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«Viviamo appesi a un filo», quale destino per chi non è riuscito a lasciare l'Afghanistan?

1 Settembre Set 2021 1633 01 settembre 2021
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«Arrivano continuamente avvertimenti di possibili attacchi terroristici. Le strade sono deserte: nessuno lascia le proprie abitazioni, o i luoghi in cui ha trovato rifugio, se non per estrema necessità». Questo è uno degli ultimi messaggi che il Centro Italiano Aiuti all’Infanzia ha ricevuto da R. un collega che ha collaborato con l’organizzazione. Il suo nome, insieme a quello di tanti altri, era sulle liste dei cittadini che dovevano essere evacuati e che dopo l’attentato all’aeroporto di Kabul non è riuscito a partire

«Viviamo appesi a un filo. Arrivano continuamente avvertimenti di possibili attacchi terroristici. Le strade sono deserte: nessuno lascia le proprie abitazioni, o i luoghi in cui ha trovato rifugio, se non per estrema necessità», questo è uno degli ultimi messaggi che il Centro Italiano Aiuti all’Infanzia CIAI, ha ricevuto da R., un collega che ha collaborato con l’organizzazione per i progetti sulla tutela dei diritti delle donne e delle bambine a Kabul ed Herat e quindi è in una situazione di grave pericolo, ad altro rischio. Il CIAI si è registrata nel Paese nel 2014, è stata operativa fino al 2020. Ma negli ultimi due anni non sono mai mancati gli scambi e i contatti con i colleghi locali che li hanno supportati.

«Queste persone», racconta Francesca Silva, direttrice dei CIAI, «in concomitanza degli eventi che hanno sconvolto il Paese e dopo la presa di Kabul da parte dei talebani, ci hanno contattato. Avendo lavorato con una ong straniera impegnata nella promozione dei diritti dei bimbinini e delle bambine, soprattutto nelle carceri di Herat e Kabul, il rischio per loro di essere catturati dai talebani è davvero molto alto».

La lista che compilata dal CIAI era composta di 24 persone. Al momento solo uno dei nuclei familiari segnalati da CIAI è riuscito a raggiungere l’Italia con uno degli ultimi voli che ha lasciato Kabul. Si tratta di H. una psicologa. Ora è al sicuro in Italia insieme al marito e a due figli e presto l’organizzazione potrà prendere in carico la sua situazione e sostenerla in un percorso che consentirà a lei e ai suoi cari di vivere nel pieno rispetto dei loro diritti. 5 persone sono state evacuate dalle nazioni unite e ora si trovano in Belgio. 15, come R., sono ancora nel Paese.

«Stiamo seguendo con ansia la sorte dei colleghi che sono rimasti a terra», continua Francesca Silva, «e confidiamo che le autorità italiane preposte possano trovare per loro una possibilità di salvezza. Per quanto ci riguarda, i nuclei familiari rimasti in Afghanistan, in cui ci sono anche 8 bambini, sono veramente in pericolo e sollecitiamo quindi le autorità italiane ad attivarsi prontamente per rendere possibile, come ipotizzato, soluzioni diverse per il loro spostamento dal Paese».

Le persone segnalate nella lista del CIAI «erano già state prese in carico. Poi dopo l’attacco dell’Isis-K l’aeroporto è stato chiuso. Ci stiamo mobilitando, lanciamo un appello affinché le persone che non sono riuscite a lasciare il Paese, pur vivendo in una situazione di grave pericolo, in quanto collaboratori e collaboratrici di organizzazioni umanitarie, vengano al più presto messe in salvo. Non abbiamo ancora ricevuto risposte concrete dal ministero ma all’interno dei vari coordinamenti delle ong c’è massima collaborazione per trovare soluzioni rapide e sicure».

La vita sotto l’emirato islamico dell’Afghanistan non è sicura. «Le persone sono spaventate, non escono di casa in attesa di ricevere indicazioni su come muoversi. Qualcuno sta pensando a strade autonome per lasciare il Paese, strade illegali ed estremamente rischiose. Un altro collega che vive a Kabul ha raccontato che le banche sono sempre chiuse, e nelle poche ore al giorno in cui riaprono, le file per ritirare denaro sono chilometriche. Si possono ritirare solo cifre molto basse, eppure tutto in Afghanistan viene gestito con il denaro contante. Oggi bisogna parlare con soggetti diversi, anche con i talebani, e con i Paesi confinanti per capire se è da lì che possono passare le persone: è fondamentale metterle in sicurezza. L’attenzione sull’Afghanistan non si deve e non si può abbassare».

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