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Scuola

I bambini a scuola non hanno bisogno delle mascherine

28 Agosto Ago 2021 0530 28 agosto 2021
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La scuola ripartirà con le stesse regole dell'anno scorso: come mai la vaccinazione ha cambiato in meglio la vita sociale, sportiva, culturale e ricreativa, ma la stessa cosa non può dirsi per la scuola? A cosa serve la vaccinazione, se a scuola tutto resta come prima?

I dubbi sono finiti. Dai documenti del Ministero sappiamo che la scuola ripartirà a settembre esattamente nello stesso modo in cui è terminato l’anno scolastico agli inizi di giugno. Lo si può riassumere così: distanziamento; mascherine per tutti gli alunni dalla prima elementare in poi e per tutti gli insegnanti; areazione delle aule; igienizzazione sistematica delle mani; orari di ingresso dilazionati. Una novità, se sarà confermata, risulta la riduzione delle cosiddette classi pollaio nella secondaria di secondo grado (dove il problema però permane), mentre è decisamente irrilevante nella primaria e poco rilevante nella secondaria di primo grado.

La domanda che sorge spontanea è come mai la vaccinazione e il green pass hanno cambiato in meglio la vita sociale, basti pensare alle attività sportive, culturali e ricreative, ma la stessa cosa non può dirsi per la scuola che resta esattamente nelle identiche condizioni dell’anno precedente.

A cosa serve la vaccinazione, se a scuola tutto resta come prima? Peraltro i dati sui contagi degli alunni subirono la scorsa primavera una riconsiderazione da parte del gruppo dell’epidemiologa italiana Sara Gandini. La sua ricerca mise in luce come le scuole non fossero state un motore della diffusione del virus durante la seconda ondata e come i contagi nelle scuole accadessero molto raramente. E comunque nei bambini e anche nei ragazzi il contagio difficilmente si trasforma in morbilità.

Una riflessione pedagogica merita la controversa questione della mascherina a scuola. Senza alcuna analoga politica europea, gli alunni italiani dai 6 anni vennero obbligati al suo uso sistematico al banco pur nella permanenza di un distanziamento significativo. Oggi la decisione si giustifica poco con le analoghe situazioni al ristorante o nei bar, dove la posizione statica non prevede l’utilizzo di questi dispositivi protettivi. La scuola risulta un ambiente molto presidiato dal punto di vista della sicurezza sanitaria, non si capisce perché debba avere una restrizione addirittura superiore ai bar e ai ristoranti.

Se la scuola è una comunità sociale di apprendimento, se la scuola è un luogo dove si creano relazioni sia verticali fra insegnante e i suoi alunni che orizzontali fra gli alunni stessi e se queste relazioni sono generative e maieutiche per il lavoro scolastico e il corrispondente apprendimento, una vera relazione si basa sulla disponibilità del proprio volto. Il volto da sempre rappresenta la forma di immedesimazione empatica di reciprocità, di scambio, di comunicazione. Ne sanno qualcosa le mamme a cui la natura sottopone il sorriso disarmante del neonato proprio per attivare le strutture neuronali corrispondenti all’accudimento.

La mascherina sottrae la possibilità del sorriso, del passaggio di emozioni che solo il volto riesce a trasmettere e impedisce un ascolto basato sulla struttura organica e integrale della faccia come elemento che caratterizza la nostra stessa umanità. La mascherina crea impedimenti comunicativi ed empatici con gravi ripercussioni sulla costruzione di una vera comunità scolastica. Di certo gli occhi non esprimono tutte le concomitanze comunicative che i volti garantiscono. Né la DAD né le mascherine vogliono dire vera scuola.

Che fare allora? Le proposte non mancano. Per prima cosa evitare questo dispositivo per tutto il corso dell’infanzia che arriva fino ai 10-11 anni, ossia alla conclusione della scuola primaria. Così come ai nidi e alle scuole dell’infanzia non sono previste, vanno abolite anche alla primaria. Il contrario resta un mistero assoluto: che abbiano 5 anni o 7 anni cosa cambia?

Per gli alunni più grandi, si può stabilire di usarle solo in particolari circostanze, come le attività di lavoro comune, a gruppi o in insegnamento reciproco. Andrebbero sempre escluse in situazioni di lavoro didattico all’aperto come avviene nell’outdoor education.

Liberare i bambini da questa incombenza e ridurne l’uso nei gradi scolastici successivi rappresenta un modo per restituire motivazione ad alunni sempre più arrabbiati che in realtà vogliono solo riappropriarsi della scuola come spazio di incontro e di apprendimento.

*Daniele Novara, pedagogista, fondatore del CPPP. Foto Unsplash

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