Mamoiada
Spopolamento

Enogastronomia e cultura, Mamoiada scommette sui giovani

9 Ottobre Ott 2021 1620 09 ottobre 2021
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La tradizione mamoiadina della vitivinicoltura è stata rivisitata dalle nuove generazioni, all'insegna dell'innovazione. Lo stesso sta accadendo nella ristorazione e nella proposta museale. Nel paese di Mamuthones e Issohadores, maschere millenarie che animano il carnevale e le principali feste locali, molti giovani decidono di scommettere e investire nel loro paese

Lo spopolamento della Sardegna, iniziato subito dopo il Piano di Rinascita, dagli anni Sessanta è diventato inarrestabile. Un recente report del Centro Studi della Cna Sardegna mostra dati inequivocabili: se nel 1961 la popolazione localizzata nelle zone interne era pari al 47% del totale regionale, nel 2020 è scesa al 33%. Di questo passo, se non si troveranno contromisure efficaci e durature, potrebbe scendere al 29,7% nel 2050. Il calo demografico dei Comuni dell’interno è arrivato, nel 2020, a più di 137mila persone (-21%), mentre la crescita della popolazione della fascia costiera ammonta a 303mila abitanti (+40%). Tutto ciò ha causato un’enorme perdita di ricchezza nelle aree che si stanno spopolando: negli ultimi sette anni sono andati perduti oltre 230 milioni di euro (valutati ai prezzi del 2019) di reddito annuo dei residenti.

Eppure, c’è chi sta andando controtendenza. È il caso di Mamoiada, un paese di 2.500 abitanti situato nella Barbagia di Ollolai, che tra gli anni Settanta e metà degli anni Novanta balzava frequentemente alle cronache nazionali per una sanguinosa faida che ha prodotto un lungo elenco di morti ammazzati. Poi qualcosa è cambiato in quella comunità dedita prevalentemente all’agricoltura. Si è preso coscienza che non ci sarebbe stato un futuro per le nuove generazioni, se si fosse seguita la strada della violenza e delle esecuzioni da dietro i muretti a secco.

Issohadores (col giubbino rosso) e Mamuthones in occasione dei festeggiamenti per Sant'Antonio abate

Nel paese dei Mamuthones, sono proprio i giovani (in gran parte donne) che stanno imprimendo una nuova connotazione sociale ed economica a Mamoiada. La tradizione è giunta in soccorso ma ha richiesto progetti innovativi che stanno dando i loro frutti. Uno degli elementi trainanti è certamente il settore vitivinicolo: in questo piccolo Comune di montagna si contano una trentina di cantine, di varie dimensioni. La storia di Grazia Canneddu è emblematica.

«Dopo la laurea in giurisprudenza – racconta la 34enne mamoiadina – mi sono trasferita a Roma. Lavoravo nell’ufficio del Personale di una importante azienda, con un contratto a tempo indeterminato. A un certo punto ho sentito il forte richiamo della mia terra e ho pensato di dare una mano a mio fratello Marco, che ha rilevato la piccola azienda di famiglia e, piano piano, la sta facendo crescere. Valorizzare il territorio e credere nel suo potenziale senza abbandonarlo, è la via da perseguire. Non è semplice ma, con la lungimiranza e la qualità dei nostri prodotti, ci possiamo riuscire».

Grazia e Marco Canneddu nella loro vigna. A sinistra la famiglia al completo

«Oggi la cantina Canneddu produce diecimila bottiglie all’anno», prosegue Grazia nel racconto. «Morto nonno Raffaele, che aveva impiantato le prime viti, oggi ci lavora tutta la nostra famiglia: papà Tonino, mamma Anna, io e Marco, che ha 28 anni e sta per laurearsi in Enologia e Viticoltura. Lui sta in campagna, io mi occupo di amministrazione, marketing e comunicazione, mia mamma è la maga della commercializzazione, mio padre segue la cantina. Nei periodi specifici, come la vendemmia, diamo lavoro ad altre persone del paese. La cosa straordinaria è che in questo settore, che tradizionalmente è sempre stato appannaggio degli uomini, ora stanno lavorando molte donne, in buona parte sotto i 40 anni. Non è un fenomeno locale: in Sardegna si contano già una quarantina di iscritte all’Associazione Donne del vino. Quello che un tempo, per molti, era soltanto un passatempo per stare all’aria aperta e produrre un po’ di vino per la famiglia e gli amici, oggi è diventata una professione che richiede competenza, dedizione e innovazione. La qualità del vino sardo, negli ultimi 20 anni, è cresciuta in maniera esponenziale».

Anche Mauro Ladu , 37 anni, è tornato a Mamoiada dopo aver lavorato nella penisola e per alcuni anni a Mosca. «Quando lavoravo da dipendente in un ristorante di Cagliari – racconta – mi è venuto il desiderio di aprire un'attività tutta mia».

Mauro Ladu e Sara Tavolacci nel loro ristorante

«Con l'allora fidanzata Sara Tavolacci , che nel frattempo è diventata mia moglie e mi dato alla luce una bellissima bambina, pensavo di stare nel capoluogo sardo, visto che lei è cagliaritana. Ma quando abbiamo scoperto dagli studi di settore che il tipo di cucina che avevo in mente non era adatto alla realtà di quella città, è stata proprio Sara a propormi di tornare a Mamoiada. Io sto in cucina, lei si occupa della parte amministrativa. Abbiamo rilevato una cantina in disuso», prosegue Mauro, «l'abbiamo adattata e, nel dicembre del 2020, ho aperto il ristorante “ Abbamele Osteria ”, dove si propone la nostra cucina tradizionale rivisitata in chiave moderna, senza eccessivi stravolgimenti. Devo dire che la scelta ci sta premiando: oltre a numerosi turisti, arrivano molte persone dalle località più distanti dell'Isola. Mamoiada sta diventando una meta del turismo enogastronomico, e propone tante altre attrattive che stanno creando un'economia di tutto rispetto. La nostra attività si colloca bene in questo contesto».

Il settore della cultura non è rimasto a guardare. Perché nel paese dei Mamuthones e degli Issohadores non poteva mancare il suggestivo Museo delle Maschere Mediterranee.

«Dire che Mamoiada sia in controtendenza rispetto allo spopolamento ormai storico, è una esagerazione. Ma di sicuro stiamo arginando l’emorragia», spiega Rita Mele, responsabile del dipartimento educativo del museo. «Il settore vitivinicolo è certamente trainante, sta offrendo soddisfazioni e opportunità di lavoro soprattutto ai giovani. Più in generale, il nostro paese propone diversi motivi per venire a visitarlo. Uno di questi è certamente il Museo che la cooperativa Viseras gestisce. Nonostante le restrizioni della pandemia, nel 2020 siamo riusciti a registrare un buon numero di presenze. E quest’anno, che ancora non si è concluso, nei mesi estivi abbiamo staccato lo stesso numero di biglietti rispetto all’analogo periodo degli anni passati».

Rita Mele e alcune immagini del museo e di Mamoiada

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