Rendicontazione

Ics Maugeri, il nostro impatto sociale nel nome di Salvatore

31 Luglio Lug 2021 1209 31 luglio 2021

"Questa edizione del Bilancio è dedicata al nostro personale, che nei reparti Covid, ha confermato di essere testimone dei principi che hanno ispirato il mondo Maugeri fin dalla sua nascita voluta dal nostro fondatore Salvatore Maugeri". Dialogo con Chiara Maugeri, responsabile della direzione centrale Impatto sociale e nipote del "padre" delle medicina del lavoro

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Chiara Maugeri Da Uff Stampa ORIZZ
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"Questa edizione del Bilancio è dedicata al nostro personale, che nei reparti Covid, ha confermato di essere testimone dei principi che hanno ispirato il mondo Maugeri fin dalla sua nascita voluta dal nostro fondatore Salvatore Maugeri". Dialogo con Chiara Maugeri, responsabile della direzione centrale Impatto sociale e nipote del "padre" delle medicina del lavoro

ICS Maugeri, oltre 30mila pazienti ricoverati ogni anno, seguiti da 3.600 addetti, di cui 650 medici, ha un bilancio economico di circa 300 milioni ed è stata a lungo la più grande società benefit per dimensioni e l’unica nel mondo sanitario. Dal 2016, pubblica il Bilancio di Impatto sociale, a cura della omonima direzione centrale, guidata da Chiara Maugeri (foto), anche quest’anno, come l’anno scorso, col supporto tecnico di Altis-Università Cattolica Milano. Quest'anno però la lettura del bilancio d'impatto (riferito all'anno 2020) ha un sapore diverso, che richiama direttamente la figura del fondatore, Salvatore Maugeri.

In questi giorni è uscito il vostro IV bilancio di impatto sociale, che arriva dopo quasi due anni di emergenza Covid. Quali sono i numeri che maggiormente danno l'idea dell'impatto positivo di Ics Maugeri sulle comunità e i territori in cui siete presenti?

Oltre 6mila persone curate dall’inizio della pandemia, organizzazione tutta rivolta a predisporre il personale dedicandolo a un qualcosa che ha devastato la comunità di cui ci sentiamo parte. Per rispondere a questo enorme bisogno di salute del territorio, abbiamo riconvertito in due giorni interi reparti riabilitativi trasformandoli in reparti infettivi per acuti. Accogliendo quei pazienti che gli ospedali non riuscivano più a ricoverare o consentendo a quei nosocomi di liberare rianimazioni di malati appena stabilizzati. Ci siamo presi cura delle persone, dei loro familiari, grazie a professionisti straordinari per competenza, disponibilità, umanità. Un grande sforzo collettivo che ci ha consentito di avviare i pazienti alla riabilitazione attraverso percorsi diagnostici-terapeutici-assistenziali – pdta studiati ad hoc che hanno prevenuto o ridotto per molti le problematiche del post-Covid, che in genere riguardano un paziente su tre.

Mesi vissuti in un vortice di fatica e emozioni contrastanti, la soddisfazione di curare, il dolore per quanto accadeva nelle nostre città. Abbiamo fatto la nostra parte, quella che da sempre svolgiamo, con l’interesse del paziente prima di tutto, con una sintonia totale con le comunità: a Tradate (Va) e Lumezzane (Bs), i cittadini, allertati da un passa parola, ci consegnavano indumenti intimi per i pazienti che spesso arrivavano da nosocomi lontani, senza che i famigliari li avessero potuti dotare di alcunché. Giorni terribili, e questa edizione del Bilancio è dedicata al nostro personale, che nei reparti Covid, ha confermato di essere testimone dei principi che hanno ispirato il mondo Maugeri fin dalla sua nascita.

Nei territori è stato apprezzato anche lo scrupolo con cui abbiamo fatto ricorso, dalle prime ore della pandemia ai protocolli anti-Covid, all’uso dei dispositivi di protezione, con un investimento importante, oltre 3 milioni di euro per il solo 2020, a tutela degli operatori ma anche dei pazienti.

