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L'altro Afghanistan

Bombardamenti, torture, crisi economica: la guerra in Siria continua nel silenzio

7 Settembre Set 2021 1101 07 settembre 2021
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L’80% della popolazione ormai vive sotto la soglia della povertà. La crisi da Covid19, totalmente non monitorata, si somma alla situazione sanitaria ormai compromessa per la mancanza di farmaci e strumenti medici. Il conflitto, che continua da dieci anni e ha provocato 500mila vittime in dieci anni, 6,5 milioni di profughi e altrettanti sfollati interni, sembra senza fine e colpisce in particolare i bambini

«Le organizzazioni umanitarie e i donatori devono mantenere la Siria in cima alla nostra agenda condivisa, per evitare che un'intera generazione vada perduta»: sono le parole che Martin Griffiths, nella sua prima missione in qualità di coordinatore per le emergenze delle Nazioni Unite, ha pronunciato al termine del suo viaggio in Siria, Libano e Turchia. La sua visita ha coinciso con la prima operazione umanitaria transfrontaliera nel nord-ovest della Siria dal 2017, che ha accolto come un passo importante per raggiungere più persone che necessitano un’assistenza ormai indispensabile. Finora, l'Onu e i suoi partner hanno ricevuto solo il 27% dei finanziamenti necessari per il piano di risposta umanitaria del 2021 per la Siria, che prevede 4,2 miliardi di dollari.

Crisi umanitaria

Secondo gli ultimi dati dell’Onu, l’80% della popolazione siriana ormai vive sotto la soglia della povertà. Grave anche la situazione sanitaria, con metà degli ospedali del Paese distrutti o resi inagibili dai bombardamenti. Mancano farmaci e strumentazione medica, mentre la pandemia continua a diffondersi. I dati sul Covid-19 arrivano a macchia di leopardo, non essendoci un’unica cabina di regia per affrontare l’emergenza e nemmeno per il programma di distribuzione dei vaccini Covax. Secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins Univeristy and medicine, solo lo 0,93% della popolazione avrebbe completato il ciclo di vaccinazione e nelle aree sotto il controllo governativo si registrano oltre 28mila casi. Nella regione di Idlib, dove la maggior parte dei casi sono della variante delta, sono stati registrati 1417 nuovi casi negli ultimi giorni. Tra i malati ci sono anche bambini e ragazzi e le infrastrutture ospedaliere, in quest’area devastata dalle violenze, non reggono il peso di una crisi simile. «Il Salqin Hospital, che è finanziato dalla Syrian American Medical Society, sta lottando per tenere il passo con l'aumento dei pazienti Covid-19 che riempiono la sua unità di terapia intensiva da trenta posti letto», ha dichiarato il direttore dell'ospedale Issa Qassem. «Spesso, dobbiamo smettere di accogliere pazienti fino a quando qualcuno non viene dimesso. La maggior parte degli ospedali intorno a noi funziona a pieno regime. Altri centri o ospedali per la cura del Covid-19 devono essere preparati al più presto». Mancano bombole di ossigeno, farmaci, apparecchiature e con circa quattro milioni di persone, tra residenti e sfollati nell’area, praticare il distanziamento risulta impossibile. «Il tasso di incidenza di Covid-19 nel nord-ovest della Siria è in aumento dall'inizio di agosto, a seguito di un aumento dei movimenti transfrontalieri dopo le festività del Eid alla fine di luglio», ha reso noto l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), aggiungendo che i nuovi casi giornalieri hanno superato i le mille unità nell'area dall'ultima settimana di agosto».

Ancora scontri e bombardamenti

Non c’è solo la crisi umanitaria a far soffrire i Siriani; dopo dieci anni di incessante conflitto, continuano i bombardamenti, gli arresti arbitrari, le torture nelle carceri e l’assedio di intere aree, che provocano gravissime conseguenze per i civili più fragili. Le maggiori aree di crisi sono a Daraa al Balad, dove in un mese sono stati registrati 38mila nuovi sfollati, e dove l’assedio si prolunga da ben tre mesi, a Idlib e la sua provincia, dove oltre tre milioni di sfollati vivono in condizioni di profonda precarietà, schiacciati da un lato dai bombardamenti russo-governativi, dall’altro dalle violenze e dagli attentati dei gruppi qaedisti (Hayat Tahrir al Sham, Hts e Jabhat an-Nusra) e dalla presenza di ciò che resta dell’Esercito Siriano Libero, sostenuto dalla Turchia. Un'altra zona critica è quella del campo di Al-Hol, dove da anni vivono prigioniere le famiglie di terroristi del Daesh, circa 60mila persone, metà delle quali sono bambini, esposti a ogni genere di violenze e abusi e dove, dall’inizio dell’anno, sono stati uccisi circa settanta civili. Molte delle donne sono cittadine europee che hanno lasciato i propri Paesi per unirsi al Daesh e che, per questo, quasi nessuno è disposto ad accogliere nuovamente in Patria. È notizia di questi giorni, però, che la Svezia ha accettato di far rimpatriare tre donne che si erano unite all’autoproclamato califfato, insieme ai loro figli, ed erano state imprigionate dalle autorità arabo-curde nel campo di Roj. Una delle donne era ancora minorenne quando la madre l’ha portata in Siria con sé, mentre su un’altra c’è il sospetto che abbia tentato di reclutare donne svedesi per indurle a unirsi allo Stato Islamico.

