#Quirinale

Le macerie dei partiti. Ed ora che succederà?

30 Gennaio Gen 2022 1143 30 gennaio 2022

L’elezione al Quirinale è spesso uno spartiacque per la storia politica del nostro Paese. Anche questa rielezione di Sergio Mattarella segna un punto importante, dopo il quale nulla sarà più come prima. Il sistema dei partiti esce a pezzi, così come le alleanze che si sono frantumate. È il tempo della ricostruzione e in questo Mattarella aiuterà

  • ...
Mattarella Accetta
  • ...

L’elezione al Quirinale è spesso uno spartiacque per la storia politica del nostro Paese. Anche questa rielezione di Sergio Mattarella segna un punto importante, dopo il quale nulla sarà più come prima. Il sistema dei partiti esce a pezzi, così come le alleanze che si sono frantumate. È il tempo della ricostruzione e in questo Mattarella aiuterà

Come spesso accade, l’elezione al Quirinale è uno spartiacque per la storia politica del nostro Paese. Anche questa rielezione di Sergio Mattarella segna un punto importante, dopo il quale nulla sarà più come prima. Il secondo mandato del Presidente uscente, vera garanzia iniseme a Draghi di una ripresa che può continuare senza pit stop, è maturato infatti “dal basso”, come dice Stefano Ceccanti, deputato pd e costituzionalista, o come dice Rino Formica, “ci hanno salvato i peones”, a fonte di un’incapacità dei leader e dei partiti di disegnare un percorso di dialogo e di decisione condiviso da tutti. Il Parlamento ha tagliato il nodo aggrovigliato fatto di nomi e di incontri riservati: una trama che non ha mai avuto la giusta trasparenza e il buon senso di una proposta credibile. Oggi i due principali responsabili di questa brutta figura, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, si stracciano le vesti “perché non è stata eletta una donna”, alludendo ad Elisabetta Belloni, dirigente dei servizi segreti. Non a caso all’interno di Lega e 5 Stelle si è aperta contro di loro una durissima verifica, che coinvolge anche rispettivamente il centro destra e il cosiddetto “campo largo” del centro sinistra. La saggia scelta del Parlamento ha fatto giustizia del loro comportamento, ma certo la crisi dei partiti è clamorosa. Nessun raggruppamento può dire di sentirsi esente da questa difficoltà.

Non la Lega. Matteo Salvini, il “citofonatore” com’è stato perfidamente ribattezzato in Transatlantico, è stato certamente il leader politico che ha peggio interpretato questa fase. Per lui questa corsa al Colle è come un Papeete 2. Consigliato anche questa volta da Denis Verdini, il capo della Lega ha distrutto il centro destra, ha compromesso l’alleanza di governo, ha dato a tutti l’impressione di essere tentato continuamente dall’inciucio con Giuseppe Conte. Il suo attivismo sui social, sui giornali e in tv è inversamente proporzionale alla sua capacità di azione e di sostanza politica. A lui toccava davvero il compito di king maker, l’ha vissuto nel peggiore dei modi.

Anche i 5 Stelle sono ora nel tormento. Giuseppe Conte ha condotto le trattative e formulato le proposte con un solo obiettivo: impedire l’elezione di Mario Draghi al Quirinale e intralciare tutti i “draghiani”, combattendo contro Luigi Di Maio. Un obiettivo neanche politico, che ha anzi dato l’impressione di essere personalistico, rancoroso e ondivago. Il tentativo di eleggere Elisabetta Belloni è stato spregiudicato ed è arrivato quasi in porto, bloccato da una rivolta di Leu, di Italia Viva e di mezzo Pd, che non potevano ammettere la responsabile in carica dei servizi segreti eletta Presidente.

Forza Italia è in grande difficoltà. Non solo perché alla fine ha finito per rivendicare autonomia rispetto alla folle gestione di Salvini. È un partito che adesso deve fare i conti con il declino inevitabile del suo fondatore, Silvio Berlusconi, al quale nessuno, a parte Gianni Letta, ha avuto il coraggio di dire apertamente ciò che tutti pensavano. E che ha vissuto il ritiro della sua candidatura come un trauma, che non doveva lasciare spazio a nessun altro pretendente candidato. I 70 franchi tiratori contro Elisabetta Casellati pesano come un macigno sulle spalle dei forzisti.

Anche il Partito Democratico di Enrico Letta, nonostante che il suo leader abbia coronato “il sogno” del Mattarella bis, esce ammaccato da questa tornata quirinalizia. Intanto per le sue divisioni interne, perché Dario Franceschini ha tenuto sempre un’altra linea rispetto al segretario (essendo esponente del Ttd, il partito trasversale del Tutto tranne Draghi). Ma soprattutto perché Letta è stato “tradito” almeno due volte: nel dialogo col centro destra (lui ha ammesso venerdì: “Mi chiedo sinceramente se ho fatto bene a fidarmi”) e soprattutto nel rapporto con gli alleati del “campo largo”, i 5 Stelle. In più di un’occasione ha dovuto difendersi dal loro doppio gioco. La prospettiva della grande alleanza, tanto spinta da Goffredo Bettini e Pier Luigi Bersani, sembra ormai quasi del tutto compromessa.

Italia Viva di Matteo Renzi e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni sono forse gli unici, che pur nella difficoltà di dialogo con le altre forze politiche, emergono non del tutto sconfitti da questi sei giorni. Ma in quale prospettiva si può configurare la loro azione futura? Se per la Meloni la questione riguarda l’eventuale rottura definitiva della coalizione di centro destra, per Renzi c’è l'enorme partita del centro del sistema politico, che certamente attende un’iniziativa comune.

La crisi dei partiti è anche crisi di sistema, di rapporto con la società civile. Il tempo che ci separa dalle prossime elezioni politiche del 2023 dovrebbe essere dedicato a questa ristrutturazione: alla definitiva uscita dal populismo e alla reinterpretazione della grande tradizione cattolica, democratica e liberale presente nella nostra Costituzione.

Nella Foto (da quirinale.it) Sergio Mattarella che accetta l'esito del voto dei grandi elettori consegnatoli da Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati

Contenuti correlati