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Dibattiti

La politica attuale non ha bisogno del Terzo settore, per questo va ripensata

9 Giugno Giu 2021 1500 09 giugno 2021
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L'appello di Giuliano Amato sul ruolo politico del Terzo settore sta suscitando reazioni e interventi. Quella del sociologo Giovanni Moro si concentra sulla questione di fondo: che cosa intendiamo per "politica" e quali le sue interconnessioni con il sociale e il civico

L’intervento di Giuliano Amato ha una grande importanza. Amato si chiede: «Perché il Terzo Settore non considera tra le proprie prospettive, e tra le proprie responsabilità, anche quella di concorrere alla provvista del personale politico in una democrazia che, per essere davvero tale, ha l’ineludibile ma ormai inappagato bisogno che quel personale sia munito dell’addestramento di cui esso oggi possiede il monopolio o quasi?». Così facendo, solleva un tema fondamentale, ma inevitabilmente scoperchia anche il calderone dei problemi.

  1. Primo problema: la politica non vuole il Terzo settore.
  2. Secondo problema: il Terzo settore non vuole avere a che fare con la politica.
  3. Terzo problema: se la politica è definita nel modo tradizionale non c’è alcuna possibilità di sviluppo di questa idea.

Perché la politica non vuole avere a che fare con il Terzo settore

Partiamo dal primo problema. Perché i partiti non vogliono persone che nascono, crescono, si formano e operano nella sfera dell’attivismo civico e della cittadinanza attiva. Il populismo, in questo, c’entra ben poco: è un tema di lungo periodo. Che cosa ce lo fa vedere? Il fatto che, finora, in modi con cui la politica si è relazionata con questo “grande ambiente” sono sostanzialmente tre. Il primo modo è la cooptazione. Cooptazione significa far diventare il singolo parte di un gruppo politico, ma il gruppo politico non cambia, né cresce, semplicemente “ingloba” quel singolo.

Giovanni Moro

Un altro modo è quello delle relazioni tra gruppi sociali e vecchi partiti. Non voglio usare la parola “clientelismo”, ma la evoco per far capire la dinamica di certe relazioni: un meccanismo di compensazione e ricompensa, per mera affiliazione, ma senza riconoscimento di spessore politico al gruppo sociale. Un terzo modo è l’abbandono all’amministrazione: «non ci interessate, siete un settore che interessa tutt’al più l’amministrazione». Amministrazione che, ovviamente, le riduce alla sua misura: le organizzazioni esistono nella misura e nelle forme in cui servono all’amministrazione stessa.

Perché il Terzo settore non vuole avere a che fare con la politica

Secondo problema. Il Terzo settore si tiene lontano dalla politica. Qui c’è una particolarità italiana, che mostra quanto sia inadeguato il paragone con gli Stati Uniti (pensiamo a Obama, che era un community organizer prima di diventare chi sappiamo). Molte forme di attivismo civico, in Italia, sono nate non al fianco, ma in opposizione alla crescente incapacità dei partiti di essere in relazione positiva con una società in mutamento. Si tratta di forme che nascono negli anni Settanta del Novecento, e differenziano molto il nostro sistema da quello americano. Le nostre forme di attivismo civico si definiscono anche per differenza rispetto al sistema dei partiti. Non è necessariamente un bene, perché comporta tipici problemi da parte di queste organizzazioni: il complesso di inferiorità politica e il complesso di superiorità morale. Purtroppo, quando questi due complessi si sovrappongono provocano molti danni.

Quale politica, per quale società civile?

Il terzo problema è di cornice: se la politica è pensata come la descrive nel modo "tradizionalmente corretto" davvero c’è poco spazio. Diciamolo con una battuta: sulla questione della disabilità non si vincono e non si perdono le elezioni, ma come possiamo negare che la questione della disabilità sia una questione politica?

Pensare “politicamente” la questione della disabilità - è un esempio, ne potremmo fare molti altri - comporterebbe un ripensamento completo del modo di organizzare la società, la vita quotidiana, l’economia, le priorità del Paese, i criteri di valutazione dello sviluppo. Problemi politici di questo tipo finiscono nell’imbuto elettorale, dove si pesa ogni voto. Ma questo “imbuto” è solo il sintomo di un modo di pensare la politica. Se, alla fine, quello che conta è quello che avviene in Parlamento o al Governo, come se tutto ciò che accade prima, dopo o malgrado o in assenza delle famose decisioni del potere politico… non fosse politica.

Se è così, la strada che si può percorrere è poca. Anche perché, in questa visione tradizionale, è contenuta l'idea di una certa "minorità" dei cittadini. D’altronde, tra i padri della Rivoluzione Francese e americana era chiaro il tema: il sistema rappresentativo viene visto come alternativa a cittadini… troppo attivi.

C’è un pregiudizio di fondo che vede i cittadini incapaci di occuparsi dell’interesse generale. Ne consegue l’idea che il Terzo settore porti alla politica l’umanità, le relazioni: una sorta di proiezione degli stigmi della femminilità. Dalla parte della politica si fa sedere la competenza, la virtù, la forza. Dalla parte del Terzo settore: l’umanità. C’è qualcosa che non va in tutto questo. Non va il modo in cui pensiamo "la politica" e il rapporto tra i cittadini e la politica...

Il populismo, come conseguenza di questa tematica di lungo periodo, ci dice che c’è un problema nel rapporto tra le élites politiche e i cittadini comuni. Un problema che non è stato risolto e che non risolveremo mai se penseremo la politica in questi termini.

Dobbiamo ridefinire i termini stessi della politica. Pensiamo alla politica come un’unica arena, quella elettorale, ma ce ne sono almeno altre due. L’arena del dibattito pubblico, in cui si definiscono le priorità e i valori, e in cui cambiano gli atteggiamenti e i comportamenti concreti delle persone. C’è, poi, l’arena delle politiche pubbliche: lo spazio dove le cose devono accadere, per lo meno le cose che mostrano il volto quotidiano della democrazia.

Il misconoscimento che l’ambito delle politiche pubbliche e del dibattito pubblico sia una dimensione politica porta a marginalizzare e sottovalutare ciò che possono fare i cittadini attivi che si formano nelle esperienze di Terzo settore.

Giuliano Amato pone dunque un plesso di problemi urgenti e seri. Temo, però, sia una questione ancora più seria - e di conseguenza ancora più urgente - di come lui la pone.

Testo raccolto da Marco Dotti

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