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Carabinieri nelle Rsa, il ministero della Salute ha perso la bussola

17 Giugno Giu 2021 1132 17 giugno 2021

La sociologa Chiara Saraceno firma l'editoriale di Vita magazine in distribuzione in questi giorni tornano sul coinvolgimento dei Nas nelle residenze per anziani: «Visto questo atteggiamento, non può stupire che nel Pnrr non vi siano fondi per una riqualificazione delle Rsa, per renderle, là dove non lo siano ancora, luoghi più familiari, più attenti ai bisogni di privacy e socializzazione degli ospiti e dei loro parenti, più in relazione con le realtà del territorio»

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Saraceno Editoriale
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La sociologa Chiara Saraceno firma l'editoriale di Vita magazine in distribuzione in questi giorni tornano sul coinvolgimento dei Nas nelle residenze per anziani: «Visto questo atteggiamento, non può stupire che nel Pnrr non vi siano fondi per una riqualificazione delle Rsa, per renderle, là dove non lo siano ancora, luoghi più familiari, più attenti ai bisogni di privacy e socializzazione degli ospiti e dei loro parenti, più in relazione con le realtà del territorio»

Il protocollo firmato dal ministero della Salute con l’Arma dei Carabinieri e la Commissione per l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria della popolazione anziana desta non poche perplessità e preoccupazioni. Non si tratta, infatti, di affidare all’Arma un compito che già svolge, come Nas (Nuclei antisofisticazioni e sanità) e per il quale non ci sarebbe bisogno di un ulteriore accordo. Questa volta, e sembra su precisa proposta della Commissione, viene affidato all’Arma il compito di effettuare un censimento delle Residenze socio-assistenziali (variamente denominate) presenti sul territorio, per realizzare un’anagrafe recante il numero delle stesse, la capacità ricettiva, le modalità organizzative ed ogni altro aspetto di interesse. In seguito a questo censimento, all’Arma viene anche affidato il compito di «svolgere le successive verifiche in relazione alle situazioni meritevoli di approfondimento».

Qui i problemi mi sembrano due. Il primo è che questi dati dovrebbero essere già nella disponibilità delle regioni e delle aziende sanitarie, che hanno il compito, anzi l’obbligo, non solo di organizzare eventualmente in prima persona queste residenze, ma di accreditare, in base a criteri definiti, e monitorare quelle, la grande maggioranza, organizzate dal Terzo settore o dal privato di mercato. Se le regioni non dispongono di questi dati e non sono in grado di fornirli al ministero, sarebbe un fatto gravissimo. Certamente gravissimo è che solo ora il ministero si preoccupi di averli e dimostri di non sapere a chi deve rivolgersi per ottenerli. Ignoranza che, ahimè, sembra condivisa anche dagli esperti che compongono la Commissione. Il tutto è ben poco rassicurante. Indica che il ministero della Salute ha finora considerato le Rsa un settore al di fuori del proprio interesse, nonostante si tratti di luoghi ad alta intensità sanitaria stante le condizioni di salute di coloro che ospitano.

La scelta dell’Arma sia per l’effettuazione del censimento sia per le successive “verifiche”, inoltre, ed è il secondo problema, avvalla indirettamente un'inaccettabile criminalizzazione di fatto delle Rsa, contribuendo a rafforzare un discorso pubblico che in questi mesi le ha presentate come luogo di abbandono e reclusione, mescolando senza distinzioni i pochi casi di effettiva rilevanza penale, situazioni di sovraccarico di lavoro dovuti alla carenza di personale spesso conseguenza di scelte sbagliate delle stesse amministrazioni pubbliche, scarsa chiarezza e difformità nei criteri di accreditamento da una regione all’altra. Visto questo atteggiamento, non può stupire che nel Pnrr non vi siano fondi per una riqualificazione delle Rsa, per renderle, là dove non lo siano ancora, luoghi più familiari, più attenti ai bisogni di privacy e socializzazione degli ospiti e dei loro parenti, più in relazione con le realtà del territorio.

È certamente opportuno, come nel Pnrr, investire anche nella creazione di piccole strutture e in case protette, specie per chi ha ancora un buon grado di autonomia. Ma temo che non risolvano i bisogni delle grandi fragilità e non autosufficienza, spesso accompagnate da condizioni sanitarie estremamente gravi. Aggiungo che, mentre il discorso pubblico, ora formalmente avvallato anche dal ministero e dalla Commissione, guardava alle Rsa e al carico di sofferenza provocato in alcune di esse dal sovrapporsi della pandemia alle condizioni di estrema fragilità dei loro ospiti, ha continuato ad ignorare il fatto che la maggior parte degli anziani fragili in Italia, molto più che in altri Paesi, è accudito, in modo più o meno appropriato, a casa propria da familiari, con o senza l’aiuto di badanti.

Tanto meno si è messo a fuoco che...PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI

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