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Papa Francesco torna a Lesbo l’isola della vergogna dell’Unione Europea

3 Dicembre Dic 2021 0903 03 dicembre 2021

Ci mette tutto il suo corpo, nel tornare domenica 5 dicembre 2021 sull’isola greca dopo il viaggio del 2016 che aveva scosso il mondo. Allora il papa aveva denunciato il dramma dei profughi bloccati sull’isola. Persone e famiglie che vivono in un limbo spaventoso, dove il gelo invernale e le torride estati si sommano agli incendi notturni dovuti alla poca sicurezza e alle violenze interne al campo, una sorta di mondo in miniatura dove la malvagità umana trova campo libero.

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Ci mette tutto il suo corpo, nel tornare domenica 5 dicembre 2021 sull’isola greca dopo il viaggio del 2016 che aveva scosso il mondo. Allora il papa aveva denunciato il dramma dei profughi bloccati sull’isola. Persone e famiglie che vivono in un limbo spaventoso, dove il gelo invernale e le torride estati si sommano agli incendi notturni dovuti alla poca sicurezza e alle violenze interne al campo, una sorta di mondo in miniatura dove la malvagità umana trova campo libero.

Dopo Cipro, ecco Lesbo. Dopo i muri fisici, “che sono da abbattere, per coltivare il sogno dell’unità”, Papa Francesco affronta i muri mentali, invisibili ma non per questo meno dannosi, capaci di generare “umanità ferita nella carne”.

Ci mette tutto il suo corpo, nel tornare domenica 5 dicembre 2021 sull’isola greca dopo il viaggio del 2016 che aveva scosso il mondo. Allora il papa aveva denunciato il dramma dei profughi bloccati sull’isola dalla miopia - travestita da burocrazia - dell’Unione Europea. Ed era ritornato in Vaticano con una dozzina di loro. Ora chissà, si parla di almeno 50 evacuazioni. In queste ore, oggi come cinque anni fa, le autorità greche stanno tirando a lucido il centro di accoglienza di Moria (che nel frattempo ha cambiato sede), nel maldestro tentativo di nascondere quello che è: un’anonima tendopoli a ridosso del mare dove vivono più di duemila persone di ogni età in condizioni devastanti, soprattutto a livello psicologico. C’è chi aspetta un pezzo di carta che sancisca il suo diritto di asilo da due o tre anni, dopo essere fuggito da guerre e persecuzioni. Persone e famiglie che vivono in un limbo spaventoso, dove il gelo invernale e le torride estati si sommano agli incendi notturni dovuti alla poca sicurezza e alle violenze interne al campo, una sorta di mondo in miniatura dove la malvagità umana trova campo libero.

Papa Francesco sa che la visita del 2016, seppur storica, non ha scosso abbastanza le coscienze della politica: le morti in mare continuano anche nel Mar Egeo - l’ultimo naufragio il 26 ottobre 2021, con quattro giovani vittime, tra i 3 e i 14 anni – e nuovi muri continuano a innalzarsi, si veda la situazione assurda tra Polonia e Bielorussia. Ancora, la Rotta Balcanica è da anni una macchia di vergogna per l’Unione Europea premio Nobel per la Pace: decine di migliaia di persone che, oltre a dovere camminare a piedi per mesi nei boschi, vengono vessate dalle autorità ai confini, su tutti quello in entrata verso la Croazia. Il pontefice sa che non bastano le denunce dei giornalisti e degli attivisti, non bastano le visite di quei pochi parlamentari europei che ci mettono la faccia nel protestare e chiedere un radicale cambio nell’accoglienza a queste persone (ci sono gli strumenti per accogliere in sicurezza, come la Direttiva 2001/55/CE, ma manca la volontà politica di applicarli), per questo torna a Lesbo con atti e dichiarazioni ancora più esplicite di quelle a cui ci ha abituato. “Il papà ci insegna la reciprocità.

Dobbiamo buttarci oltre la siepe, per incontrare l’altro”, indica don Virginio Colmegna, fondatore della Casa della Carità e promotore della campagna Ero straniero. Si sono buttati i volontari della stazione di Trieste, che medicano i piedi delle persone in arrivo dai Balcani, la cui solidarietà è stata criminalizzata ma di recente sollevata da ogni accusa. Si buttano, da anni, i soccorritori della navi umanitarie, anch’essi vituperati ma capaci di superare ogni attacco e rimanere ancora oggi là dove serve, a salvare vite. Si può buttare ciascuno di noi, quando non gira la testa dall’altra parte e continua a denunciare quanto sia assurdo tenere un proprio simile dietro un filo spinato.

Sognare un’umanità migliore: Francesco, ancora una volta, ci esorta. È tempo di gesti profondi. Come ha detto ieri a Cipro Papa Francesco: “Alimentiamo la speranza con la forza dei gesti anziché sperare in gesti di forza”

*autore de “L’isola dei Giusti. Lesbo crocevia dell’umanità”, Paoline 2017

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