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La politica smetta di anestetizzare il conflitto

4 Aprile Apr 2022 1500 04 aprile 2022
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Continuiamo la pubblicazione di contributi di pensiero sulle sfide contemporanee per il pacifismo. Andrea Ruggeri, professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Oxford, invita a ripartire dal conflitto: «La tendenza a non voler affrontare le tensioni conflittuali, anestetizzando il dissenso, è una delle sfide principali che chi crede nella pace e non-violenza oggi deve affrontare», dice. Segui il dibattito con l'hashtag #pacifismoannozero

«Dobbiamo ripartire dal conflitto. Tornare a ragionare sulla parola conflitto. È controintuitivo, perché a volte crediamo che conflitto sia l’opposto di pace. Invece credo ci sia necessità di ri-ragionare sul valore del conflitto perché troppo spesso evitiamo di discutere le differenze e le divergenze, tenendo nascoste le posizioni conflittuali. Evadere il conflitto può portare a una gestione violenta di esso, mentre la politica è gestione del conflitto con una modalità non-violenta. Una gestione politica del conflitto è fondamentale per costruire comunità di pace, mentre la guerra è il fallimento della gestione non-violenta del conflitto». Andrea Ruggeri, professore di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all’Università di Oxford e Direttore del Centro studi e relazioni internazionali della stessa università parte da qui per rilanciare percorsi possibili di pace.

Se per la politica e per le comunità gestire il conflitto è questione cruciale, perché questa capacità è stata così trascurata?
Noi abbiamo creato diverse pratiche e istituzioni proprio per essere in grado di mediare i conflitti. La democrazia nel suo aspetto più fondamentale è proprio gestione del conflitto, non meramente rappresentanza degli interessi. Attraverso tragiche esperienze storiche siamo riusciti a trovare modalità - le elezioni - in cui possiamo concedere ad altri di essere vincitori per un periodo limitato. L’idea di base è pensare che non si può sempre essere dalla parte del giusto, ma di accordarsi su come si possa essere temporaneamente vincitori o temporaneamente perdenti. Non possiamo essere tutti “dalla stessa parte”, è impossibile. La realtà è che ci sono posizioni e interessi economici diversi e una società pluralista deve ammetterlo altrimenti si creano marginalizzazioni e ineguaglianza e queste due cose rischiano di portano a un conflitto violento. Negare il conflitto - inteso appunto come diversità di opinioni, di status sociale ed economico, ineguaglianze - spesso significa mettere a rischio la pace. Farci credere - come fanno il discorso nazionalista e parte delle recenti narrazioni populiste - che ci sia una volontà popolare unica ed omogenea, con interessi e bisogni convergenti, accanto a cui esistono soltanto minoranze parassitarie e che una volta eliminate queste tutto andrà bene, è rischiosissimo. Uno dei problemi fondamentali della politica oggi, sia all’interno di un paese sia fra paesi, è proprio aver cercato di anestetizzare la discussione politica, è la difficoltà di esplicitare e voler gestire il conflitto: c’è una volontà di elusione e procrastinazione del conflitto ma eludere e procrastinare vuol dire perdere possibilità di mediazione. E una possibilità di mediazione persa, porta a esacerbare il conflitto. La tendenza a non voler affrontare le tensioni conflittuali, anestetizzando il dissenso, è una delle sfide principali che chi crede nella pace e non-violenza oggi deve affrontare. Alcuni studiosi sostengono che il conflitto deve essere fomentato, che la dinamica della democrazia è questa. Io dico una cosa più semplice: dico che bisogna riconoscere l'importanza del conflitto, non fomentarlo necessariamente, e tornare a valorizzare le diversità dentro la cittadinanza. Perché il riconoscimento del conflitto è la premessa per mediarlo.

Uno dei problemi fondamentali della politica oggi, sia all’interno di un paese sia fra paesi, è proprio aver cercato di anestetizzare la discussione politica, è la difficoltà di esplicitare e voler gestire il conflitto: c’è una volontà di elusione e procrastinazione del conflitto ma eludere e procrastinare vuol dire perdere possibilità di mediazione. E una possibilità di mediazione persa, porta a esacerbare il conflitto. La tendenza a non voler affrontare le tensioni conflittuali, anestetizzando il dissenso, è una delle sfide principali che chi crede nella pace e non-violenza oggi deve affrontare.

