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Covid, un diario dal margine del mondo

12 Ottobre Ott 2021 1148 12 ottobre 2021

Alver Metalli da otto anni vive in una delle “villas miserias” alla periferia della capitale argentina. Lavora nella parrocchia di padre Pepe, uno dei sacerdoti più popolari del paese. Qui ha affrontato la battaglia quotidiana al fianco dei poveri contro il virus. Ora ne ha tratto dei racconti. Molto rivelatori come evidenzia il titolo del libro: “Epifanie”. Da non perdere

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Villas Miserias
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Alver Metalli da otto anni vive in una delle “villas miserias” alla periferia della capitale argentina. Lavora nella parrocchia di padre Pepe, uno dei sacerdoti più popolari del paese. Qui ha affrontato la battaglia quotidiana al fianco dei poveri contro il virus. Ora ne ha tratto dei racconti. Molto rivelatori come evidenzia il titolo del libro: “Epifanie”. Da non perdere

In rapporto al numero degli abitanti l’Argentina ha avuto più morti per Covid dell’Italia e perfino del Brasile. Oltre centomila vittime su una popolazione di appena 44 milioni di persone. La “peste” non ha guardato in faccia nessuno ma ha mostrato il suo volto più crudele nelle baraccopoli che in Argentina chiamano “villas miserias”, città della miseria, nome la cui paternità sembra risalire ad un romanzo di Bernando Verbitsky pubblicato nel 1957 e titolato “Villa miseria. Tambièn es America”.

Per capire quanto è accaduto in questi mesi è preziosa la lettura dei “racconti di vita e di morte” pubblicati da Alver Metalli (“Epifanie”, Edizioni di Pagina). Sono racconti che prendono spunto dalla vita quotidiana di una di queste baraccopoli - La Carcova - durante il tempo terribile della pandemia. Non si tratta di uno studio sociologico ma di un diario in cui sono annotate storie, personaggi, esperienze vissute. Giornalista e scrittore metà italiano e (ormai) metà argentino, Metalli non è di passaggio nei quartieri più poveri e malfamati della periferia di Buenos Aires. Non ci ha messo il naso solo per realizzare un bel reportage o trovare ispirazione “toccata e fuga” per uno dei suoi apprezzati romanzi. Lui fra quelle casupole malandate ci vive, ha scelto di viverci, da otto anni. Scelta ardimentosa, perché nemmeno le ambulanze si avventurano a cuor leggero nei vicoli puzzolenti delle favelas argentine. Dove la quiete della notte è spesso rotta dall’eco sinistro di una sparatoria e la vita sembra valere meno di un centavo. Papa Francesco, che conosce bene l’autore del libro, ha raccontato così la scelta di vita di Alver: «Ha lasciato la sua bella casa in un quartiere residenziale di Buenos Aires per andare a vivere tra le catapecchie de La Carcova. Lo ha fatto perché è stato attratto dalla testimonianza di padre Pepe e ha sentito che così poteva meglio realizzare, con gioia, la sua vocazione cristiana maturata alla scuola spirituale di don Giussani e dei suoi Memores».

Padre Pepe è il parroco de La Carcova ed è anche uno dei sacerdoti più popolari in Argentina. Da molti anni realizza il suo apostolato nelle città della miseria, in un ambiente difficile e precario, rinunciando a molte delle comodità delle quali noi forse non potremmo più fare a meno. E rischiando spesso anche la pelle. Padre Jose Maria di Paola – questo il suo nome per esteso - ha ricevuto minacce di morte da narcos locali perché sottraeva loro ‘clienti’ negli Hogar de Cristo, ricoveri dove i tossici possono provare a liberarsi dalla droga. Non è un prete-antimafia, però, padre Pepe. È un prete e basta. Messe, battesimi, processioni, e una piccola comunità cristiana di cui fanno parte cartoneros (raccoglitori di cartone), lavoratori precari, disoccupati, uomini e donne del popolo, che col tempo è cresciuta e di molto: testimonianza di Cristo vissuta con umiltà e allegria, facendosi prossimo alle persone più povere ed emarginate.

Alver Metalli, approdato in Argentina oltre trent’anni fa, è diventato amico di padre Pepe e ad un certo punto della sua vita – nel 2013, non a caso l’anno dell’elezione pontificia di Bergoglio - ha sentito il desiderio di condividere la missione di questo sacerdote, senza abbandonare il suo mestiere di giornalista e scrittore, ma donando sempre più tempo al servizio della comunità cristiana che stava espandendosi nella baraccopoli.

C’è tutta questa storia, questa densità umana, dietro “Epifanie”, ed è bene conoscerla per apprezzarne meglio il contenuto. Un libro che assomiglia molto a un romanzo. Infatti il titolo “Epifanie” trae ispirazione letteraria dallo scrittore James Joyce che con questo termine intendeva un’improvvisa rivelazione spirituale, causata da un gesto, un oggetto, una situazione quotidiana, che sembrano apparentemente banali, “ma che svelano qualcosa di più profondo, di più significativo e inaspettato”. La rivelazione per Metalli è la solidarietà sbocciata all’interno della villa, come risposta alla violenza mortifera della “peste”. A mobilitarsi sono persone – uomini e donne - che vivono nella baraccapoli, non anime generose che vanno e vengono dai quartieri bene di Buenos Aires. Persone a cui il lockdown ha tolto il lavoro e la malattia ha tolto parenti e amici. Potrebbero starsene al sicuro, nelle loro abitazioni, invece rischiano tutti i giorni il contagio spostandosi all’alba verso la parrocchia di padre Pepe; un gruppo a sbucciare patate e preparare le verdure, un altro gruppo a cucinare, un altro gruppo ancora a lavare i pentoloni e sanificare i locali. E poi i volontari addetti alla distribuzione, all’aperto, in sei punti diversi della villa

E dietro la scelta radicale di vita dell’autore del libro cosa si nasconde? Un eroico altruismo, un innato spirito d’avventura, da soli, non potrebbero reggere nel tempo l’urto della realtà per nulla romantica delle “villas miseria”. Soprattutto non potrebbero rendere possibile – insieme - un realismo senza sconti e quell’ultima serenità, persino il sorriso, che traspare nello sguardo di chi scrive queste pagine. Metalli non ama parlare troppo di sé, da bravo cronista-testimone mette in primo piano le storie degli abitanti della villa e l’azione dei sacerdoti che fanno capo a padre Pepe. Con pudore, senza svelare nomi e dettagli, accenna a una foto che da 40 anni si porta appresso in ogni suo trasferimento latino-americano ed ora si trova nella stanzetta umida e assediata dai topi dove alloggia nella baraccopoli. Lo ritrae con don Luigi Giussani, suo amico e padre nella fede, alla terrazza di un aeroporto, in procinto di partire. Un lungo viaggio che non si è ancora esaurito e per ora sta facendo tappa in «un suburbio della periferia di Buenos Aires infettato, come tutto il mondo, da una peste che uccide e ancora non ha cura».

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