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Social innovation

Valutazione d'impatto sociale: tre provocazioni per il "dopo"

14 Dicembre Dic 2021 1000 14 dicembre 2021
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Per gli enti locali, per la Pubblica amministrazione, per le politiche del territorio cosa cambia davvero quando un'impresa sociale decide di fare una valutazione d'impatto? La valutazione d'impatto ha davvero a che fare con la trasformazione della realtà o resta ancora confinata all'ambito della narrazione? Il convegno di La Grande Casa ha affrontato questa domanda cruciale, in un momento in cui l'esigenza di innovare il welfare è centrale

Qual è davvero l’impatto della valutazione d’impatto? Che succede quando un Comune o un’Azienda speciale consortile hanno nel loro territorio una cooperativa sociale che accetta la sfida di misurarsi non in maniera estemporanea ma per provare ad assumere con ancora più convinzione il proprio ruolo di contribuire al benessere collettivo delle persone e del territorio? Cambia qualcosa o non cambia nulla? Coprogettazione e coprogrammazione sono un mantra buono per convegni e addetti ai lavori o sono davvero la sfida a cui Pubblica Amministrazione, enti gestori, imprese sociali, fondazioni sono – insieme – chiamate per costruire un nuovo welfare, in un momento in cui il welfare è tornato centrale come non mai? Cosa c’entra la valutazione d’impatto con la cooperazione sociale del futuro?

Sono queste le domande che hanno animato il dibattito attorno alla presentazione del progetto di ricerca “La Grande Casa Impact-Driven Organization”, che ha fatto la valutazione d’impatto della cooperativa sociale e del suo servizio di Educativa Territoriale Domiciliare Minori (ADM). Domande autentiche, a cui nessuno si è sottratto: il convegno così è stato un contributo di ragionamento che è andato ben oltre la presentazione di un percorso di ricerca. I lavori della mattinata sono integralmente rivedibili sulla pagina Facebook di La Grande Casa. Prezioso il contributo di tutti i partecipanti. L'assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano, Lamberto Bertolè ha richiamato il Terzo settore a condividere anche i fallimenti dei progetti e delle sperimentazioni, per generare gli apprendimenti necessari. Vincenza Nastasi (La Grande Casa), Lavinia Pastore (Open Impact) e Silvio Premoli (Università Cattolica del Sacro Cuore) hanno presentato nel dettaglio la valutazione d'impatto del servizio target. Stefano Granata (Confcooperative Federsolidarietà) e Luca Pacini (Anci) hanno riflettuto sulle implicazioni a livello nazionale di un orientamento open impact, con l'annuncio dell'avvio di un ciclo formativo di 18 mesi sulla coprogettazione e coprogrammazione prevista dalla riforma del Terzo settore, a cura di Anci in collaborazione con il Ministero delle Politiche sociali. Altri due panel hanno approfondito la dimensione delle implicazioni per la governance locale, con Guido Agostoni (Anci Lombardia) e Guido Ciceri (SER.CO.P. azienda speciale consortile) e per le fondazioni e la finanza pubblica, con Paola Pessina e Pierluca Borali (rispettivamente presidente e segretario generale della Fondazione Comunitaria Nord Milano), Annalisa Gramigna e Paolo Pezzana (Ifel). Qui i passaggi di alcuni interventi di una mattinata che davvero ha acceso i riflettori sulla necessità di andare oltre anche alla coprogettazione, verso la coproduzione.

Valutare come “dare valore”

Liviana Marelli, La Grande Casa

«Il processo scelto dalla cooperativa, orientato alla valutazione dell’impatto sociale, non è un esercizio formale di stile. È una scelta politica, strategica, di prospettiva nell’anno dei 30 anni della 381/91. È una scelta che risponde allo “specifico” della cooperazione sociale e al mandato normativo di co-costruzione del bene comune e del sostegno all’esigibilità dei diritti per tutti», ha detto in apertura Liviana Marelli, presidente di La Grande Casa. «Risponde al ruolo e all’identità della cooperativa sociale di essere soggetto della comunità locale, soggetto che assume e esercita una funzione pubblica e che non è mero esecutore di prestazioni sociali ma che è capace di assumere responsabilità sociale. “Valutare” significa “dare valore” e non meramente misurare e giudicare. Pensiamo allora si debba passare da una logica puramente “rendicontativa”, basata sul controllo della trasparenza (doverosa) e sulla presentazione di documentazione adeguata e appropriata, a un contesto in cui il Terzo settore deve saper individuare una metrica sufficientemente precisa e saggia tale da garantire il rispetto dell’identità della cooperazione sociale e contestualmente valorizzare gli elementi e i percorsi di innovazione e di evoluzione sociale di cui le imprese sociali si fanno portatrici e rendere chiaro e evidente il valore aggiunto prodotto».

