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Covid-19

Il pediatra torni a fare il medico. Basta burocrazia

26 Gennaio Gen 2022 1000 26 gennaio 2022
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«Il pediatra deve tornare a fare il pediatra. Visitare, diagnosticare, curare, prevenire. Non può passare la propria giornata a rincorrere scuole, laboratori, Asl e farmacie». Lo sfogo è di Antonio Di Mauro, pediatra. «Il carico su di noi è oltre misura»

«Il pediatra deve tornare a fare il pediatra. Visitare, diagnosticare, curare, prevenire. Non può passare la propria giornata a rincorrere scuole, laboratori, Asl e farmacie». Lo sfogo è di Antonio Di Mauro, un pediatra di Bari molto attivo nella divulgazione scientifica sui social. «Oggi purtroppo, invece, siamo troppo distratti dalla burocrazia e poco concentrati sulla clinica».

Alcuni giorni fa Di Mauro aveva pubblicato questo post:

Positivo a scuola —> chiamo il pediatra
Manca il Provvedimento di Quarantena —> chiamo il pediatra
Manca il Provvedimento di Isolamento —> chiamo il pediatra
Tampone in farmacia —> chiamo il pediatra
Tampone in laboratorio—> chiamo il pediatra
Tampone in ASL —> chiamo il pediatra
La ASL non chiama —> chiamo il pediatra
L’esito del tampone non viene caricato —> chiamo il pediatra
Il tampone si è perso —> chiamo il pediatra
La ASL non chiude il provvedimento —> chiamo il pediatra
La DAD non viene concessa —> chiamo il pediatra
La Scuola vuole un certificato —>chiamo il pediatra
Il greenpass non funziona —> chiamo il pediatra
Il datore di lavoro vuole una giustificazione per le assenze —> chiamo il pediatra.

«In queste settimane – ci racconta - il carico sui pediatri è oltre misura. Ci ritroviamo a dedicare una marea di tempo a pratiche burocratiche che poco hanno a che fare con la pratica clinica e la cura dei bambini ammalati. Chi ci rappresenta a livello nazionale deve aiutarci».

Foto di Kelly Sikkema by Unsplash

Di Mauro racconta una sua giornata tipo:

«Questa mattina ho aperto l’ambulatorio alle 8 ed ad attendermi c’erano 37 bambini che dovevano sottoporsi a tamponi antigenici perché contatti in ambito scolastico. Alcuni di loro erano terrorizzati, altri collaborativi. Ad alcuni ho dedicato pochi minuti, per altri invece è stato necessario spendere qualche momento in più, per calmarli con una canzoncina, un video, il racconto di una fiaba. Al loro fianco genitori stanchi, spazientiti, che non vedono l’ora di finire. Spesso inoltre sono confusi, ubriachi, da norme e protocolli che faticano a comprendere». La loro presenza va gestita, organizzata per fasce orarie. E ogni volta che si rileva un positivo, l’area tamponi creata in studio va sanificata e il camice va sostituito. Ci vuole davvero tanta pazienza e tanto tempo.

«Il problema comunque – spiega il pediatra- non è il numero di tamponi da fare. Il problema è tutto quello che l’organizzazione di questo sistema porta con sé. Una richiesta per effettuare il tampone non è un "click....e via"!», spiega. «Il sistema non è automatico. Bisogna collegarsi alla piattaforma regionale, per compilare la richiesta, e contemporaneamente al software di gestione dei pazienti. Occorre compilare tutti i campi: dai dati anagrafici, al numero di telefono dei genitori, il perché si chiede il tampone, chi lo chiede (la scuola? quale scuola? con quale codice?), chi lo esegue, a che ora lo esegue, se ci sono sintomi, quali sintomi, da quando sono presenti ecc. Dando per scontato che tutto funzioni perfettamente servono una decina di minuti per ogni richiesta. Se c'è un errore la ricetta non è modificabile, deve essere cancellata e rielaborata completamente. Tutto questo per ogni bambino che deve fare il tampone al T0 (tempo zero, entro 48 ore dal contatto con il positivo); il T5 (il tampone dopo 5 giorni) o il T10 (dopo 10 giorni). La procedura va rifatta anche nei casi sospetti, e quando occorre eseguire un tampone di fine isolamento e/o fine quarantena».

«Il problema comunque non è il numero di tamponi da fare. Il problema è tutto quello che l’organizzazione di questo sistema porta con sé. Una richiesta per effettuare il tampone non è un "click....e via"!»

Antonio di Mauro

Oltre a tutti questi documenti, ci sono le comunicazione rivolte e proveniente dall’Asl e dalle scuole. «Alcune mamme e alcuni papà telefonano perché dicono che la scuola ha richiesto un certificato speciale per attivare la DAD o la DID agli alunni positivi, quando la classe non è in quarantena. Vogliono essere sicuri che il bambino sia a casa per motivi riconducibili al Covid, e non perché la famiglia è in settimana bianca». In altre regione le famiglie chiamano il pediatra perché per chiudere un isolamento del bambino e poter tornare in classe non è sufficiente mostrare l’esito di un tampone negativo, ma serve un certificato del pediatra (o dell’asl) che certifichi il rispetto dei tempi di isolamento. «Per fortuna in Puglia la regione è intervenuta, riconoscendo che basta l’esito negativo, ma so che altrove i colleghi devo farsi carico anche di questa attività».

Poi ci sono le chiamate dei genitori che hanno bisogno di un certificato che attesti che il figlio è in quarantena o isolamento affinché venga loro riconosciuta la possibilità di fare telelavoro. O per accedere al congedo Covid. «E sono ancora carte». E quelli che chiamano perché il green pass non arriva.

Foto di Marcus Winkler by Unsplas

E poi ancora, aggiunge, ci sono le visite filtro (quelle di routine, i bilanci di salute che monitorano la crescita) e quelle dedicate ai bambini che non stanno bene per problematiche non connesse al Covid. «Sono circa una ventina al giorno. Le altre malattie non sono andate in vacanza e anche e soprattutto i bambini sintomatici hanno bisogno di tempo e di attenzione.

Infine, evidenzia, «noi pediatri siamo impegnati anche nelle vaccinazioni pediatriche. Domenica scorsa, ad esempio, ho vaccinato tutto il giorno nella palestra della scuola, trasformata in Hub pediatrico con altri 4 colleghi». La Puglia è infatti l’unica regione d’Italia in cui è possibile vaccinare gli alunni all’interno del contesto scolastico. «I risultati sono molto incoraggianti. Il 60% dei miei pazienti della fascia 5- 11 anni, ad esempio, ha già ricevuto la prima dose».

Per concludere, dice Di Mauro, «io non vorrei lavorare di meno. Vorrei soltanto lavorare meglio! Potermi dedicare a pieno ai miei bambini e alle famiglie, senza perdere tempo dietro le scartoffie e a richieste burocratiche che poco hanno a che fare con la medicina!».

Foto in apertura, CDC By Unsplash

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