Scuola Edificio Pexels
Scuola

Apriamo quella porta

1 Ottobre Ott 2021 0630 01 ottobre 2021
  • ...

I processi di partecipazione non sono merce a buon mercato, almeno quando sono autentici. E i bambini sanno capire al volo se la partecipazione che viene proposta dagli adulti è reale o se è solo una foglia di fico, come purtroppo spesso accade. Aprire spazi di protagonismo all’interno della scuola vuol dire essere pronti a conferire fiducia, a cedere potere, ad assumere rischi. Ma ne vale la pena

Falchera, scuola media della periferia torinese. Gli studenti hanno eletto i loro rappresentanti nel Consiglio consultivo di “Fuoriclasse”, l’organismo di partecipazione dell’omonimo progetto promosso da Save the Children e raccolgono, classe per classe, le proposte per migliorare il benessere scolastico. Parlano di spazi, di didattica, di relazione tra pari e con gli adulti, di territorio. Una piccola richiesta prevale su tutte: poter uscire dalle aule durante la ricreazione. Il regolamento lo vieta, non per il rischio di assembramento (siamo in epoca pre-Covid) ma per le turbolenze dei ragazzi, che i docenti non riescono a gestire. All’interno del Consiglio tra i rappresentanti di studenti, genitori, docenti, si apre la trattativa. Il dirigente scolastico ascolta le ragioni di tutti e in particolare quelle degli studenti, mettendoli al corrente anche dei fatti all’origine del provvedimento di chiusura. Si ridisegnano regole e responsabilità. Si decide una settimana di prova, affidando a docenti e studenti il compito di monitorarne lo svolgimento. La prova va bene. E finalmente le porte delle aule si aprono: la ricreazione si fa tutti insieme.

Una storia minima, ma emblematica. Aprire spazi di protagonismo all’interno della scuola vuol dire essere pronti a conferire fiducia, a cedere potere, ad assumere rischi, a investire tempo, a negoziare, a modificare prassi che sembrano immutabili. I processi di partecipazione non sono merce a buon mercato, almeno quando sono autentici. E i bambini, le bambine e gli adolescenti sanno capire al volo se la partecipazione che viene loro proposta dagli adulti è reale o se è solo una foglia di fico, come purtroppo spesso accade.

Aprire spazi di protagonismo all’interno della scuola vuol dire essere pronti a conferire fiducia, a cedere potere, ad assumere rischi, a investire tempo, a negoziare, a modificare prassi che sembrano immutabili. I processi di partecipazione non sono merce a buon mercato, almeno quando sono autentici.

L’emergenza Covid ha messo in luce l’irrilevanza, nel nostro Paese, del punto di vista dei più giovani, mai interpellati direttamente, nonostante siano tra le principali vittime dell’onda lunga della crisi. Nessuna chance di toccare palla. Poco visibili, talvolta, anche nei progetti delle “comunità educanti”. I bandi pubblici di finanziamento, del resto, mentre contemplano clausole stringenti su ogni aspetto dei partenariati, quasi mai prevedono come requisito vincolante il protagonismo dei bambini e degli adolescenti. Tranne rare eccezioni, gli studenti nei bandi sono solo beneficiari e non artefici o almeno co-progettatori degli interventi.

Eppure è certo che la partecipazione – nell’etimologia prendere parte – non è un accessorio ma un tassello essenziale di ogni percorso educativo, anche per acquisire competenze di base. Il senso di appartenenza alla scuola è un antidoto alla dispersione scolastica, spesso frutto di una disaffezione che non si può combattere a suon di ripetizioni di matematica. L’azione educativa è indispensabile, inoltre, per rendere l’esercizio di cittadinanza un patrimonio di tutti gli studenti, a partire da chi è più a rischio di esclusione sociale (con un processo di empowerment), contrastando le disuguaglianze.

Oggi più che mai è necessario che la scuola si faccia prendere dagli studenti. Offrendo loro effettivi spazi di protagonismo, ad esempio, sull’utilizzo delle risorse del Piano Ripresa e Resilienza. Saremo in grado di farlo? Per rispondere positivamente, in modo sincero, non basterà impegnarsi a lanciare qualche sondaggio. Occorrerà dare fiducia e cedere un po’ di potere.

Oggi più che mai è necessario che la scuola si faccia prendere dagli studenti. Offrendo loro effettivi spazi di protagonismo, ad esempio, sull’utilizzo delle risorse del Piano Ripresa e Resilienza. Saremo in grado di farlo? Per rispondere positivamente, in modo sincero, non basterà impegnarsi a lanciare qualche sondaggio. Occorrerà dare fiducia e cedere un po’ di potere. Co-progettare con i bambini e gli adolescenti, ad esempio, i piani di riqualificazione edilizia, per rendere le scuole sicure e al tempo stesso per rinnovare gli spazi di apprendimento. Ascoltare le loro proposte sull’impiego dei fondi per le nuove palestre, fissare insieme i requisiti – anche di sostenibilità ambientale – delle mense scolastiche, condividere tempi e modi del passaggio al tempo pieno, da vivere non come una costrizione ma come un’opportunità. Certamente i ragazzi e le ragazze potrebbero indicarci come integrare stabilmente il digitale nella didattica in presenza e come disegnare strategie vincenti contro i divari di genere. Ci sono tanti laboratori di partecipazione già attivi in Italia, promossi anche con il contributo del Terzo settore, cui è possibile ispirarsi, per tutte le fasce di età. Ciò che è vero per i grandi investimenti del Next Generation, vale anche per i Patti educativi di comunità, un nuovo strumento di alleanza educativa ancora poco diffuso, dove andrebbe inserita una “clausola di partecipazione” che dica a chiare lettere che un Patto è da ritenersi tale solo e a condizione che sia stato definito con la partecipazione dei bambini, delle bambine e degli adolescenti del territorio.

Nella dimensione macro e fino al singolo gruppo classe, la partecipazione è la cartina al tornasole di una scuola “organo costituzionale” – seguendo Calamandrei – dove la pratica democratica non si insegna in cattedra ma si respira nei comportamenti quotidiani. Come è successo a Falchera, occorre aprire con coraggio le porte e non solo per la ricreazione.

*Direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the Children Italia.


"Ultimo appello" è il numero di VITA dedicato alla scuola. Abbiamo individuato sette sfide che la scuola non può perdere, setacciato l'Italia per scovare le pratiche migliori e chiesto a sette prestigiose firme come fare per mettere a sistema quelle buone pratiche. Eccole.

  • Patti educativi di comunità, con Marco Rossi Doria
  • Protagonismo degli studenti, con Raffaela Milano
  • Scuola digitale, con Donatella Solda e Damien Lanfrey
  • Didattica Innovativa, con Giovanni Biondi
  • Re-design degli spazi, con Andrea Gavosto e Raffaella Valente
  • Inclusione degli studenti con disabilità, con Luigi d’Alonzo
  • Connessione con il mondo del lavoro, con Stefano Micelli

Per leggere il numero, clicca qui.

Contenuti correlati