Una visione culturale e politica per l’impatto sociale

Luigi Corvo, Roma Tor Vergata

«Il primo punto è mettere l’impatto sociale dentro una visione culturale e politica. Bernard Stiegler mette a confronto la miseria simbolica delle pratiche estrattive e la ricchezza delle pratiche inventive. L’impresa è un soggetto desiderabile nella nostra società perché riesce a prendere delle risorse scarse per farne un di più. Il di più che si genera tra input e output è ciò che rende l’impresa desiderabile, non solo in economia ma anche nella società. C’è una dimensione intrinsecamente sociale nella dimensione di impresa: quasi non serve l’aggettivo sociale accanto alla parola impresa, perché il suo essere sociale è intrinseco nella sua capacità moltiplicativa di valore, non in termini di massimizzazione del profitto ma nel passaggio dal paradigma della scarsità a quello dell’abbondanza», ha esordito, dando la cornice dell’incontro, il professor Luigi Corvo, docente all’Università di Roma Tor Vergata e cofounder di Open Impact, che ha curato la valutazione d’impatto di La Grande Casa. A lungo il valore prodotto da un’impresa però è stato catturato solo dalle metriche finanziarie: «Non essendo in grado di catturare allo stesso modo le dimensioni del valore sociale e ambientale è avvenuta una assimilazione del valore aggiunto alla matrice finanziaria del valore aggiunto».

Vogliamo rimuovere le barriere tecniche – cioè gli alibi – per una concezione più aperta e circolare del valore. Questo è il compito oggi di chi fa ricerca, rimuovere l’alibi tecnico e mettere il decisore politico dinanzi alla intenzionalità. Ora che un soggetto - la Grande Casa, oggi - è in grado di mostrarti il suo valore sociale, tu decisore politico che fai? Continui ad assumere le decisioni come facevi prima o ne tieni conto?

Luigi Corvo

Se riteniamo quindi che il valore sia un concetto integrato e non coincida solo con il valore finanziario, il compito della ricerca oggi è quello di significare il valore sociale e ambientale, offrire una capacità diffusa di tecniche e competenze per misurare le altre due dimensioni di valore: «Vogliamo rimuovere le barriere tecniche – cioè gli alibi – per una concezione più aperta e circolare del valore. Questo è il compito oggi di chi fa ricerca, rimuovere l’alibi tecnico e mettere il decisore politico dinanzi alla intenzionalità. Ora che un soggetto - la Grande Casa oggi - è in grado di mostrarti, con delle metriche e con una logica di interpretazione delle metriche, il suo valore sociale, adesso che il tuo set di conoscenze si è allargato rispetto a prima, tu decisore politico che fai? Continui ad assumere le decisioni come facevi prima o ne tieni conto?». Con una precisazione, che Corvo ha molto sottolineato: «Il nostro obiettivo è modificare la realtà, non addobbare di ulteriori narrative sterili ciò che una organizzazione rendiconta. Se l’impatto lo svuotiamo di questa capacità applicativa, rischiamo di entrare in un mega hype, come quello che stiamo vivendo sulla sostenibilità». Il terzo punto messo a fuoco dal professore riguarda la consapevolezza che nella misurabilità del valore sociale e del valore ambientale oggi c’è una distanza, tale per cui «noi abbiamo dato per scontato che esista un Green New Deal e che non esista un Social New Deal, che esista un ecobonus al 110% e che non ci sia nelle logiche del policy maker e del legislatore l’idea di una riqualificazione sociale con un bonus al 110%. Il gap di misurabilità e di evidenze si traduce poi in un gap di costruzione politiche e quindi di cicli di investimento. Come possiamo fare la stessa cosa sull’impatto sociale? Qual è la strada?».

