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Gender gap

Maschio e femmina li creò: anche a scuola

17 Febbraio Feb 2022 1553 17 febbraio 2022
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Si fa un gran parlare di incentivare la frequenza delle facoltà STEM da parte delle ragazze. Ma non dovremmo forse, in parallelo, anche incentivare la presenza maschile nelle facoltà e nei mestieri tradizionalmente "lasciati" alle donne e svalorizzati come "non STEM"? Perché va bene che i lavori di cura i maschi non li facciano? E che la scuola sia femminilizzata?

Nel 2020 l’associazione degli industriali lombardi ha prodotto un report sul Gender Gap nelle facoltà STEM. L’intento, meritorio e condivisibile, è stato quello di capire quanto il genere femminile sia rappresentato nelle discipline STEM nel nostro Paese. Con questo acronimo di invenzione statunitense, STEM, si raggruppano le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la matematica: insomma le cosiddette discipline “dure”, tradizionalmente frequentate per la maggior parte da uomini.

Se guardiamo le iscrizioni all’università ben l’82% delle donne frequentano facoltà di discipline letterario, storico ed artistico, mentre a percorsi universitari tipo ingegneria elettronica e informatica abbiamo solo il 20%. Negli ambiti di studi sanitario e paramedico siamo al 71% di presenza femminile, mentre in generale nel raggruppamento scientifico, matematico e fisico abbiamo un risicato 21%. Assolombarda si avvale poi dei dati Eurostat per ampliare lo sguardo sui paesi a noi vicini. Per citarne un paio, in Francia solo il 31% degli iscritti alle discipline STEM è donna, mentre la Danimarca segna solo un lieve incremento portandosi al 33%. Assolombarda tira così le conclusioni: «Tuttavia, tali dati meritano delle precisazioni. Infatti, se è vero che vi sono tante donne nei corsi classificati come STEM, [...] si scoprono delle aree in cui il gender gap è decisamente accentuato. Non bisogna quindi pensare che l’obiettivo della parità dei sessi nei corsi STEM sia raggiunto».

Eppure queste statistiche fanno lo sbaglio di guardare solo ad un genere, tralasciando che “Dio li creò maschio e femmina (Genesi 1,27)”. Proviamo allora a vedere le cose dalla parte dell’altra metà del mondo. Allora ci renderemo conto che gli uomini iscritti a facoltà relative alle discipline letterarie, storiche ed artistiche sono solo il 18%, mentre ad ingegneria elettronica e informatica abbiamo invece un significativo 80%. Nel settore sanitario e paramedico le cose non vanno diversamente: solo il 29% degli iscritti è maschio, mentre nel raggruppamento scientifico, matematico e fisico si arriva ad un importante 79%. Inoltre, per stare allo scenario europeo, anche qui basta un semplice calcolo, che comunque il report degli industriali evita di fare, per capire che in Francia abbiamo un significativo 79% di uomini che pratica discipline STEM, mentre in Danimarca ci abbassiamo solo leggermente arrivando al 77%.

Dunque i problemi sono due. Il primo è: perché non impiantare anche politiche inverse? In altre parole per la parità di genere perché non incentivare gli uomini a iscriversi alle facoltà umanistiche ovvero NON STEM? La seconda questione è sottotraccia: sembrano contare solo le STEM, quel tipo di studi ad appannaggio dei maschi. L’autorevole filosofa Martha Nussbaum nel suo libro Non per profitto, dall’emblematico sottotitolo Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, dichiara la dimensione fondamentale per il progresso civile degli studi umanistici e artistici, per cui la loro frequentazione sarebbe ovviamente auspicabile anche per il genere maschile.

Ma considerare anche i maschi nella questione della parità di genere investe, tra l’altro, un settore importante, cruciale della società, come quello della scuola. Consideriamo i dati Eurostat dell’Italia al 2019. Scuola dell’infanzia: insegnanti donne 98,7%, uomini 1,3%. Scuola primaria: insegnanti donne 95,4%, uomini 4,6%. Scuola media: donne 72,3%, uomini 27,7%. Le cose non cambiano di molto nel contesto europeo. Abbiamo la performance interessante nella scuola primaria della Danimarca con il 68,3% di donne, ma comunque gli uomini sono una minoranza, il 31,7%, o della Spagna rispettivamente con il 60,8% e il 39,2%. Insomma la scuola è femminilizzata e nel nostro Paese lo è ancor di più. Peter Birch e David Crosier, della Commissione europea (Eurydice) hanno scritto un articolo dall'eloquente titolo: "Importa se gli uomini non insegnano?". Il giornalista Salvo Intravaia sulle pagine di Repubblica del 26.09.2018, dal canto suo, lanciava l’allarme per la scuola: “L'Italia è uno dei Paesi europei con la maggiore presenza femminile”. In conclusione ci domandiamo, di nuovo: perché le professioni di cura e educative devono coinvolgere solo le donne, allo stesso modo delle discipline svalorizzate in negativo con l’uso della dizione NON STEM? E ci chiediamo anche se il fatto che gli uomini non siano stimolati ad essere presenti in questi settori non sia un elemento che contribuisca al regresso delle società anche in termini di democrazia. Perché allora non implementare politiche a doppio senso: incentivare le donne dove sono sottorappresentate, facendo lo stesso per gli uomini? Le politiche di genere dovrebbero guardare alla parità tra uomini e donne, sia nelle STEM che negli studi umanistici. E, di conseguenza, la parità si dovrebbe conseguire anche nella scuola a beneficio delle studentesse e degli studenti e, più in generale, a beneficio di una società più giusta e inclusiva. Insomma le politiche di genere dovrebbero guardare ad ambedue le metà del mondo: maschio e femmina!

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Marco Orsi è ideatore del modello di scuola “Senza Zaino” iniziato a Lucca nel 2002 e presente attualmente in 640 scuole di 296 istituti in Italia.

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