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Innovazione sociale

Lavoro agile o smart working, purché si resti al Sud

14 Ottobre Ott 2021 1312 14 ottobre 2021
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L'esperienza di South Working alla luce della pandemia rispecchia una tendenza a livello mondiale. Stanno cambiando, per molti, le modalità di lavorare: alcuni preferiscono farlo da casa, per gestire meglio la famiglia e la casa; altri optano per gli spazi condivisi, dove enti locali e associazioni svolgono un ruolo importante

Lo hanno definito in tanti modi, differenziandolo per alcuni aspetti logistici e di orario: telelavoro, smart working, lavoro agile o a distanza . È uno degli effetti dirompenti della pandemia da Covid-19, di sicuro non il peggiore. Alcuni enti della pubblica amministrazione e persino qualche azienda privata, in verità, avevano iniziato a sperimentare nuove modalità di lavoro da casa o da altre sedi ben prima della scoperta di questo virus. In buona parte dei casi, era stato registrato un aumento della produttività dei dipendenti, senza contare gli effetti positivi su traffico e inquinamento urbano (magari non sulla socialità, ma tutto non si può avere).

Molti datori di lavoro hanno preferito tornare alla “normalità”, cioè al passato, mentre altri hanno prorogato di qualche mese e stanno alla finestra. Perché è vero che i risultati non sono stati omogenei e confortanti dappertutto. E qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Ma è interessante ciò che è accaduto nel meridione d'Italia e che una ricerca dello Svimez ha messo in risalto. Nel corso del 2020, circa 45mila lavoratori di grandi aziende e centomila persone in totale – su due milioni di occupati meridionali che lavorano nel Centro-Nord – sono tornate al Sud per affrontare la pandemia lavorando da remoto. Sono iniziative che, pur in una fase embrionale, presentano alcuni elementi ricorrenti, come l'attivazione e il sostegno delle amministrazioni comunali che di frequente mettono a disposizione edifici pubblici sottoutilizzati o dismessi, consentendo di usare questi locali non solo come spazi di lavoro ma anche come luoghi di attivazione di competenze e risorse a favore dello sviluppo locale. Questo probabilmente è l'aspetto più interessante, in quanto le scelte localizzative non dipendono soltanto dalle caratteristiche tecniche e organizzative dell'attività lavorativa svolta bensì dai servizi, dalle risorse e dalle opportunità offerte dai singoli territori per i progetti di vita dei propri residenti. Nel prossimo mensile di Vita approfondiremo questo aspetto. Qui, invece, posiamo la lente d'ingrandimento sul crescente fenomeno di “South Working - Lavorare dal Sud”, una realtà che sinora ha aperto succursali in buona parte dell'Italia e mappato oltre 230 presidi di comunità .

Mario Mirabile, vicepresidente esecutivo di South Working

«È un fenomeno in crescita, che probabilmente subirà una flessione fisiologica nei prossimi mesi ma che ormai appare consolidato», spiega Mario Mirabile , vicepresidente esecutivo di South Working. «Da mesi, le principali testate mondiali e nazionali parlano di questa tendenza, che la pandemia ha accentuato in maniera esponenziale. Che cosa è accaduto? Durante e dopo il lockdown del 2020, tantissime persone hanno acquisito una differente consapevolezza di ciò che è davvero importante per loro: parliamo della qualità della vita, dei luoghi dove è preferibile abitare e lavorare, degli affetti, del tempo libero e di quello che dobbiamo dedicare a noi stessi. Nelle nostre interviste, stiamo riscontrando un nuovo aspetto: molti lavoratori e lavoratrici stanno abbandonando il vecchio posto di lavoro per dedicarsi ad altre attività che consentano loro di vivere in una dimensione più equilibrata e confacente alle loro esigenze. Le differenze tra le diverse modalità di lavoro sono talvolta marcate, a seconda delle necessità del datore di lavoro ma anche degli incastri che i dipendenti devono ricercare, per esempio nella gestione dei figli o di familiari da assistere. Ecco perché per molti è difficile tornare indietro, dopo l'esperienza di questo anno e mezzo. South Working propone diverse opportunità di intervento, non ci interessa la gestione diretta degli spazi (che di solito è appannaggio di una rete composta da enti locali, Associazioni e realtà culturali e museali), piuttosto garantiamo una serie di servizi. Vediamo nel lavoro agile da presidi di comunità uno strumento utile a ridurre il divario economico, sociale e territoriale nel Paese, in grado di migliorare la qualità della vita delle persone e dei territori.

South Working si concentra, in particolare, sul rilancio e sulla promozione del Meridione e delle aree interne dell'Italia. Tuttavia, l'Italia intera può trarre beneficio dal progetto, attraendo talenti dal resto del mondo. Si basa sulla volontarietà degli spostamenti di lavoratrici e lavoratori, infatti contrasta i piani di delocalizzazione forzata del lavoro. Inoltre, non difende la possibilità di riduzione dei salari in base al costo della vita nei territori di destinazione. South Working promuove percorsi di formazione adeguata per i cosiddetti “South worker”, finalizzati al mantenimento di un sano equilibrio tra vita privata e lavoro, condizioni di lavoro ottimali e alti standard di produttività, non più associati alla mera presenza fisica dei dipendenti nelle rispettive sedi .

«South Working – sottolinea Mirabile – non promuove il lavoro da casa in quanto tale, ma mira a stimolare lo sviluppo di spazi urbani, anche di coworking, in cui tenere insieme la dimensione lavorativa e sociale. I coworking sono intesi come presidi di comunità, in cui la partecipazione attiva e la collaborazione intergenerazionale assumeranno un valore centrale».

Nei prossimi giorni seguiranno alcuni focus su esperienze esemplari di South working

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