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La teoria del dono in 5 grandi classici: per capire l’economia di domani

20 Gennaio Gen 2022 0913 20 gennaio 2022

Sul magazine di gennaio, l'economista e scrittore Luigino Bruni propone un'antologia di letture indispensabili per riscoprire la natura del dono. Scrive: «Ogni tanto, è bene tornare al dono, alla sua grammatica e alla sua semantica, per impararle di nuovo, per non dimenticarle in un tempo come il nostro dove il prezzo e il contratto stanno occupando tutti gli spazi del vivere»

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Sul magazine di gennaio, l'economista e scrittore Luigino Bruni propone un'antologia di letture indispensabili per riscoprire la natura del dono. Scrive: «Ogni tanto, è bene tornare al dono, alla sua grammatica e alla sua semantica, per impararle di nuovo, per non dimenticarle in un tempo come il nostro dove il prezzo e il contratto stanno occupando tutti gli spazi del vivere»

Il dono non ha molti “classici”, sebbene sia una delle esperienze umane più classiche, perché più antiche, radicali, totali. Quando però andiamo a cercare nella storia delle idee autori che ne hanno parlato, facciamo l’esperienza della povertà. Forse perché è una parola prima della vita, inscritta nel cuore delle persone e delle relazioni umane e con tutto (il dono non è solo una faccenda umana: donano gli animali, donano le piante, dona la terra). Siamo talmente immersi nel dono e ricoperti da esso da non riuscire a vederlo né tanto meno ad avere la distanza terapeutica per parlarne. Non lo troviamo neanche nella Bibbia e nei Vangeli che sono soprattutto faccende di dono. Ce n’è talmente tanto da non riuscire a distinguerlo. Ed è bene che sia così — il dono si protegge dalle nostre manipolazioni nascondendosi.

Ogni tanto, però, è bene tornare al dono, alla sua grammatica e alla sua semantica, per impararle di nuovo, per non dimenticarle in un tempo come il nostro dove il prezzo e il contratto stanno occupando tutti gli spazi del vivere. Abbiamo così individuato cinque grandi autori, che hanno scritto su molte cose essenziali del vivere, e tra queste il dono.

Victor Hugo, non è in genere considerato un classico del dono, ma ha scritto un capitolo de I Miserabili che non può mancare in nessuna antologia sul dono, perché, oltre ad essere stupendo in umanità, ci mostra il profondo legame tra dono e per-dono. Un legame reciproco che c’è in molte lingue, e che ci fa capire la natura del perdono (che è una forma di dono), e quella del dono, che per durare nel tempo ha bisogno necessario del perdono. C’è una forte nota francese negli studi sul dono - Mauss, Derrida, Caillé, Marion, Alter.

Marcel Mauss, infatti, con il Saggio sul dono (Essai sur le don, 1924-1925), ha creato lo spazio della riflessione sul dono dell’ultimo secolo. Chiunque si sia occupato dopo di lui di dono non ha potuto fare a meno di dialogare con la sua opera, col dono come “fatto sociale totale”, col dono come relazione ternaria (dare-accettare-contraccambiare), con l’anima delle cose donate (lo hau) che grida quando il dono resta senza reciprocità, e con lo strettissimo legame tra dono e interesse, tra dono e scambio. E così quattro dei nostri “classici’”sono francesi.

Luc Boltanski ci parla dell’agape (forma dell’amore tipica del cristianesimo, diversa dall’eros e dalla philia), che lui impara da San Francesco e quindi dal Vangelo, e ci rivela una dimensione essenziale del dono, la sua capacità di liberarsi anche dalla necessità della contro-prestazione. C’è un tipo di dono, non tutti, quel dono che potremmo chiamare agapico, che supera la dimensione della condizionalità, che per Mauss è invece essenziale. Il dono sa essere più grande della già grandissima reciprocità, e quindi dar vita a relazioni diverse che non nascerebbero se ci muovessimo sempre dentro il registro della condizionalità.

Anche senza gratitudine, un tema al centro delle pagine di Marcel Hénaff, altro filosofo francese. La gratitudine è quasi tutto nella vita, ma qualche volta gli esseri umani sono capaci di cominciare ad amare, a donare e a donarsi, anche quando manca la karis, e non arriva mai.

Un tema che è al centro anche del passo di Seneca, un filosofo che è all’origine di una grande tradizione del pensiero occidentale che vede il dono — che lui chiama beneficio, un concetto che ha una vasta area di sovrapposizione con quanto noi moderni chiamiamo dono — come attivatore di relazioni orizzontali. Seneca, diversamente da Cicerone, non considera il dono soltanto né principalmente espressione di virtù pubblica nei confronti dello Stato (filantropia e donazioni), ma come grammatica interpersonale. Seneca poi sottolinea un aspetto decisivo in ogni atto genuino di dono: la perdita, cioè la mancanza di reciprocità, che è l’orizzonte sempre possibile dell’esperienza donativa, giungendo però a conclusioni inaspettate e molto vicine a noi. Buona lettura.

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