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Senato

CIDU:« Necessario trovare un equilibrio tra sviluppo economico e diritti umani»

2 Dicembre Dic 2021 0927 02 dicembre 2021
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Alla presentazione del rapporto annuale del Comitato interministeriale per i diritti umani (CIDU) su “Impresa e diritti umani” alla Sala Capitolare del Senato, è emerso quanto sia necessario raggiungere l’obiettivo di un modello economico che metta al centro la persona e i suoi diritti. Per realizzarlo, il presente Piano d’azione, che dà attuazione ai principi guida dell’Onu, verrà rinnovato fino al 2026. Vita ha seguito l'iniziativa in Senato

L’Italia è stata fra i primissimi Paesi al mondo ad aver recepito le linee guida delle Nazioni Unite su impresa e diritti umani, adottate nel 2011 dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu di Ginevra. Il nostro Paese si è dotato nel 2016 del Piano di azione nazionale su impresa e diritti umani, su iniziativa del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), per dare attuazione alle linee guida.

«Il CIDU, istituito nel 1978, è l'organismo di raccordo sui diritti umani del nostro esecutivo. Si tratta di un istituto voluto dal ministero degli affari esteri, che svolge un'azione importantissima in termini di coordinamento e di spinta propulsiva per la promozione dei diritti umani in Italia». Così Giorgio Fede, presidente della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani del Senato, che ha promosso la presentazione del Rapporto annuale del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani, nella Sala Capitolare del Senato, in Piazza della Minerva. Tema scelto per la giornata: il rapporto tra impresa e diritti umani.

Giorgio Fede, senatore e presidente della Commissione diritti umani del Senato

«C'è un evento in particolare che ha portato questo tema all'attenzione internazionale», ha spiegato il senatore Fede. il 24 aprile 2013 a Savar, nella periferia nord-ovest di Dhaka, in Bangladesh, è crollato un edificio in cui si trovavano molte realtà produttive dell’industria tessile. Il crollo causò la morte di 1134 persone e circa 2500 feriti. Il cammino della Commissione per i diritti umani del Senato si è intrecciato con quanto è avvenuto dopo quella terribile tragedia. Un anno dopo il crollo l’associazione Abiti Puliti, molto impegnata su questo come su altri temi, fu ascoltata in audizione alla Commissione che si impegnò affinché le aziende italiane coinvolte nel crollo aderissero all’accordo per il risarcimento delle vittime del Rana Plaza». (..) «La comunità internazionale si era già precedentemente occupata della responsabilità sociale delle impres», osserva Giorgio Fede. Nel 2011 il consiglio dei diritti umani dell'Onu di Ginevra aveva adottato i principi guida su impresa e diritti umani. Questi principi hanno poi trovato spazio nell’ Agenda 2030 e negli obiettivi di sviluppo sostenibile. Sto pensando all’obiettivo n.8 : “Incentivare una crescita duratura, inclusiva e sostenibile e un lavoro dignitoso per tutti”. E mi riferisco all’obiettivo n. 10: “Ridurre l'ineguaglianza di e fra le nazioni” (..) «L’italia si è dotata nel 2016 di un Piano di azione nazionale su impresa e diritti umani, che proprio quest’anno è in scadenza e sarà rinnovato. Di questo si è parlato in occasione dell'incontro con la commissione diritti umani del Senato avuto a settembre con il presidente del gruppo di lavoro dell’Onu su impresa e diritti umani, il professor Surya Deva».

Il Piano d’azione attuale su impresa e diritti umani è nato per andare incontro all’esigenza di trovare un equilibrio tra sviluppo economico e il rispetto dei diritti umani, e avviare l’attuazione dei Principi guida dell’Onu del 2011 su imprese e diritti umani. Il senatore Fede ha concluso la sua presentazione lasciando un interrogativo ai relatori dell’evento: «E’ possibile immaginare un modello economico che protegga il profitto come volano di crescita e sviluppo e metta allo stesso tempo al centro la persona umana e i suoi diritti?».

Fabrizio Petri, ministro plenipotenziario e presidente del CIDU

«L’Onu guarda a meccanismi come il CIDU, che in termini onusiani sono definiti come meccanismi nazionali di reporting e follow up, con grande interesse perché ritiene che consentano, nel momento in cui tutti i Paesi del mondo li hanno- effettivamente parecchi Paesi al mondo li hanno ma non tutti- una più omogenea applicazione dei trattati dei diritti umani», ha spiegato il ministro plenipotenziario Fabrizio Petri, presidente del Comitato interministeriale per i diritti umani.

