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Covid-19

Dal 1 gennaio Figliuolo non manderà più i tamponi nelle RSA

9 Dicembre Dic 2021 1356 09 dicembre 2021
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Degani (Uneba Lombardia) «Si rischia di togliere la certezza dei test diagnostici agli ospiti delle RSA, è pazzesco. Intanto trovare i tamponi e chi li processa non sarà così semplice e comunque senza il coraggio politico di imporre una frequenza per questi tamponi… Lo Stato non può lasciare alla scelta di un privato una cosa del genere, perché significa delegare al proprio ruolo di garanzia della salute»

La comunicazione è arrivata oggi, inattesa e a ridosso della data a partire da cui le cose cambieranno. Dal 1 gennaio 2022, tra poco più di venti giorni, le RSA (come le altre unità d’offerta della rete territoriale extraospedaliera) dovranno provvedere in autonomia all’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuali e test diagnostici per il Covid-19. Da tale data cesseranno le forniture da parte della Struttura Commissariale.

«Si tratta di una scelta della Struttura Commissariale, legata al fatto che in questo momento al 31 dicembre finisce lo stato di emergenza per la pandemia», spiega Luca Degani, avvocato e presidente di Uneba Lombardia.

«Lascia senza parola l’idea di abbassare la guardia in questo momento sull’attenzione alla diagnosi infettiva precoce nelle Rsa. Dpi e test diagnostici non sono sullo stesso piano: è doveroso che un ente gestore si impegni al massimo per garantire la disponibilità di DPI, è un obbligo giuridico che è in capo in primis al datore di lavoro. Peraltro i DPI li abbiamo acquistati quasi tutti noi, dalla Struttura Commissariale in questo senso è arrivato poco. Il mercato dei DPI c’è ed è logico chiedere che un ente gestore dia tutte le protezioni». Ma tutta un’altra cosa, per Degani, sono i tamponi diagnostici per individuare precocemente eventuali positivi tra gli anziani. «Quelli sì che li ha forniti tutti la Struttura Commissariale, tantissimi. Sono uno strumento imprescindibile di garanzia della salute di chi vive nelle RSA. In questo modo si rischia di togliere la certezza dei test diagnostici agli ospiti delle RSA, è pazzesco».

Secondo Degani infatti in questo momento è quanto meno «complesso» riuscire ad avere non solo e non tanto forniture adeguate di test molecolari, ma anche accordi con laboratori che siano in grado di elaborarli e accertarli. «Siamo a metà dicembre e si parla del 1 gennaio, in una situazione in cui c’è una super richiesta di tamponi… Abbiamo visto tutti quello che sta succedendo nelle scuole, con la differenza che nella scuola il rischio è quello della trasmissione, nelle RSA il rischio è la letalità ed è incredibile che non si sia ancora capito che le RSA esigono un’attenzione molto diversa da qualsiasi altro luogo di vita», sottolinea Degani. Che succederà quindi? «Cambia completamente la chiarezza sullo screening sugli ospiti. L’ente gestore serio cercherà i tamponi e chi li processa, riducendo la propria marginalità. Ma un altro ente, dinanzi al fatto che la Struttura Commissariale non manda più i tamponi e che non c’è stato il coraggio politico di imporre una frequenza per questi tamponi… potrebbe fare una scelta differente. Lo Stato non può lasciare alla scelta di un privato una cosa del genere, perché significa delegare al proprio ruolo di garanzia della salute».

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