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Un nuovo patto sociale per far crescere le comunità

28 Settembre Set 2021 1200 28 settembre 2021
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Serve capacità di discernere ciò che è davvero urgente e necessario per la nostra società. Solo questo esercizio ci può permettere di generare futuro, istituire alleanze, ritrovare radici comuni e inclusive: lievito necessario per la ripartenza

Nel difficile momento storico che stiamo attraversando, fortemente caratterizzato da processi di rapida mutazione socio-economica, culturale e religiosa, si rivela urgente ripensare coraggiosamente ad un modello culturale in grado di rifondare ogni forma dell’agire umano.

È indubbio che la civiltà europea ha subito un processo di scristianizzazione determinato dalla inadeguatezza, anche in molti ambiti ecclesiali, di comunicare il Vangelo di Cristo e la sua dirompente proposta di vita. Siamo gli ultimi cristiani in un mondo non cristiano? Così si interroga Leonardo Lugaresi in Vivere da cristiani in un mondo non cristiano (Lindau, 2020), prendendo l’esempio dei primi secoli della nostra era

Richiamando le prime generazioni cristiane che vivevano nel mondo di cultura pagana o giudaico ellenistica, Lugaresi stabilisce un parallelismo con la condizione dei cristiani al giorno d’oggi: siamo anche noi una generazione di «primi cristiani». Come ha correttamente evidenziato Riccardo De Benedetti, perdura ancora una residua possibilità di intravedere in ordinamenti, sociali e politici, qualcosa che risale ai tempi di predominanza del Cristianesimo come forma di vita e di civiltà.

A dispetto di una costruzione ideologica del cristiano, Lugaresi si auspica che recuperiamo lo spirito delle prime comunità mediante l’esercizio della krisis, giudizio, scissione che colui che si pone alla sequela Christi getta sul mondo: un giudizio inteso non come atto di arroganza e di condanna nei confronti dell’umano ma come capacità di saper esercitare la critica, ovvero come uso corretto (chresis) dei suoi contenuti. Difatti i cristiani dei primi tre secoli non abbracciarono la cultura dominante né si chiusero ad ogni rapporto con essa per salvaguardare la propria purezza identitaria, anzi essi si mostrarono oltremodo capaci di relazionarsi con la cultura contemporanea.

Mons. Camisasca afferma che “(…) il cuore di ciò che il cristianesimo vuol proporre all’uomo non riguarda il passato, ma il futuro”. Ma sembra oltremodo difficoltosa la interpretazione del presente specie se si tratta di decifrare gli orientamenti per il futuro e di fare progetti sulla base delle indicazioni che emergono dalle situazioni.

Leonardo Lugaresi

Vivere da cristiani in un mondo non cristiano (Lindau, 2020),

Coltivare e far crescere la capacità sapienziale del discernimento sulla storia e sui suoi straordinari cambiamenti è quello che si rende necessario e urgente. Occorre pertanto “scrutare i segni dei tempi” e “interpretarli alla luce del Vangelo (GS 4). C’è bisogno di maggior chiarezza e maggior coraggio nel professare l’appartenenza alle proprie radici, proclamando l’identità di essere cristiani di fronte alle tentazioni subdole promosse dalle insidie tese da un laicismo pseudo-religioso che si è radicalizzato.

Paolo VI parlava del paradigma del “cristianesimo contemporaneo”, ossia di una religione del Dio fattosi uomo che si scontra con la religione dell’uomo che si fa Dio. In definitiva si tratta di recuperare lo spirito delle prime comunità per superare l’insignificanza dei nostri tempi, come ci suggerisce molto efficacemente la lettura degli Atti degli Apostoli: “tutti i credenti vivevano insieme e mettevano in comune tutto quello che possedevano. Vendevano le loro proprietà e i loro beni e distribuivano i soldi fra tutti, secondo la necessità di ciascuno. Ogni giorno, tutti insieme, frequentavano il tempio. Spezzavano il pane nelle loro case e mangiavano con gioia e semplicità del cuore. Lodavano Dio, ed erano ben visti dalla gente” (2, 44-47).

Nel solco di questa riflessione, possiamo immaginare e realizzare una comunità in grado di cogliere le sfide del futuro prossimo. La salvezza dell’uomo sta tutta nella relazione, nella prossimità accogliente, nella condivisione del pane e dei beni, nella valorizzazione e diffusione di pratiche di mutuo aiuto: queste ultime ci indicano una preziosa traccia di lavoro scevra dalla tentazione di imbrigliarle o liquidarle in forme dell’agire da istituzionalizzare.

Emmanuel Lévinas

Ecco perché, per la ricostruzione post-pandemica, non saranno sufficienti le sole risorse economiche e un piano articolato e studiato di investimenti: determinante non potrà non essere un nuovo mutualismo, lievito madre per l’innesco di un nuovo progetto sociale orientato al bene comune, con il coraggio di non aver paura e con la speranza cristiana. C’è un filo rosso che ridesta questa prospettiva socio-antropologica: il primato del Noi (la communitas) proprio delle prime comunità cristiane, contro quel pensiero individualista che, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, ha raffigurato un uomo padrone di se stesso.

L’io espanso si sta rivelando insufficiente e il narcisismo dirompente ha finito per generare effetti devastanti nella nostra vita sociale ed economica. Occorre l’umiltà di non pensare di essere depositari di verità e abilità superiori alla somma di verità e abilità detenute da tutti gli altri. Bisogna saper arginare i protagonismi individuali in ogni contesto in cui si è chiamati ad agire, mettendo in primo piano il bene comune. La sfida nella sfida è: moltiplicare le ragioni dello stare insieme, dell’abitare luoghi comuni, del fare comunità per opporsi al propagarsi delle derive distruttive dell’autoreferenzialità, secondo quanto leggiamo dei primi cristiani che “mettevano in comune ciò che possedevano, vendevano le loro proprietà e i loro beni”.

Occorre un patto sociale in grado di disegnare un nuovo orizzonte di senso costruendo un’identità inclusiva, fraterna, comunitaria che si fondi sulla relazione etica a partire dal volto dell’altro (Emmanuel Lévinas).

È nell’epifania del volto dell’altro la certezza da cui ripartire per generare un Noi. Il filosofo di origini ebraico-lituane ci ricorda che “il volto non è semplicemente una forma plastica, ma è subito un impegno per me, un appello a me, un ordine per me di trovarmi al suo servizio”. Siamo dinanzi alla possibilità di una nuova tessitura sociale in cui l’ordito (le relazioni tra le singole storie di vita) e la trama (il farsi comunità) potranno rendere i nostri territori all’altezza delle sfide che incombono.

Questo tempo sia per tutti noi un’opportunità da non sprecare per (ri)pensare la fede e la cultura nell’ottica dell’impegno di tutti per possibilità future, così come ci ricordava Ernst Bloch, il “teorico del principio speranza”.

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