«Meccanismi come il CIDU sono considerati dall’ Onu uno strumento molto importante per la rule of law, ovvero per l'obiettivo 16 dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite». Il presidente Petri ha spiegato che l’azione di follow up del Cidu è considerata particolarmente rilevante da parte dell’Onu, tanto che l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha ricordato che una delle cose più importanti che l'Italia fa nel campo dei diritti umani sono proprio i piani di azione. Adesso il Comitato sta lavorando alla definizione del secondo Piano d’azione nazionale su impresa e diritti umani 2021-2026.

Il CIDU ha fatto una consultazione pubblica, per sapere cosa ha funzionato nel piano di azione in vigore, e avere nuove idee per il nuovo piano. In contemporanea alla definizione del piano c’è stata la visita in italia del gruppo di lavoro delle Nazioni unite sui diritti umani.«Questa visita è stata importante», ha detto Petri, «è stata la prima visita in assoluto che l'Onu ha fatto su questi temi in un Paese occidentale. Non a caso hanno scelto l’Italia perchè sapevano che stavamo facendo un piano d’azione». Inoltre, ha aggiunto, «le Nazioni Unite due anni fa nel documento ufficiale in cui veniva presentata la revisione periodica dell’Italia ci hanno dichiarato best practice come comitato perché facciamo grossi sforzi nei confronti di attori nazionali e internazionali, cercando di mettere tutto a sistema».

Non essendoci in Italia una commissione nazionale indipendente sui diritti umani «c’è un'attesa crescente della società civile di essere sempre più coinvolta. Pur non essendo noi indipendenti perché siamo espressione del governo cerchiamo di fare un lavoro di dialogo con la società civile». «Sebbene sia un documento su base volontaria, il piano d’azione su impresa e diritti umani è un tentativo che a livello globale tanti Paesi - più di trenta- stanno portando avanti nella consapevolezza che sia un strumento per favorire questo difficilissimo percorso di tenere insieme sviluppo e progresso e salvaguardia dei diritti umani»- ha spiegato il ministro.

Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo con delega a diritti umani e democrazia. Foto: Creative Commons

«Quest'anno si celebra il decimo anniversario dei Principi guida su imprese e diritti umani delle Nazioni Unite. L'adozione di quel documento nel 2011 ha dato una spinta che ha portato sempre più Stati a elaborare piani d’azione nazionali rivolti a implementare i principi guida all’interno della propria legislazione nazionale. Quindi sempre più imprese, organismi internazionali e della società civile, professionisti d'impresa hanno riconosciuto questi principi e hanno introdotto procedure di due diligence aziendale, consentendo quindi con sempre più successo alle vittime della violazione di ricorrere alla giustizia».
Così Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente del Parlamento europeo con delega a diritti umani e democrazia.

«Questo è un processo che è stato fortemente stimolato anche dall’esempio dell’Unione europea e dagli Stati membri. Penso in primis anche all’Italia, uno dei primissimi Paesi ad adottare il Piano nazionale su impresa e diritti umani, del 2016, mentre è in corso la redazione del piano per il 2021-2026». Il vicepresidente del Parlamento europeo ha affermato quanto sia importante, nella prospettiva di uno scambio sinergico, stabilire una linea di contatto regolare tra Bruxelles e Roma per fare sì che le misure nazionali delineate dal piano 2021-2026 procedano di pari passo con l’approccio europeo. «Il 10 marzo di quest’anno il nostro Parlamento ha adottato una risoluzione di iniziativa legislativa che raccomanda alla Commissione europea di avviare una proposta sulla due diligence aziendale, sulla responsabilità delle imprese»-ha affermato-. «Lo scopo della nostra risoluzione è influenzare la procedura più ampia avviata dalla Commissione sulla governance aziendale e sostenibile, che dovrebbe essere pubblicata a breve, prima della fine del secondo semestre del 2021. Nella nostra risoluzione abbiamo sostenuto la necessità di una legislazione vincolante».

«Una legislazione europea che va ad essere vincolante sulla due diligence delle imprese dovrebbe iniziare una vera e propria rivoluzione giuridica che risponde a un’idea tanto semplice quanto basilare: le multinazionali devono essere responsabili delle loro intere catene di produzione», ha affermato Castaldo. Ma questo non è il caso, - ha commentato. «Già dagli anni ‘90 le pratiche di delocalizzazione in particolare nel campo della tecnologia e dell'abbigliamento avevano attirato l’attenzione sullo sfruttamento dei lavoratori, anche minori, e sullo sfruttamento delle risorse in Paesi terzi. Sempre più spesso veniamo a conoscenza di aziende petrolifere, aziende del gas, alimentari, minerarie, le cui attività finiscono per provocare direttamente o indirettamente veri e propri disastri ambientali, e lo sfollamento di intere comunità dai propri territori ancestrali, o ancora inchieste su casi eclatanti di sfruttamento (..), come il caso del lavoro forzato della minoranza degli uiguri nello Xinjiang, da parte delle autorità cinesi». Il vicepresidente Castaldo ha precisato che «l'intensificazione del commercio internazionale e dello sviluppo tecnologico hanno portato molte società a subappaltare attività a fornitori locali e ad avvalersi di beni e servizi, nell'ambito delle loro catene di produzione, che sono prodotti in altri Paesi, quindi sottoposti a giurisdizioni diverse con ordinamenti giuridici diversi e livelli differenti di tutele e norme in tema di diritti umani, e quindi di conseguenza anche di applicazione delle stesse».

