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Scuola

Caffo: «La scuola riparta dalla partecipazione»

13 Settembre Set 2021 1132 13 settembre 2021
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Triplicate le richieste di aiuto a Telefono Azzurro, segno della sofferenza di bambini e ragazzi. In primavera, al rientro dalla DaD, la scuola si è concentrata sulla valutazione ma ora deve dare parola a quel dolore rimosso che i ragazzi hanno dentro. Il digitale? «È stato criminalizzato, ma è una grandissima chance di partecipazione e valorizzazione delle competenze dei ragazzi», dice il prof Ernesto Caffo

Un momento di grande sfida: è così che il professor Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro, vede l’anno scolastico che in dieci regioni d’Italia inizia oggi. «I ragazzi hanno vissuto questo anno e mezzo con sofferenza e disagio, come abbiamo rilevato attraverso le nostre linee di ascolto che hanno avuto un aumento di richieste ai ascolto e di aiuto». Due sono i dati di realtà che non possono essere ignorati oggi dalla scuola: «Un disagio che è esploso e la carenza di un settore educativo in grado di rispondervi», dice il professore.

Professore, come può essere quantificato questo aumento del disagio e della sofferenza che avete registrato tra bambini e ragazzi?

Guardando nel complesso alle due linee, l’1196 e il 114, le richieste sono triplicate. Ovviamente sono cambiate le tipologie di richieste: sono aumentate le segnalazioni legate alle violenze domestiche sulle linee di emergenza e dall’altra parte sulla linea di ascolto sono le richieste di aiuto che raccontano di tendenze suicidiarie. Con il ritorno in classe immaginiamo un aumento delle segnalazioni e delle richieste di aiuto sul cyberbullismo, perché nei ragazzi c’è una forte rabbia.

Diceva che il settore educativo non è stato in grado di rispondere alla sofferenza dei ragazzi: perché?

Quello che abbiamo vissuto ci obbliga a fare delle riflessioni complessive sul sistema educativo sia scolastico che extrascolastico, anche a fronte di una realtà scolastica molto statica e rigida. In questi mesi molto è cambiato anche se devo dire che molto è legato all’impegno delle singole persone, degli insegnanti e delle famiglie. Dove i ragazzi sono stati messi nelle condizioni di essere partecipi, le cose hanno funzionato. Il tema cardine quindi è la partecipazione, il partire dall’ascolto dei bisogni di bambini e ragazzi e dall’ascolto della rete possibile di risposte, nell’ottica di qualificare l’offerta formativa non solo in via formale ma sostanziale. Ricordando che i deficit nella parte formativa non possono essere trascurati, ma il recupero degli apprendimenti formali deve avvenire con l’educativa.

Il prof Ernesto Caffo, fondatore e presidente di Telefono Azzurro

Come ripartire?

I ragazzi in primavera sono tornati a scuola e sono stati “sommersi” dalla corsa alle valutazioni e poi hanno vissuto un’estate in cui si è tornati a una vita quasi “normale”: adesso però c’è urgente bisogno di parlare insieme di paure e problemi, perché in gran parte abbiamo rimosso questi temi. C’è un grande silenzio. Ma tutto quello che abbiamo vissuto va riletto insieme ai ragazzi, facendo insieme una grande riflessione sul senso della vita e del dolore, dando aiuti ai ragazzi più fragili o che vivono in famiglie che non hanno retto l’urto di questi difficili.

L’anno scorso avete formato più di 10mila insegnanti e educatori con il percorso “Cittadinanza Digitale”: una formazione interattiva su comunicazione e linguaggio online, privacy e digital reputation, gaming e più in generale il benessere nella rete. Oggi la vulgata invece condanna senza appelli DaD e digitale, come se i problemi della scuola venissero tutti da lì e tornati in presenza, tutto è a posto. Perché non è affatto così?

Il mondo digitale sta entrando nella scuola in modo molto forte. La DaD è stata criminalizzata ma il digitale è una grandissima risorsa per la scuola e per l’educazione, permettono di offrire enormi opportunità di crescita, in cui i ragazzi sono davvero protagonisti. Questo è fondamentale. Servono quindi in realtà più percorsi formativi che vadano a valorizzare questi strumenti, cercando di vederli e usarli non solo come strumenti di sopravvivenza (come è stata la DaD) ma come strumenti di crescita, che portano modelli nuovi e che valorizzano tutte le culture, perché il digitale non ha a che fare solo con la cultura tecnologica ma anche quella umanistica e musicale, ad esempio. Il digitale poi permette di globalizzare apprendimenti, di andare al di là del locale, di incontrare scuole e gruppi di altri Paesi, di valorizzare le competenze della comunità educative che c’è attorno alla scuola. Senza scordare che il digitale permette di valorizzare competenze che i ragazzi spesso sviluppano da soli, come il gaming e l’utilizzo dei social: questo riaggancia i ragazzi alla scuola, li motiva, li rende partecipi.

È una sfida che la scuola è in grado di giocarsi?

In questo percorso la scuola non va accusata, ma sostenuta: in questi mesi ho visto tantissimi insegnanti attrezzarsi. Quel che è stato fatto è un buon lavoro ma certamente si può fare di più. In generale in questo anno e mezzo mi sembra che sia maturata la consapevolezza di una scuola che deve cambiare e che sta cambiando. La scuola si sta interrogando sul suo futuro: ci saranno dibattiti e scontri, in primavera ci saranno gli stati generali dell’istruzione, c’è bisogno di uno sforzo educativo complessivo perché la sfida non riguarda solo la scuola ma tutto il Paese. Serve tracciare percorsi da sviluppare insieme, con grande attenzione alle potenzialità che ci sono nella scuola ma anche all’esterno della scuola, con patti educativi di comunità che guardino a tempi medio lunghi. C’è bisogno di una collaborazione tra scuola, famiglie, società civile, aziende, guardando al mondo del lavoro. La famiglia per esempio deve restare legata alla scuola, non possiamo tornare ad avere i genitori assenti se non in competizione con la scuola. Devo dire che vedendo la reazione di molti mondi, io sono positivo.

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