Nel 2016 siete state fra le prime realtà ad assumere la qualifica di società benefit, un passaggio significativo anche per voltare pagina dopo le inchieste che hanno coinvolto la Maugeri. A cinque anni di distanza cosa ha significato quella scelta e quali ripercussioni ha avuto nella vita della vostra realtà?

Sul piano concettuale, non è cambiato niente perché noi abbiamo sempre rendicontato ogni aspetto delle attività svolte. È cambiata la sistematizzazione del dato, abbiamo generato tabelle per mettere i numeri, per comprendere e fare comprendere. Una grande operazione di trasparenza per dare evidenza all’esterno del nostro lavoro. Una rendicontazione puntuale ai vari nostri portatori di interesse di quanto viene prodotto ogni giorno ma anche un prezioso strumento di misurazione e, di conseguenza, di miglioramento continuo: per i pazienti con le loro famiglie, per i nostri collaboratori, i fornitori, per la comunità in cui operiamo.

Questi passaggi richiamano la vocazione del vostro fondatore, Salvatore Maugeri. Ci può ricordare la sua figura e dire quanto oggi conti l'eredità anche morale che vi ha lasciato, penso in particolare al rapporto coi pazienti e alla medicina di territorio, la cui importanza oggi è sotto gli occhi di tutti?

“Non ci può essere un reale sviluppo per una società se la persona non è in salute”. Questo diceva l’uomo che per me era l'adorato nonno, per la comunità scientifica era il professore Maugeri. Questo abbiamo ereditato. Chi si sente Maugeri deve capirlo, la bussola che deve tenere in tasca lo indirizzerà sempre a quel concetto. Da noi si lavora su quello dai tempi della costituzione della Fondazione Clinica del Lavoro, concetti che mio nonno ha ripetuto fino alla sua morte, nel 1985. Per noi non c’è altro modo di operare, e il passaggio a Società Benefit per una struttura così è stato una conseguenza naturale: guardare la risposta al bisogno di salute con i criteri della responsabilità socio-ambientale è stato facile, perché molta di quella sensibilità, di quella matrice, era già nelle cose che si facevano.

La medicina del territorio, per esempio, è stata da sempre un grande nostro interlocutore: gran parte dei nostri pazienti arrivano sì dagli ospedali ma sono moltissimi quelli che ci vengono indirizzati dai medici di medicina generale, proprio perché ci conoscono, ci apprezzano e si "fidano" di noi.

Guardando al futuro quali sono gli obiettivi di impatto sociale che vi piacerebbe raggiungere nei prossimi anni?

Il nostro obiettivo è un sempre più grande coinvolgimento degli stakeholder, pazienti in primis. Dal loro ascolto, sappiamo di poter trarre le indicazioni e le energie per migliorarci. Con l’aiuto di Altis Università Cattolica, abbiamo coinvolto con interviste, focus-group, questionari, per la redazione di questo Bilancio, quasi mille pazienti, 200 caregiver, 28 manager e dirigenti medici e, soprattutto, 18 associazioni di pazienti e di volontariato, fra quelle che sono presenti nei nostri Istituti. Il Bilancio di Impatto è uno strumento per avere sempre più al centro il nostro paziente – che è un paziente fragile: 59 casi su 100 ha quattro patologie e più – e un modello per dare sistematicità a un modello di lavoro e di concepimento di noi.

Nei prossimo anni vogliamo crescere ancora: sicuramente nella direzione offrire al nostro personale le migliori condizioni di lavoro, soprattutto verso la conciliazione tempi di vita e lavoro, soprattutto per le donne.

E vogliamo crescere ancora per contribuire alla sostenibilità ambientale. Vogliamo incrementare un lavoro che si è concentrato in grandi investimenti di efficientamento energetico e quindi di forte riduzione delle emissioni di Co2 – le centrali di cogenerazione di Pavia e Bari – e la riduzione della plastica, col programma “plastic free” nelle nostre mense aziendali.

Sarà, anche in questo caso, un modo per ripercorrere le nostre origini nella Medicina del lavoro e nell’igiene industriale e ambientale, impegno che continua con i reparti di Medicina del lavoro di vari Istituti (Veruno nel Novarese, Pavia e Bari) e col Centro di ricerche ambientali di Pavia e Padova.

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