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Politica

Dalla crisi alla battaglia sullo stato di diritto: sfide e criticità per l’Unione europea

14 Ottobre Ott 2021 1235 14 ottobre 2021
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«Ci sono diversi nodi che ora vengono al pettine e rischiano di rendere quantomeno assai travagliata se non anche a rischio la rotta di Rinascimento intrapresa dall'Unione». Il punto di Luca Jahier sulle sfide che l'Europa si trova davanti: dallo scenario politico, allo stato di diritto, fino al tema delle migrazioni e alla crisi del gas

Le sfide e le criticità che l’Unione europea dovrà affrontare da qui alla prossima estate sono importanti e non mancano gli elementi di forte preoccupazione.

Certamente siamo forti dei risultati senza precedenti di questi primi due anni (quasi) della Commissione Von der Leyen, che ha dovuto affrontare la più grave crisi della storia dell’Unione. Risultati giustamente rivendicati nello Stato dell’Unione presentato lo scorso settembre, con una capacità inedita di unità, innovazione, tempestività ed efficacia delle azioni svolte, inserite in un quadro di rafforzata visione del ruolo e del futuro dell’Ue, sia per quanto attiene la sua volontà di autonomia strategica che per la volontà di svolgere un ruolo di leadership nella transizione climatica ed energetica ormai intrapresa con decisione. La risposta alla crisi pandemica e il successo indubbio della campagna vaccinale nel continente, con un impegno anche più consistente di altri verso altre regioni del mondo; la strategia di Ripresa e Resilienza e gli strumenti adottati in tempi record e già tradotti in piani operativi approvati e operativi per la grande maggioranza degli Stati membri, sono successi indubbi.

Luca Jahier

Ma ci sono diversi nodi che ora vengono al pettine e rischiano di rendere quantomeno assai travagliata se non anche a rischio la rotta di Rinascimento intrapresa.

In primis, lo scenario politico. I non semplici negoziati per la formazione di un nuovo governo in Germania dopo la fine della lunga e stabilizzante era Merkel; la campagna per le presidenziali francesi della prossima primavera; le turbolenze politiche che interessano un numero crescente di paesi centro- orientali, dalla Romania alla Bulgaria, dall’Austria alla Repubblica Ceca, per giungere alle elezioni ungheresi dell’aprile 2022; il rinnovo della presidenza del Parlamento europeo il prossimo gennaio, registra una crescente fibrillazione tra i gruppi politici e anche all’interno di alcuni di loro; le possibili tensioni per l’eventuale rinnovo del mandato al presidente del Consiglio europeo, il prossimo maggio 2022. Cui potrebbero aggiungersi ulteriori criticità sia nel caso del governo di minoranza in Spagna che nel caso italiano, di cui si hanno già i primi segnali significativi, anche legati alla scadenza del rinnovo della presidenza della Repubblica. Tutti elementi che perlomeno vedranno più “sola” la Commissione Europa e renderanno assai più complessi gli accordi sui principali dossier politici dell’Agenda europea, se non anche il loro probabile rinvio. Che non è certo una buona notizia.

In secondo luogo, la crisi sempre più acuta intorno alla pietra d’angolo della intera costruzione europea e cioè lo Stato di diritto e la questione della supremazia del diritto europeo sul diritto nazionale. Il caso deflagrante della Polonia, che configura una possibile, ma a mio modo di vedere improbabile, #Polexit aggiunge carne al fuoco già esistente, sia nel caso della Polonia che in quello dell’Ungheria. Dopo i rilievi della Corte costituzionale tedesca, anche recenti, la voragine diventa sempre più vasta e trova eco in posizioni non solo di movimenti sovranisti di tutta Europa, ma anche in posizioni di leader del calibro di Michel Barnier (sulle questioni dell’immigrazioni) e di non pochi governi del centro Europa. Questo fronte di conflitto sarà a mio avviso sempre più centrale, con divisioni politiche dalle conseguenze preoccupanti.

In terzo luogo, il dossier migrazioni e rifugiati che si trascina ormai da 8 anni, senza decisioni, unità e soluzioni all’altezza dei tempi. Il Patto presentato dalla Commissione ormai un anno fa non fa nessun passo avanti, gli elementi di divisione aumentano come dimostrato ancora dalla recente lettera dei 12 governi europei, appoggiati anche dal governo sloveno. E siamo ben lungi dal prendere sul serio la ormai certa gigantesca crisi dei “rifugiati climatici”, stimati per prudenza in 250 milioni di persone.

In quarto luogo, la inaspettata, ma prevedibile, crisi del prezzo del gas, con ricadute devastanti sul prezzo finale dell’energia, ma anche della complessa catena di approvvigionamento mondiale delle materie prime e dei lavorati necessari ad assicurare la transizione digitale ed energetica in corso. Un duro colpo alle rosee prospettive della ripresa post-pandemica in corso, per il tessuto produttivo e i consumatori finali, con un consistente impatto sulle fasce più povere e sulle regioni più marginali dell’Ue, creando resistenze non secondarie all’agenda della transizione energetica in corso e al pacchetto “Fitx55”, col rischio di proteste sociali estese, prontamente sfruttabili dai tanti movimenti antieuropei e sovranisti di tutta Europa. Aspettiamo il prossimo momento della verità della Conferenza sul clima di Glasgow.

Nodi di crisi che non favoriranno certamente altri due dossier rilevanti dell’Agenda europea: la riforma del Patto di stabilità e crescita, per il quale il dibattito sta cominciando ad entrare nel vivo, con i posizionamenti dell’Ecofin di settembre e la promessa, per quanto ancora limitata, dell’Unione Europea della Difesa.

Certo gli elementi di divisione non sono mai mancati nella travagliata costruzione europea, che è pur sempre avanzata. Ma la rilevanza di alcuni di quelli richiamati rischia non solo di impedire quella unità di intenti efficace e percepita dei primi due anni, ma anche di mettere a rischio il conseguimento di quei risultati di trasformazione, autonomia strategica e rafforzamento del ruolo dell’Ue, al suo interno e verso l’esterno, che è stata la promessa e la cifra del percorso europeo in questa prima metà della legislatura, iniziata con le elezioni del maggio 2019.


*Luca Jahier è stato presidente CESE dal 2018 al 2020
L'articolo è di Euractiv.it

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