Migrazioni

Una morte che squarcia il velo di silenzio sulla detenzione amministrativa di stranieri in Portogallo

17 Maggio Mag 2021 1011 17 maggio 2021

Il 10 Maggio alle 14h si è tenuto a Lisbona, nel tribunale penale di Campus da Justiça, l’udienza finale del processo a Duarte Laja, Luís Silva e Bruno Sousa, tre ispettori del (recentemente estinto) Serviço de Estrangeiros e Fronteiras (SEF), accusati del brutale omicidio del cittadino Ihor Homenyuk. Il verdetto finale ha visto la condanna degli imputati a, rispettivamente, nove, sette e nove anni di prigione per l’accusa di offesa all’integrità fisica grave qualificata, aggravata dal risultato della morte della vittima. Una sentenza che deve far riflettere

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Serviço De Estrangeiros E Fronteiras (SEF)
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Il 10 Maggio alle 14h si è tenuto a Lisbona, nel tribunale penale di Campus da Justiça, l’udienza finale del processo a Duarte Laja, Luís Silva e Bruno Sousa, tre ispettori del (recentemente estinto) Serviço de Estrangeiros e Fronteiras (SEF), accusati del brutale omicidio del cittadino Ihor Homenyuk. Il verdetto finale ha visto la condanna degli imputati a, rispettivamente, nove, sette e nove anni di prigione per l’accusa di offesa all’integrità fisica grave qualificata, aggravata dal risultato della morte della vittima. Una sentenza che deve far riflettere

Il 10 Maggio alle 14h si è tenuto a Lisbona, nel tribunale penale di Campus da Justiça, l’udienza finale del processo a Duarte Laja, Luís Silva e Bruno Sousa, tre ispettori del (recentemente estinto) Serviço de Estrangeiros e Fronteiras (SEF), accusati del brutale omicidio del cittadino ucraino Ihor Homenyuk. Il verdetto finale ha visto la condanna degli imputati a, rispettivamente, nove, sette e nove anni di prigione per l’accusa di offesa all’integrità fisica grave qualificata, aggravata dal risultato della morte della vittima.

Un caso sconvolgente, che per la prima volta è riuscito a squarciare il velo di silenzio per anni calato attorno al tema della detenzione amministrativa di cittadini stranieri in Portogallo. Un verdetto finale che, sebbene lasci gli animi divisi tra chi sostiene l’innocenza dei tre funzionari di polizia e chi invece desiderava vederli condannati per l’iniziale capo di imputazione di omicidio qualificato (doloso), certamente segna un momento storico in questo paese ai margini occidentali d’Europa, spesso da molti e molte dimenticato.

Ma per capire la portata di questa sentenza è necessario fare un passo indietro.

È il 10 Marzo 2020 e il ciclone Covid-19 sta iniziando a investire – e travolgere - il continente Europeo, quando nell’aeroporto Humberto Delgado di Lisbona atterra Ihor Homenyuk, cittadino ucraino di 40 anni, con un volo dalla Turchia. Ihor è in possesso di un visto di turismo, ma, nonostante ciò, i funzionari del SEF che lo controllano sollevano il sospetto che i suoi documenti non siano validi e decidono di non ammetterlo nel territorio nazionale, ma bensì “respingerlo”, o meglio deportarlo, in Turchia, da dove è venuto.

Dopo varie ore passate in una sala, in attesa delle decisioni del SEF, Ihor ha un malore e viene portato in Ospedale. Riportato all’aeroporto la mattina successiva, dell’11 Marzo, viene detenuto nell’esistente EECIT (Espaço Equiparado a Centro de Instalação Temporária[1]), l’eufemismo usato per definire i centri di detenzione in Portogallo. Da questo momento inizia la scalata di eventi, che porterà alla sua lenta e agonizzante morte, per asfissia meccanica, alle 18h40 del giorno successivo, il 12 Marzo.

A detta dei vigilanti (seguranças) dell’impresa di sicurezza Prestibel, che è contrattata dal SEF per svolgere funzioni di “vigilanza e sicurezza umana” (come definiti da contratto) nell’EECIT di Lisbona, così come negli altri centri di detenzione del paese, Ihor sarebbe diventato sempre più agitato e “violento”. Ed è proprio la costruzione collettiva della presunta “pericolosità” di quest’uomo, solo, confuso ed estremamente vulnerabile – come descritto invece dall’unica interprete russa che fu contattata telefonicamente, in tre brevi momenti, per parlare con Ihor, dato che costui non parlava una parola di portoghese – che è un elemento cruciale nel processo che porta alla sua tragica morte. Dapprima legato ai polsi e alle caviglie con del nastro adesivo dai seguranças della Prestibel, i quali erano stati lasciati da soli a guardia del centro (l’ispettrice del SEF normalmente responsabile per la sua gestione era malata), alla mattina, poco dopo le 8h, Ihor viene visitato dagli ispettori D. Laja, L. Silva e B. Sousa, i tre imputati. Questi, inviati lì dai loro superiori con il proposito di dare a Ihor una lezione che servisse a farlo “stare buono” e non creare più “disturbi”, restano nel centro per circa 30 minuti, per poi andarsene nuovamente. Ciò che è accaduto durante quei trenta minuti nella stanza priva di telecamere dove Ihor era stato isolato, la stanza normalmente utilizzata dai volontari dei Medicos do Mundo per i controlli medici, è il punto centrale attorno a cui si è giocato tutto il processo.

