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A cosa serve una nuova scuola, senza nuovi insegnanti?

24 Giugno Giu 2021 1236 24 giugno 2021

La formazione continua e la formazione degli adulti sono temi che il nostro Paese non ha mai affrontato se non in modo sporadico. L'intervento del presidente di Indire

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La formazione continua e la formazione degli adulti sono temi che il nostro Paese non ha mai affrontato se non in modo sporadico. L'intervento del presidente di Indire

Ci sono alcune parole chiave che caratterizzano l’innovazione nel mondo del lavoro: contaminazione tra le discipline è certamente una di queste così come flessibilità estrema nell’organizzazione e nella capacità di modificare i processi. La rapidità della trasformazione che nelle aziende segue logiche globali porta anche a modificare le competenze richieste non solo dalle nuove installazioni hardware e software ma anche dalla logistica, dall’amministrazione, dai processi di produzione. Abbiamo invece un modello scolastico ingessato, centrato sulle materie che hanno un proprio orario, un programma nazionale oltre che insegnanti titolari di cattedra. Più di ottanta diverse abilitazioni rappresentano la frammentazione di questo scenario. Mentre le startup lavorano intorno ad un tavolo, crescono attraverso la collaborazione ed il confronto, gli insegnanti nelle secondarie in genere si confrontano a fine quadrimestre nei consigli di classe. Difficilmente i dipartimenti, che pure sono previsti sulla carta per le secondarie, riescono a favorire una pluridisciplinarietà, un collegamento efficace e progettato, un’ibridazione disciplinare. Questo anche perché l’attività collaborativa di copregettazione è prevista nelle scuole primarie (due ore settimanali) mentre nelle secondarie dovrebbero rientrare in un unico monte ore molto esiguo che comprende le riunioni dei vari collegi e consigli e che si esaurisce subito. Ogni insegnante ha, come bussola che traccia la rotta del suo lavoro, il curricolo nazionale della sua materia che spesso non riesce a concludere e che non lascia molto spazio a percorsi diversi. Il nostro modello scolastico punta ad un obiettivo “statico”, il diploma, per raggiungere il quale impieghiamo circa tredici anni. Raggiungere il diploma, la qualifica che certifica il profilo di uscita, richiede di percorrere percorsi di formazione che durano anni a fronte di competenze che nel mercato del lavoro, ma più in generale nella società della conoscenza, nella quarta/quinta rivoluzione industriale che stiamo vivendo, variano con tempi molto più rapidi. Non parliamo poi delle competenze degli insegnanti che avrebbero necessità, ad esempio nei settori scientifici e tecnologici, di continui aggiornamenti.

Se pensiamo che oggi sia necessario che gli studenti affrontino già a livello scolastico tematiche emergenti come l’intelligenza artificiale, la robotica o l’analisi dei big data dovremmo anche chiederci quali insegnanti possono trattare questi temi. Se il contratto di lavoro degli insegnanti non prevede l’aggiornamento e la formazione in servizio come possiamo pensare di rispondere a queste trasformazioni? Con insegnanti laureati trenta anni fa?

Ho partecipato in Trentino agli Stati Generali del Lavoro, una riflessione sul futuro dello sviluppo e sul mismatch tra domanda ed offerta e sono emersi dei dati apparentemente contrastanti. Il 23% dei giovani in Trentino deve accontentarsi di lavori meno qualificati rispetto alla formazione che ha ricevuto. Sembra quindi che ci sia un tema di sovra-istruzione. Nello stesso convegno gli imprenditori hanno invece sottolineato la difficoltà a trovare personale con competenze adeguate. Un’imprenditrice ha evidenziato come università e scuole troppo spesso “producano” competenze non richieste. Questo porta direttamente al tema dell’orientamento scolastico che è ancora all’anno zero: i bravi al liceo quelli meno bravi ai professionali. Oppure: «Intanto fai il liceo che apre tutte le strade e poi vedremo». Per trovare una strada che faccia entrare nel mondo del lavoro è evidente che oggi si debba studiare mentre qualche decina di anni fa era il contrario: chi non aveva voglia di faticare sui libri andava a lavorare. La scelta del percorso di studi troppo spesso è influenzata da fattori di inconsapevolezza, di ignoranza sulle reali opportunità di entrare nel mondo del lavoro.

Investire anni di studio per poi trovarsi, in modo frustrante, disoccupati per anni è il destino di molti giovani; competenze non richieste da un mondo del lavoro che questa pandemia ha ulteriormente trasformato. Basti pensare allo smart work e a quello che ha significato in termini di organizzazione dei tempi di lavoro ma anche di riprogettazione degli spazi, degli uffici, delle work station. Lo smart work è iniziato per cause di forza maggiore ma oggi tutti hanno capito che la pandemia ha trasformato in modo definitivo alcuni aspetti. Quante riunioni da oggi si faranno solo online. Gli uffici disegnati come “postazioni domestiche” con le scrivanie personalizzate con le foto dei figli sono destinate a scomparire. Il disegno degli ambienti di lavoro è già stato trasformato in molte grandi multinazionali prima della pandemia. Se è vero che molte nuove idee nascono in luoghi “sociali” come quelli vicini alla macchinetta del caffè, la mensa o in luoghi ricreativi, allora dobbiamo ripensare la progettazione degli uffici ma anche orari e arredi. Chi in questi mesi ha utilizzato la rete per fare acquisti la sera, di domenica, durante le feste in modo semplice trovando sempre aperto, si aspetterà sempre di più di poter fare le stesse cose anche ad esempio con i servizi della pubblica amministrazione. Se avremo sempre meno sportelli e impiegati dietro il vetro e sempre di più dietro lo schermo, avremo bisogno di competenze nuove anche per le attività di tutti i giorni magari anche per fare la spesa.

La formazione continua, la formazione degli adulti è un tema che il nostro Paese non ha mai affrontato se non in modo sporadico. Senza affrontare questi elementi non solo nella scuola ma anche più in generale nel sistema della pubblica amministrazione non riusciremo mai a raggiungere i risultati che ci siamo preposti. Per poter usare il digitale a scuola come negli uffici bisogna cambiare “le regole”, “pensare in digitale” in modo da riprogettare i processi, ricostruire le norme. L’aula con i suoi banchi (che siamo stati in grado perfino di peggiorare durante la pandemia), la sua lavagna, la sua cattedra non dovrà sopravvivere alla rivoluzione che verrà.

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