ha obbligato a fare i conti con concetti quali lezioni sincrone e attività asincrone, palinsesto, attività a progetto… L’idea di Piano Estate reinterroga il concetto di calendario scolastico. Ma le possibili attività “estive” sono scuola oppure no? La mia risposta è sì: sono scuola.

Esistono ovviamente differenze estremamente istruttive. La prima sta nel fatto che si tratta di attività cui gli studenti aderiscono volontariamente. E qui pongo il paradosso: perché anche le attività scolastiche classiche, quelle che si fanno dal 15 settembre al 5 giugno, non potrebbero avere la stessa logica? Ovvero essere occasioni di apprendimento cui gli studenti - almeno quelli delle superiori - partecipano in modo più libero, con tempi ed in spazi personalizzati - in presenza/distanza – mettendo così in crisi l’irreggimentazione di intere classi d’età e generazioni secondo le logiche ben descritte dal sorvegliare e punire di Michel Focault? Certo: una scuola a cui “si va” quando lo si ritiene utile o necessario può risultare decisamente eccessivo. Eppure, forse, non lo è se, a partire da un patto educativo personalizzato con task precisi per ogni studente, fossimo capaci di costruire una precisa profilatura del percorso di apprendimento per ogni studente. La seconda è che queste attività avranno tempi decisamente diversi dai tipici orari scolastici. Tempi che obbediranno alle logiche delle esperienze proposte e che certo non ipotizzeranno (spero!) attività dalle 8 alle 16 per 5 giorni alla settimana.
La domanda radicale sottesa è dunque la seguente: è pensabile una scuola sempre aperta? Che non chiude mai? Che è sempre attiva nel suo proporre attività e percorsi di apprendimento? E che cosa implica ciò dal punto di vista della sua riorganizzazione?

L’asse spazio

Le attività del Piano Estate dovrebbero privilegiare ambienti di apprendimento decisamente diversi rispetto alle aule (climaticamente bollenti) delle scuole: spazi aperti, luoghi naturali, luoghi d’arte, lo spazio urbano, lo spazio digitale, il verde e il blu. E poi certo anche laboratori, atelier, spazi interni delle scuole. Spazi che non dovrebbero però obbedire alla logica delle aule disposte per le tipiche lezioni frontali. E anche in questo caso vale la domanda di fondo: non è che la scuola dovrebbe essere sempre o prevalentemente così? E se la risposta è si: che conseguenze ha questa riflessione sugli spazi deputati all’apprendimento?

La didattica

Mutando gli assi spazio/tempo muta anche la didattica. E’, questa, l’idea di fondo del movimento Avanguardie educative e le indicazioni presenti nella nota del Capo Dipartimento vanno esattamente in questa direzione: modalità didattiche laboratoriali, peer to peer, blendend, one to one, cooperative. Ma perché queste modalità dovrebbero essere catalogate come estive e non invece come la normalità quotidiana del fare scuola? Se così non fosse significa ammettere che la scuola vera, quella che si fa dalle 8.00 alle 13.00 durante l’anno scolastico (quello vero, da metà settembre a inizio giugno) è fatta di lezioni frontali. Tutto il resto è per le altre occasioni: per i pomeriggi di ampliamento dell’offerta formativa e quindi anche il mega ampliamente estivo. Scuola di serie B vs scuola di serie A. Eppure, proprio questi due anni scolastici ci hanno mostrato che la scuola è capace di ripensarsi, rinnovarsi, cambiare, mettere in campo modalità inedite nei percorsi di apprendimento. Perché dovremmo smettere adesso che abbiamo iniziato?

I soggetti

Non credo saranno i docenti a realizzare il Piano Estate, stremati da due anni scolastici devastanti. Ma se è comprensibilissimo che per questa estate siano altri i soggetti che realizzano le attività che le scuole proporranno ed organizzeranno, non possiamo certo tacere sul fatto che la scuola, come luogo di costruzione della cultura, non può pensare di continuare a svolgere il proprio compito senza l’apporto delle competenze, esperienze, conoscenze delle miriadi di persone che con la scuola interagiscono e che portano nella scuola saperi e vissuti che devono essere valorizzati e messi in circolo.

Organizzazione

Queste riflessioni toccano il nervo scopertissimo dell’organizzazione del lavoro nella scuola italiana. Organizzazione che andrebbe rivista a partire da un nuovo patto fondativo. Se – e penso alle superiori – i tempi di presenza a scuola degli studenti fossero diversificati, se il gruppo classe costituisse solo uno dei molti tipi di aggregato con cui lavorare, se la scuola fosse lo spazio che organizza percorsi ed occasioni di apprendimento lungo tutto l’anno solare (non scolastico) perché un insegnante non potrebbe distribuire in modo diverso il proprio lavoro? Le 594 ore di attività didattica con alunni (18 ore alla settimana x 33 settimane) che ogni docente deve realizzare secondo il contratto attuale? Perché non potrebbe lavorare in modo più flessibile? Con il contratto attuale sarebbe impossibile: quasi nessuna flessibilità, come nessun incentivo.

Il piano per l’estate è definito un ponte e la metafora serve a chiarire che si tratta di mettere in connessione la fine di questo anno scolastico e l’inizio del prossimo. Forse (!) potrebbe essere il caso di dare un senso più ampio alla metafora del ponte visto non solo come funzionale collegamento a settembre 2021 ma anche come ponte che permette l’avvio dello sbarco su un terreno in parte ignoto in cui confrontarci e confrontarsi con le sfide più profonde della scuola e della formazione nella società del XXI secolo. Ecco, questo è un percorso sul quale vale la pena di provare ad incamminarsi.


*Dirigente Scolastico. Liceo Bertolucci di Parma. Membro comitato consultivo Ashoka Italia

Il presente articolo è una rielaborazione dell’autore sul suo articolo apparso su Gessetti Colorati

in apertura Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

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