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Donazioni Covid, quei milioni finiti su un binario morto

10 Gennaio Gen 2022 1614 10 gennaio 2022

Decine di milioni donati a enti pubblici (in particolare ospedali e regioni) non sono ancora stati destinati. Le cause? Duplicazioni, burocrazia e incapacità di gestione del fundraising. Un'anticipazione dell'inchiesta che apre il numero di VITA magazine di gennaio da oggi scaricabile dallo store digitale e da mercoledì in distribuzione nella sua versione cartacea. Con tutti i numeri del VII Italy Giving Report e un'antologia sul dono curata da Luigino Bruni

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Decine di milioni donati a enti pubblici (in particolare ospedali e regioni) non sono ancora stati destinati. Le cause? Duplicazioni, burocrazia e incapacità di gestione del fundraising. Un'anticipazione dell'inchiesta che apre il numero di VITA magazine di gennaio da oggi scaricabile dallo store digitale e da mercoledì in distribuzione nella sua versione cartacea. Con tutti i numeri del VII Italy Giving Report e un'antologia sul dono curata da Luigino Bruni

Decine di milioni donati a enti pubblici (in particolare ospedali e regioni) non sono ancora stati destinati. Le cause? Duplicazioni, burocrazia e incapacità di gestione del fundraising. Qui di seguito un'anticipazione dell'inchiesta firmata da Andrea Sparaciari che apre il primo capitolo del numero di VITA magazine di gennaio da oggi scaricabile dallo store digitale e da mercoledì in distribuzione nella sua versione cartacea.


Che fine ha fatto quel fiume di generosità (e quindi di soldi), alimentato dalle donazioni di centinaia di migliaia di persone, che tra il 2020 e il 2021 si è riversato su enti locali, regioni, comuni, ospedali pubblici...? E ancora: quelle donazioni liberali (che in tutto si stima abbiano superato il miliardo di euro, ma un tracciamento scientifico è di fatto impossibile) hanno posto le basi per strutture e servizi destinati a durare nel tempo? Oppure sono stati usati per le spese correnti? Ma, soprattutto, il settore pubblico era preparato alla mole di risorse che si è ritrovato per le mani? È stato in grado di gestirla? E se sì, come lo ha fatto? E, infine, per un donatore è possibile ricostruire il percorso di ogni euro dato? Sono alcune delle questioni che, a due anni dallo scoppio dell’epidemia, è venuto il momento di porsi. Soprattutto in considerazione del fatto che gran parte di questo fiume di risorse raramente ha lambito il Terzo settore, sfuggendo così alle consolidate norme di rendicontazione e analisi di valutazione che esso porta impresse nel proprio Dna. Un sistema codificato che, invece, il pubblico non ha. Non per cattiva volontà, ma per la mancanza di indicazioni univoche, prassi e regole condivise.

Il paradosso delle donazioni finalizzate


Analizzando l’andamento delle donazioni (sia in denaro che in attrezzature), per esempio, uno dei principali problemi emersi è stata l’assenza di un “centro decisionale” in grado di canalizzare i flussi lì dove ce n’era bisogno, evitando che le risorse si indirizzassero verso alcuni settori, lasciandone scoperti altri. Spesso il fiume della generosità è defluito senza argini né dighe. Così si spiega, ad esempio, il “paradosso delle donazioni finalizzate” inutilizzate. Si tratta di quelle donazioni gravate da un vincolo specifico che a volte non si sono potute utilizzare perché le norme non lo permettono. Il caso eclatante è stato l’Ospedale alla Fiera di Milano, il quale ha raccolto fondi ben oltre le necessità, costringendo Regione Lombardia o a restituire le donazioni al mittente, o a complicate architetture legali per renderli disponibili. Altro scoglio sulla strada della trasparenza, il fatto che a oggi un vero e proprio obbligo di rendicontazione per le pubbliche amministrazioni non c’è. O meglio, è previsto, ma scatterà solamente alla fine dello Stato di emergenza. Secondo il decreto “Cura Italia” (n.18 del 17 marzo 2020) tutte le Pa beneficiarie di donazioni liberali dovranno presentare trimestralmente un’apposita rendicontazione separata dei fondi confluiti sui propri conti Covid, e pubblicarle nella “Sezione trasparenza” dei rispettivi siti.

Il pattern della nuova cover di Vita

Ma lo stesso decreto stabilisce che l’obbligo scatti solo alla fine dello Stato di emergenza (originariamente prevista dal Governo per il 20 luglio 2020, poi spostata al 15 ottobre, quindi al 31 dicembre e oggi fissata al 31 marzo 2022). Quindi chi oggi — a emergenza ancora in vigore — ha pubblicato i dati, lo ha fatto di sua sponte. E, di converso, chi non ha pubblicato nulla, non è soggetto ad alcun tipo di richiamo o sanzione, proprio perché non era tenuto a farlo. Naturalmente dal 31 marzo prossimo le cose cambieranno e online si riverseranno milioni di dati quasi impossibili da verificare. Un compito immane che spetterà soprattutto ad Anac, ma dalla stessa Autorità nazionale anticorruzione fanno sapere che sarà difficilissimo controllare tutto. Quindi l’attività ispettiva avverrà o con controlli a campione, oppure con monitoraggi, oppure, in base a singole segnalazioni. Una condizione di incertezza che non aiuta certo le donazioni, evitabile se queste fossero passate per le strette maglie degli enti del Terzo settore.
Nonostante le evidenti lacune, Vita ha provato a fare un po’ di chiarezza, raccogliendo ed esaminando i dati disponibili e sollecitando risposte da quanti invece i dati li hanno conservati gelosamente. Ne è uscito un ritratto con luci ed ombre: PER CONTINUARE A LEGGERE CLICCA QUI


Nel secondo capitolo invece abbiamo dato spazio al racconto di alcuni dei migliori progetti messi in campo dalle organizzazioni della società civile. Dalla scuola agli homeless, dagli artisti a chi è rimasto senza lavoro: ecco sette campagne di raccolta fondi promosse dal Terzo settore che hanno costruito nuove infrastrutture sociali che resteranno al di là dei bisogni dell’emergenza sanitaria


Infine nel terzo capitolo abbiamo chiesto all’economista Luigino Bruni di indicare cinque testi fondamentali da rileggere oggi per capire l’economia di domani. Ecco le sue scelte. Con una chiosa finale dello stesso Bruni sull’invincibilità del dono

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