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Pnrr, il Terzo settore non è un rammendatore sociale

15 Dicembre Dic 2021 1143 15 dicembre 2021

Uno stralcio dell'editoriale della sociologa dell'università di Torino e animatrice delle rete EducAzioni: " Il Terzo settore, viene sì evocato come possibile partner nella progettazione di servizi, ma ex post, dopo che è stato fortemente delimitato il campo in cui si vuole intervenire, ed anche solo relativamente ai contesti e i soggetti caratterizzati da marginalità. Come se questa fosse un inevitabile esito di fallimenti individuali, non anche di meccanismi sociali, e persino di politiche pubbliche che, quando non la ignorano, danno per scontata l’esclusione sociale come “danno collaterale” da rimediare ex post"

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Kyo Azuma X TJKVU1FJA Unsplash
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Uno stralcio dell'editoriale della sociologa dell'università di Torino e animatrice delle rete EducAzioni: " Il Terzo settore, viene sì evocato come possibile partner nella progettazione di servizi, ma ex post, dopo che è stato fortemente delimitato il campo in cui si vuole intervenire, ed anche solo relativamente ai contesti e i soggetti caratterizzati da marginalità. Come se questa fosse un inevitabile esito di fallimenti individuali, non anche di meccanismi sociali, e persino di politiche pubbliche che, quando non la ignorano, danno per scontata l’esclusione sociale come “danno collaterale” da rimediare ex post"

Il Pnrr è ricco di obiettivi, qualitativi e quantitativi. Manca tuttavia un’individuazione dei processi, e degli attori, che dovrebbero portare alla loro realizzazione. In alcuni casi, anche la stessa individuazione degli obiettivi sembra viziata da una visione molto riduttiva delle questioni in gioco. Come nel caso della missione 5, dedicata a Inclusione e Coesione, i cui sotto-ambiti sono, non solo fortemente eterogenei, ma anche sviluppati con un diverso grado di articolazione: a) politiche del lavoro; b) infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore; c) interventi speciali per la coesione territoriale. Basti pensare che all’ampiezza e pluridimensionalità del secondo ambito corrisponde una definizione molto stretta e limitata delle necessità individuate e degli interventi previsti. Così, sotto l’etichetta “infrastrutture sociali” ci si sarebbe aspettati di trovare la menzione dei servizi sociali territoriali e dell’assistenza sociale, che in Italia in molti luoghi è ancora carente. Invece questo tema è del tutto assente.

Si parla di potenziamento dei servizi sociali solo in rapporto alla non autosufficienza e limitatamente a una possibile riforma, se non smantellamento, per altro discutibile, delle Rsa, mentre non vi è nulla che colleghi i progetti relativi alla domiciliarità alle pratiche effettive che oggi la consentono, ovvero le cure familiari, con o senza qualche aiuto a pagamento. Quanto al Terzo settore, viene sì evocato come possibile partner nella progettazione di servizi, ma ex post, dopo che è stato fortemente delimitato il campo in cui si vuole intervenire, ed anche solo relativamente ai contesti e i soggetti caratterizzati da marginalità. Come se questa fosse un inevitabile esito di fallimenti individuali, non anche di meccanismi sociali, e persino di politiche pubbliche che, quando non la ignorano, danno per scontata l’esclusione sociale come “danno collaterale” da rimediare ex post. L’inclusione sociale, viceversa, non può essere concepita esclusivamente, e neppure prioritariamente, come un’azione riparativa, appunto, che viene dopo il danno. E il Terzo settore e l’associazionismo civico non possono essere concepiti e utilizzati come “rammendatori” sociali.

Per quanto riguarda i servizi educativi per la prima infanzia, nel Pnrr si destina per la prima volta una somma significativa (4,6 miliardi) al fine di creare 228mila posti aggiuntivi negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia (anche se queste ultime non avrebbero bisogno di ampliare il numero dei posti, bensì di rendere il tempo pieno effettivamente universale). Tuttavia non viene citato un target di copertura omogeneo a livello nazionale. Come ha osservato a suo tempo la sovra-rete EducAzioni, sarebbe invece necessario stabilire un target minimo di copertura dei servizi (33%), in gestione pubblica diretta o affidati in convenzione, per ciascuna regione ed anche nelle aree interne e periferiche, con accesso gratuito o semi-gratuito, in modo tale da favorire la frequenza dei bambini appartenenti a famiglie in condizione economica modesta. Bisogna quindi uscire dalla logica dei bandi, affidati alla capacità e imprenditorialità, oltre che alle scelte politiche, delle amministrazioni locali, per garantire il diritto dei bambini e delle bambine a risorse educative non esclusivamente dipendenti dalle condizioni familiari fin dalla prima infanzia. Occorre inoltre fornire sostegno tecnico alle amministrazioni locali per la progettazione e gestione di questi nuovi servizi, oltre a prevedere nel bilancio annuale i fondi per le spese di gestione. E occorre accompagnare la creazione di nidi ad attività di sostegno alle competenze genitoriali e all’acquisizione di una consapevolezza dell’importanza dell’educazione extra-familiare anche per i più piccoli. In altre parole, per rendere concreto l’obiettivo di aumento dell’offerta educativa per la prima infanzia al fine di contrastare le disuguaglianze.

Anche per il contrasto alla dispersione scolastica e alla povertà educativa, trattata nelle missioni 4 e 5, emerge un’importante criticità sia a livello di analisi sia, quindi, di proposte. Una delle principali cause dell’abbandono scolastico viene individuata nella mancata acquisizione di competenze di base. Il recupero di tali competenze diviene perciò l’obiettivo principale, come se, a monte della dispersione, non vi fossero fenomeni più complessi e talvolta intrecciati: PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI


*sociologa, università di Torino

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