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5 anni dal memorandum Italia-Libia. Amnesty: «Condizioni infernali per i migranti»

31 Gennaio Gen 2022 1021 31 gennaio 2022
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Negli ultimi cinque anni sono state oltre 82.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali

«Italia e Unione europea devono cessare di collaborare al ritorno dei migranti e dei richiedenti asilo nell’inferno della Libia». Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, alla vigilia del quinto anniversario degli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del mar Mediterraneo.

Negli ultimi cinque anni sono state oltre 82.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali.

Il Governo di unità nazionale della Libia continua a favorire queste violenze e a rafforzare l’impunità: ne è un esempio la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze.

“La cooperazione con le autorità libiche fa sì che persone disperate siano intrappolate in condizioni di un orrore inimmaginabile. Negli ultimi cinque anni Italia, Malta e Unione europea hanno contribuito alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all’ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata”, ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo.

“È davvero giunto il momento di porre fine a questo approccio vergognoso, che mostra un totale disprezzo per la vita e la dignità delle persone, e di dedicarsi invece ad attività di soccorso che assicurino lo sbarco delle persone in un luogo sicuro che, come ribadito solo pochi giorni fa dal segretario generale delle Nazioni Unite, non può essere la Libia”, ha aggiunto de Bellis.

L’assistenza dell’Unione europea ai guardacoste libici è iniziata nel 2016, così come gli intercettamenti in mare. La cooperazione è poi aumentata considerevolmente con l’adozione di un Memorandum d’intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017, e con l’adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell’Unione europea a La Valletta il giorno dopo.

Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione. Gli accordi sono stati seguiti dall’istituzione della zona SAR libica, un’ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso.

Queste azioni, in grandissima parte realizzate dall’Italia e finanziate dall’Unione europea, hanno da allora consentito alle autorità libiche di riportare sulla terraferma persone intercettate in mare, nonostante sia illegale riportare persone in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

In Libia i migranti e i rifugiati, sia dentro che fuori dai centri di detenzione, subiscono sistematicamente una serie di violazioni dei loro diritti, del tutto impunite, da parte di milizie, gruppi armati e forze di sicurezza.

Il 10 gennaio 2022 milizie e forze di sicurezza hanno sparato contro i migranti e i rifugiati che erano accampati di fronte a un centro di assistenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, a Tripoli. Le centinaia di persone lì arrestate si trovano ora nel centro di detenzione di Ain Zara, nella capitale libica, in condizioni insalubri e di sovraffollamento, sottoposte a violenze e private di quantità adeguate di cibo e acqua. I migranti e i rifugiati manifestavano fuori dal centro dall’ottobre 2021 per chiedere protezione, dopo un precedente raid delle milizie e delle forze di sicurezza al termine del quale migliaia di persone erano state arrestate e molte altre erano rimaste senza un alloggio.

L’Italia e l’Unione europea devono cessare di contribuire a queste violenze atroci e iniziare ad assicurare che le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo siano prontamente soccorse e trattate umanamente”, ha commentato de Bellis. “L’Unione europea e i suoi stati membri devono sospendere ogni forma di cooperazione che contribuisca a trattenere migranti e rifugiati in Libia e a far subire loro violazioni dei diritti umani. Chiediamo, al contrario, che si dedichino all’apertura di percorsi legali urgentemente necessari per le migliaia di persone intrappolate in Libia e che hanno bisogno di protezione internazionale”, ha concluso de Bellis.

Il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia scadrà nel febbraio 2023 ma sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità italiane non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022.

Amnesty International Italia continua a sollecitare il governo a sospendere e non rinnovare l’accordo, oltre che a chiedere al parlamento di avviare le opportune iniziative nei confronti del governo. L’organizzazione per i diritti umani ha anche pubblicato sul sito amnesty.it una petizione a sostegno dell’interruzione della cooperazione con la Libia.

Nel 2021 i guardacoste libici, col sostegno di Italia e Unione europea, hanno catturato in mare 32.425 rifugiati e migranti e li hanno riportati in Libia: di gran lunga il più alto numero finora registrato, tre volte superiore a quello dell’anno precedente. Sempre durante il 2021, 1553 persone sono morte o sono scomparse in mare nel Mediterraneo centrale.

In un rapporto del 17 gennaio 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite si è dichiarato “gravemente preoccupato” per le continue violazioni dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati in Libia, tra cui violenze sessuali, traffico di esseri umani ed espulsioni collettive. Il rapporto ha ribadito che “la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati” e ha ribadito la richiesta agli stati membri coinvolti di “rivedere le politiche che favoriscono gli intercettamenti in mare e il ritorno dei migranti e dei rifugiati in Libia”. Il rapporto ha anche confermato che i guardacoste libici continuano a operare con modalità che pongono in grave pericolo le vite e la salute dei migranti e dei rifugiati che cercano di attraversare il mar Mediterraneo.

Pur riconoscendo tali limiti, un rapporto interno del comandante dell’operazione navale dell’Unione europea “Eunavfor Med Irini”, reso pubblico dall’Associated Press il 25 gennaio 2022, ha confermato il proseguimento dei programmi di rafforzamento dell’operatività dei guardacoste libici.

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