Identità collettiva, la grande sfida per la cooperazione matura

Stefano Granata, Confcooperative Federsolidarietà

Le cooperative più strutturate questa domanda se la stavano ponendo già da qualche anno, ma ora con la pandemia è divenuta impellente: “Quale è oggi il mio ruolo, come cooperativa, all’interno della mia comunità? Stiamo celebrando i 30 anni della cooperazione sociale, e l’articolo 1 dice che la finalità della cooperazione non è erogare servizi ma perseguire il benessere, di natura inclusiva, di quella comunità. Quindi è un processo di coinvolgimento delle risorse della comunità, dove la cooperativa è un collettore che attiva processi. Le cooperative nascono per co-costruire percorsi, con una visione anche profetica perché introduce il concetto della mutualità esterna, importante perché la cooperativa non risponde ai bisogni dei propri soci o dei beneficiari dei propri servizi, ma alla comunità intera», ha ricordato Stefano Granata, presidente di Confcooperative Federsolidarietà. «La cooperazione sociale ha avuto un impatto fortissimo in Italia perché è stato un movimento giovanile, che ha concretizzato con declinazione imprenditoriale una certa idea di cambiamento del mondo. Non è un tema distante dalla valutazione d’impatto, perché se chiediamo a una persona della mia età e a un giovane quali sono gli indicatori che vanno a leggere le questioni cruciali della comunità, essi sono totalmente diversi. Questa azione di innovazione di cui tutti sentiamo la necessità richiede alcune attitudini: il coraggio di osare, nuove competenze, il guardare all’orizzonte e non alla questione contingente, l’entusiasmo… Sono tutte caratteristiche che hanno anche un requisito anagrafico. I giovani hanno diritto ad avere campi aperti, come li abbiamo avuti noi, per fare ciò che vogliono loro, non per rifare ciò che abbiamo fatto noi. Marracash – che sa leggere molto bene la realtà – dice che oggi siamo tutti molto impegnati a difendere le nostre identità ma abbiamo perso di vista quella collettiva. Se oggi c’è un compito per la cooperazione sociale, è quello di rimboccarsi le maniche per riconnettere un’identità collettiva, di cui c’è una domanda pazzesca. Il welfare non è fuori da questa identità collettiva. E non dobbiamo ricostruirla, ma costruirne una nuova».

I big data del welfare come bene comune

Paolo Pezzana, Fondazione IFEL

Il dato di realtà, di cui diversi Comuni stanno prendendo atto, è che il welfare locale chiede una continua crescita annua della spesa: spesa che non solo non raggiunge i nuovi bisogni ma non genera nemmeno un miglioramento della risposta ai bisogni esistenti. Dinanzi all’insostenibilità di un sistema del genere, che anche se avessimo risorse infinite è una palese gestione non corretta delle risorse pubbliche, alcuni comuni del Nord Italia si sono messi in gioco, in un interessante progetto di Ifel – la Fondazione di Anci – battezzato WILL-Welfare Innovation Local Lab. Lo ha presentato Paolo Pezzana, responsabile del progetto. Tra i passaggi chiave c’è la capacità di muovere le risorse informali, un’offerta marketplace dei servizi e la riconfigurazione in senso outcome based dell’investimento pubblico. «È il terzo asse di innovazione per uscire dalla trappola di una crescente spesa a fronte dell’inefficacia dell'uso delle risorse. Basta comprare input, basta comprare prestazioni. I Comuni non devono più comprare ore – di assistenza educativa, di domiciliarità… – ma devono comprare il risultato che quella prestazione comporta: la Pubblica Amministrazione deve comprare outcome e per comprare outcome serve un sistema costruito bene, misurabile che ti dice che quel servizio produce outcome», ha detto Pezzana.

I Comuni non devono più comprare ore: la Pubblica Amministrazione deve comprare outcome e per comprare outcome serve un sistema costruito bene, misurabile che ti dice che quel servizio produce quegli outcome

Paolo Pezzana

Allora nelle valutazioni di impatto dei singoli soggetti, per quanto ben fatte, c’è qualcosa che manca: c’è un problema di benchmarking, ha detto Pezzana. «Un territorio che vuole ragionare in modo evidence based dovrebbe farsi carico di svilupparlo. Per farlo occorre una piattaforma che sia digitale ma al tempo stesso collegata con piattaforme fisiche, perché se non hai una piattaforma digitale oggi è difficile che le persone vadano dentro i luoghi fisici. Una piattaforma in cui l’animatore di comunità è importante quanto l’algoritmo. Questa piattaforma pubblica deve fare tre cose: dare dati ed evidenze in maniera costante, i big data utilizzati come bene comune; favorire i processi di ricomposizione e quindi avere dei luoghi fisici; avere un marketplace. Insieme ad Anci abbiamo provato a disegnarla e abbiamo fatto una proposta al Ministero dell’Innovazione tecnologica: una piattaforma all’avanguardia nel mondo per gestire tutto il welfare italiano».

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