Andrea Ruggeri

Ma a che condizioni e fino a quando è possibile la mediazione non-violenta di un conflitto? È un po’ questo il dilemma oggi, anche per il pacifista.
Effettivamente quando si è rotto un rapporto che prima era non-violento, la mediazione diventa difficilissima, perché un aspetto fondamentale della mediazione è capire le ragioni delle parti: non condividere le ragioni, ma capirle sì. Se tu vuoi mediare, puoi anche non essere d'accordo con le posizioni dell'altro ma devi ammettere che le posizioni estreme e assolute non esistono. Quando si assolutizzano le posizioni, il conflitto non è più dialettico e volto alla ricerca di una mediazione, ma diventa qualcosa di fine a se stesso, quasi una spettacolarizzazione delle reciproche posizioni. Fino a che punto si può mediare? Fino a quando le richieste dell'altro non eliminano aspetti fondamentali dell’individuo, la vita in primis. Nel momento in cui la richiesta è l’eliminazione di individui – storicamente sono esistite queste richieste, ad esempio nel genocidio in Rwanda – lì la mediazione non può esistere. Perché ci sia mediazione, bisogna restare all’interno di parametri di dignità delle parti: nel momento in cui si entra nella logica dell’umiliazione, del rendere l’altro inumano, non c’è spazio per la mediazione. Né quando si porta il conflitto al livello della universalità, dell’astrazione, della sacralità, dell’indivisibilità.

Quando si assolutizzano le posizioni, il conflitto non è più dialettico e volto alla ricerca di una mediazione, ma diventa qualcosa di fine a se stesso, quasi una spettacolarizzazione delle reciproche posizioni. Fino a che punto si può mediare? Fino a quando le richieste dell'altro non eliminano aspetti fondamentali dell’individuo, la vita in primis.

Andrea Ruggeri

Che significa dare dignità all’altra parte, dentro un conflitto?
Come dicevo prima, capire le ragioni dell’altra parte. Mediare è avere la capacità di riportare la discussione su questioni che hanno confini pratici. Per esempio quando la logica della violenza trova uno stallo perché non sta portando a ciò che una parte pensava, la mediazione è mettere un cuneo, focalizzare sulle richieste e le posizioni concrete delle parti, sugli aspetti materiali e pratici che possono essere negoziabili. Nel momento del conflitto violento, il tema urgente non è chi ha ragione, ma ragionare su quali questioni ci aiuterebbero a riportare la discussione a un piano di non violenza. L’altro punto è che la mediazione è fatta di azioni, è fondamentale. Il conflitto non può essere mediato solo con le parole, è fuorviante pensare alla mediazione come retorica. La mitigazione del conflitto si fa attraverso azioni, azioni di gestione del benessere e di redistribuzione del benessere, di supporto e aiuto ad alcune fasce marginalizzate, che vogliono entrare nell’ascensore sociale. La mediazione ha una necessità di azione e pratica quotidiana che non può essere sostituita. Un altro problema è che le fratture e le cesure nelle società e nelle comunità non sono costanti nel tempo, perché le nuove tecnologie, le nuove modalità di produzione ed i cambi anche normativi portano sempre nuove sfide rispetto al rischio di ineguaglianza e diversità. Non è mai possibile risolvere il conflitto permanentemente, bisogna con tenacia e pazienza confrontarsi, mediare e trovare soluzioni su come mitigare e gestire il conflitto in maniera non-violenta. Non possiamo credere che il conflitto di oggi, se mediato, non possa più portare conflitti domani. La gestione del conflitto è un processo dinamico e costante che una società deve essere in grado di gestire perché si creano continuamente nuove fratture, frizioni, nuove forme di ineguaglianza che devono essere riconosciute e discusse. Questo è un compito fondamentale per il pacifismo, sapere che non si raggiunge la pace una volta per tutte, che è una operazione costante.

Nel momento del conflitto violento, il tema urgente non è chi ha ragione, ma ragionare su quali questioni ci aiuterebbero a riportare la discussione a un piano di non violenza. L’altro punto è che la mediazione è fatta di azioni, è fondamentale. Il conflitto non può essere mediato solo con le parole, è fuorviante pensare alla mediazione come retorica. La mitigazione del conflitto si fa attraverso azioni, azioni di gestione del benessere e di redistribuzione del benessere, di supporto e aiuto ad alcune fasce marginalizzate

Andrea Ruggeri

E se l’altra parte rifiuta di stare nel tentativo di mediazione?
Possiamo davvero tirarcene fuori? In pratica vuol dire escludersi dalla comunità politica. Non che la mediazione sia sempre possibile, ma ricordiamoci che se stiamo parlando di una comunità politica democratica, la mediazione si può anche perdere perché poi si avrà una nuova possibilità di far sentire la propria voce. Ovvio che dove non c’è rispetto per le minoranze e per chi ha visioni diverse, quindi un’assenza di una comunità politica democratica, la mediazione diventa difficilissima. Ma è proprio per questo che dobbiamo tornare alla cultura del conflitto e alla valorizzazione delle diversità dentro la cittadinanza.

Foto di Daiano Cristini/Sintesi, Arezzo, 27 febbraio 2022

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