«Questa globalizzazione senza regole delle attività imprenditoriali ha aggravato l'incidenza negativa sui diritti umani- ha spiegato Castaldo. «Parlo in particolare di diritti sociali, del lavoro, dell'ambiente, della buona governance, dal momento che le grandi imprese multinazionali che operano su scala globale spesso non sono responsabili di nulla poiché tecnicamente di per sé non producono nulla . I loro fornitori possono violare i diritti umani, distruggere l’ambiente senza dovere rendere conto di fronte ai nostri tribunali. Queste pratiche potranno finire solo quando questi colossi affronteranno la giustizia in Europa per i crimini che vengono commessi nelle loro linee di produzione in Africa, in Asia, in America Latina. Per essere veramente efficaci le norme sulla due diligence non dovranno essere circoscritte all’attività della singola impresa, ma dovranno essere in grado di ricostruire e monitorare l’attività dei fornitori, dei subappaltatori e di tutte le imprese partecipate di ciascuna azienda». Il vicepresidente del Parlamento europeo ha concluso dicendo che si tratta di un compito chiaramente difficile, quanto mai arduo, «ma realizzabile avvalendosi anche di nuovi strumenti tecnologici, penso alla blockchain che consente di tracciare tutti i dati della catena di approvvigionamento».

Veronica Gomez, presidentessa di Global Campus of Human Rights

Veronica Gomez, presidente di Global Campus of Human Rights, il più grande network al mondo per l’educazione sui diritti umani, che comprende 100 università a livello globale, ha affermato: «Promuovere un approccio basato sui diritti umani per dare forma alla nostra economia globale e alla nostra cultura imprenditoriale dev’essere in cima alle agende locali e internazionali, dal momento che dobbiamo affrontare sempre più la crisi ambientale e le relative violazioni dei diritti umani, inclusi la schiavitù moderna e lo sfruttamento del lavoro, il lavoro minorile, condizioni di lavoro pericolose, land grabbing, degrado ambientale e deterioramento delle condizioni di vita, per citare solo alcuni esempi».

Il 16 luglio 2021, Global Campus of Human Rights ha organizzato la sua prima conferenza annuale sul “Global State of Human Rights” (Stato Global dei Diritti Umani), organizzata in collaborazione con il Parlamento Europeo. «La nostra considerazione principale emersa da questa giornata di discussione è che, sia in termini di diritti umani, sia in termini di salvaguardia del clima, non possiamo fare affidamento sulla volontarietà per far sì che le società adottino procedure di due diligence», ha spiegato Veronica Gomez, che è stata eletta, il 12 novembre 2021, giudice della Corte interamericana per i diritti umani (2022-2027).

«Dieci anni dopo l’approvazione dei principi guida Onu su imprese e diritti umani da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, la nostra esperienza collettiva mostra che un approccio meramente volontario non è efficace nell’implementare standard in ambito di diritti umani e sostenibilità ai livelli che la giustizia sociale e climatica esigono oggi. C’è quindi una chiara urgenza di legislazione che assicuri che le imprese promuovano un modello basato sui diritti umani e sostenibile». Gomez ha citato la direttiva su “Due diligence rules for business operations of EU companies” (“Regole di due diligence per le operazioni imprenditoriali delle società europee”), presentata dal Commissario Ue Reynders durante la conferenza sullo Stato globale dei diritti umani, e ha sottolineato come il Gruppo di lavoro dell’Onu su impresa e diritti umani sia incaricato di sviluppare un trattato vincolante per regolare le attività delle multinazionali e di altre imprese nel rispetto dei diritti umani. «Molti governi hanno preso l’iniziativa, come la Germania con la sua legge obbligatoria sulla due diligence adottata nel giugno del 2021». Veronica Gomez ha concluso su questo punto dicendo che «sono stati intrapresi dei passi promettenti da parte di stakeholder che cercano di dare l’esempio. Tuttavia queste azioni sono ancora promosse in un contesto di minacce al multilateralismo e di disastrosi effetti del cambiamento climatico».