Un nuovo Afghanistan?

Un ulteriore fronte caldo resta quello del nord-est, nell’area sotto il controllo delle milizie curde sostenute dalle forze internazionali guidate dagli Stati Uniti. Le unità curde che controllano l’area, osteggiate dall’esercito turco, aspettano ora che il presidente americano Biden mantenga le promesse in merito al progetto di autonomia curda e non li abbandoni al proprio destino. Si teme, di fatto, uno scenario simile a quello afghano. A oggi l’impegno americano in Siria è stato relativamente circoscritto, mentre la Russia la fa da padrona ormai da anni, controllando anche il porto di Tartus. Sono in molti a pensare che le truppe americane lasceranno al proprio destino gli alleati curdi, e la mancanza di una strategia proattiva non solo avrà un impatto sulla capacità di promuovere gli interessi occidentali in Siria e nella regione, ma garantirà anche ai rivali, Russia, Cina e Iran la capacità di utilizzare il Paese come piattaforma per perseguire i propri programmi nella regione.

Perché proprio Daraa?

Dopo settimane di intensi bombardamenti governativi sulla città di Daraa al Balad, mercoledì 1 settembre 2021 è stata firmata una tregua di tre giorni che ha permesso l’ingresso di aiuti umanitari, sotto l’occhio vigile e alle condizioni dettate dalle forze russe. Sarah Kayyali, ricercatrice siriana di Human Rights Watch (Hrw), ha espresso "grande preoccupazione" per l'escalation nel sud della Siria. «Ci sono ancora gravi minacce e grandi rischi per i civili nella città di Daraa, Acqua ed elettricità sono molto rari. I civili hanno difficoltà a procurarsi materiali di base come pane, medicine e cibo. Il governo siriano non osserva le leggi internazionali, quindi i suoi attacchi a Daraa non hanno fatto distinzioni tra ribelli armati e civili». La crisi di Daraa ha origini lontane. La città è stata infatti ribattezzata “capitale della rivoluzione”, in quanto proprio lì presero il via le prime manifestazioni pacifiche nel 2011. Da allora è stata oggetto di pesanti bombardamenti, che hanno raso al suolo interi quartieri. Dopo che era stata conquistata dagli oppositori, la città, anche grazie al sostegno iraniano e russo, è stata in parte riconquistata dal governo. Oggi l’area è controllata quasi completamente dalle truppe di Bashar al Assad, mentre gli oppositori ne controllano meno di un quinto; resta ancora un fazzoletto di terra in mano al Daesh. Daraa è al confine con la Giordania, ma è soprattutto il confine ovest, quello delle contese Alture del Golan che dividono la Siria da Israele a rendere questa zona ulteriormente sensibile. Quella di Daraa sarà quindi una battaglia strategica, che potrà prolungarsi per diverso tempo. Grazie al sostegno dell’aviazione russa il governo di Damasco continua a colpire le sacche di resistenza, ma a pagare il prezzo più alto continuano ad essere i civili.

Una generazione che conosce solo la guerra

Secondo le stime dell’Onu il conflitto in Siria ha provocato oltre 500mila vittime in dieci anni, 6,5 milioni di profughi e altrettanti sfollati interni. Ci sono poi statistiche difficili da riportare, ma altrettanto drammatiche, come il numero delle bambine costrette a matrimoni precoci e dei bambini costretti all’arruolamento. L’Unicef denuncia che sono sempre i bambini a pagare le conseguenze più pesanti delle violenze, rimanendo uccisi, feriti, venendo privati del diritto allo studio, alle cure mediche, al gioco. A questa generazione manca ogni tipo di sostegno, affettivo, economico, culturale e psicologico. «La continua escalation di violenza in Siria, soprattutto nel nord, ha ucciso e ferito almeno 45 bambini dall'inizio di luglio» si legge in un comunicato diffuso nei giorni scorsi. «Pochi giorni fa, un attacco ha ucciso quattro bambini della stessa famiglia nella città di Al-Qastoun a Hama, nel nord della Siria. Dieci anni dopo l'inizio del conflitto in Siria, l'uccisione di bambini è diventata una costante. Troppe famiglie sono rimaste nel dolore per una perdita insostituibile: i loro figli. Niente giustifica l'uccisione di bambini» continua la nota.


Foto di ErikaWittlieb da Pixabay

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