Nonostante i tre imputati dichiarino la loro innocenza, nella lettura della sentenza, il Presidente del collettivo di giudici, Rui Coelho, riferisce che il tribunale ha stabilito che, di fatto, una volta dentro la stanza, D. Laja, L. Silva e B. Sousa aggredirono brutalmente Ihor con calci e pugni e, a seguire, cosa ancor più grave, lo ammanettarono con le braccia dietro la schiena, lasciandolo poi così, pancia a terra, in una posizione che sapevano (per la formazione professionale ricevuta) avrebbe potuto condurlo alla morte. Sebbene la loro intenzione non fosse quella di ucciderlo, dichiarano i giudici, motivo per cui lasciano cadere lasciano cadere l’accusa di omicidio qualificato (doloso), i tre ispettori agirono con la consapevolezza – e intenzione - di sottoporre Ihor a quel trattamento degradante e provocargli estrema sofferenza.

L’autopsia stessa rivela la gravità delle lesioni inflitte, per le quali Ihor non ricevette alcuna assistenza: né dagli Ispettori del SEF che a vario titolo ebbero contatti con lui, né dai superiori che avevano ordinato a D. Laja, L. Silva e B. Sousa di occuparsi di lui e che non si premurarono di controllarne le condizioni successive, né, infine, dai seguranças che erano presenti nel centro al momento dell’accaduto e che lasciarono Ihor da solo nella stanza, agonizzante. Per ognuno di questi protagonisti, così come indicato dal verdetto di lunedì, saranno adesso indagate le responsabilità penali in questa tragedia, un caso esemplificativo di come il sistema di detenzione amministrativa uccida.

“Ad agire come agirono, i signori hanno sottratto la vita a una persona e hanno rovinato le vostre” commenta il giudice Rui Coelho al termine della lettura del verdetto, aggiungendo che spera che questa sentenza sia di esempio per tutti coloro che possono avere l’ardire di pensare che, a seguito di una tale condotta, nulla accada.

Queste parole dirette agli imputati, agli altri intervenienti nel caso di Ihor, ma anche a tutte e tutti noi, sollecitano a una seria riflessione morale. Ci chiamano a riflettere, anzitutto, sulle conseguenze estreme di istituzioni, quali i centri di detenzione (in Italia denominati Centri di Permanenza per il Rimpatrio-CPR), che sono erette su principi di violenza quotidiana e banalità del male. Sebbene i tre ispettori siano colpevoli della morte di Ihor, come il tribunale ha decretato, con una condanna che avrebbe potuto essere maggiore, tutte e tutti coloro che sono entrati ed usciti da quel centro in quei due giorni sono colpevoli. Colpevoli di aver visto e non aver avuto il coraggio di intervenire, protestare o, in qualche modo, rompere quella catena di violenza e disumanizzazione. Colpevoli, soprattutto, di non aver visto in Ihor un essere umano come loro, la cui vita aveva lo stesso valore della propria.

Storie come queste, tuttavia, chiamano anche tutte e tutti noi a chiederci se non siamo a nostra volta colpevoli della morte di Ihor e delle tante altre persone come lui che ogni giorno muoiono in questi luoghi, materializzazione estrema della violenza della frontiera. Colpevoli di girare troppe volte lo sguardo, per non vedere. E allora forse, in Portogallo come altrove, è giunto il momento di guardare ciò che fa male e provare a immaginare nuove possibilità: in Portogallo questo processo è iniziato con l’estinzione ufficiale del SEF l’8 Aprile scorso (Resolução n.º 43/2021). Non sappiamo ancora se questo processo potrà portare a un reale momento di trasformazione, o se sarà solo un cambiamento di facciata, ma speriamo che altri paesi – come l’Italia – possano cogliere spunto da questa storia per guardare a sé stessi e aprire dei propri processi di riflessione e cambiamento trasformativo.


[1] Traduzione Italiana, Spazio Equiparato a Centro di Installazione Temporanea.

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