Il Global Campus of Human Rights ha organizzato una serie di attività per sensibilizzare su questo tema e offrire opportunità educative, ha spiegato la presidentessa dell’istituzione. Che ha menzionato il Massive Open Online Course on Business and Human Rights, a cui hanno partecipato migliaia di persone da tutto il mondo. il MOOC si focalizza sulla protezione dei difensori dei diritti umani che lavorano, tra l’altro, su abusi relativi al mondo delle imprese, sulla due diligence, sulla protezione dei diritti dei bambini vittime di sfruttamento lavorativo. «E’ di particolare importanza che i difensori dei diritti umani siano percepiti come partner dalle imprese, per sviluppare politiche ambientali e sociali che portino a pratiche commerciali sostenibili, etiche ma anche economicamente vantaggiose. Con lo stesso spirito possono essere partner dei governi nello sviluppare legislazioni e procedure che rafforzino un approccio imprenditoriale basato sui diritti umani», ha chiosato Veronica Gomez.

Elena Sciso, professoressa ordinaria di diritto internazionale dell’Università Luiss

Elena Sciso, professoressa ordinaria di diritto internazionale dell’Università Luiss, ha spiegato come nel corso degli anni si siano succedute molte iniziative per promuovere la responsabilità sociale d’impresa. Come nel 1976, quando gli Stati membri dell’Ocse adottarono la prima versione delle guidelines su imprese e multinazionali. «Uno strumento che è stato sottoscritto anche da Paesi non Ocse e che è stato via via aggiornato per renderlo coerente con il quadro mutato dei rapporti economici internazionali e con i nuovi principi regolatori che si sono affermati in materia», ha spiegato Elena Sciso. È sempre degli anni ‘70 la dichiarazione tripartita di principio su imprese multinazionali e responsabilità sociale dell’Oil. Questa dichiarazione è stata rivista negli anni, l’ultima risale al 2017. «Nel corso degli anni si sono succedute molte iniziative»,-ha precisato la professoressa Sciso-, «anche da parte di Ong come Amnesty International e International Standardisation Organisation, che ha elaborato nel 2010 la norma ISO 26000».

«Non va trascurato», ha affermato Elena Sciso, «il ruolo svolto da istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale nel promuovere un comportamento virtuoso delle imprese, in conformità con riconosciuti standard internazionali, relativi alla tutela dei diritti umani e alla preservazione dell’ambiente. Questo obiettivo viene raggiunto dalle istituzioni finanziarie internazionali integrando questi standard internazionali all’interno dei loro criteri vincolanti che presiedono l’erogazione dei prestiti, in modo che al rispetto di questi criteri il beneficiario del prestito, che sia uno Stato o un’impresa, è tenuto in tutta la fase di progettazione e realizzazione del progetto finanziato dalla Banca Mondiale o dalla società finanziaria».

Elena Sciso ha poi spiegato che «a parte le iniziative delle organizzazioni internazionali economiche, tutti gli altri strumenti di cui abbiamo parlato sono strumenti di adesione volontaria delle imprese. Si chiamano codici di condotta, guiding principles, global compact, linee guida..: sono strumenti di soft law, non sono precetti normativi».

«Il ruolo dello Stato deve esprimersi anche, come sottolineano i guiding principles dell’Onu, nell'adozione di politiche legislative e provvedimenti normativi atti a tradurre in precetti vincolanti per le imprese quelli che sono gli standard elaborati dalle organizzazioni internazionali, per esempio adottando leggi, come quella tedesca», ha detto la professoressa Sciso. «Leggi del genere sono state adottate da Paesi europei, membri e non dell’Ue, come la Francia, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Germania, la Svizzera, la Norvegia. Iniziative del genere sono allo studio in Svezia, Finlandia, Danimarca, Lussemburgo… Queste iniziative legislative tendono a imporre alle imprese un dovere di due diligence, relativamente al rispetto dei diritti umani fondamentali e dell'ambiente, lungo tutta la catena di forniture».

La professoressa Sciso ha concluso rilevando che «a fronte di questo panorama internazionale così variegato e interessante, il quadro normativo italiano è carente, nonostante il lavoro eccellente svolto dal Cidu e dalla Commissione per i diritti umani del Senato. A dicembre scade il primo mandato triennale dell’Italia come membro del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Noi siamo uno dei tre paesi Ue che non ha creato la commissione indipendente sul controllo del rispetto dei diritti umani, ed è auspicabile che col concorso di tutti, governo, istituzioni, Parlamento, ma anche parti sociali, si possa andare avanti su questo camino atto a conciliare l’esigenza di difendere i diritti umani fondamentali dei lavoratori e lo sviluppo economico».

Foto di apertura: ©Sintesi/Avalon

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