Sanità

La salute mentale in Calabria chiede reti socio - sanitarie

4 Aprile Apr 2022 1636 04 aprile 2022

Ha avviato un dibattito che è riuscito a chiedere e ottenere risposte dalle istituzioni la prima "Conferenza regionale sulla Salute Mentale", promossa da una rete di associazioni della società civile organizzata e del terzo settore, tutte attivamente impegnare nel campo della salute mentale. Un momento di confronto che, senza tanti giri di parole, ha sottolineato le positività e criticità di un settore nel quale prima i pazienti, poi la famiglia, vivono una quotidianità fatta di carenze da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ma anche della difficoltà di fare capire veramente cosa vuol dire vivere il disagio psichico

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Salute Mentale
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Ha avviato un dibattito che è riuscito a chiedere e ottenere risposte dalle istituzioni la prima "Conferenza regionale sulla Salute Mentale", promossa da una rete di associazioni della società civile organizzata e del terzo settore, tutte attivamente impegnare nel campo della salute mentale. Un momento di confronto che, senza tanti giri di parole, ha sottolineato le positività e criticità di un settore nel quale prima i pazienti, poi la famiglia, vivono una quotidianità fatta di carenze da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ma anche della difficoltà di fare capire veramente cosa vuol dire vivere il disagio psichico

Si può configurare come un esercizio di cittadinanza attiva, le cui basi fondano su un terreno delicatissimo come quello della salute mentale, il lavoro che ha portato alla prima Conferenza regionale sulla Salute Mentale che si è tenuta nella Cittadella Regionale di Catanzaro. A organizzarla è stata una rete di realtà, guidata da Comunità Competente, come Comunità Progetto Sud, il Forum del Terzo Settore, Fish Calabria, Casm, Unasam, CSV Calabria Centro e molte altre della società civile organizzata e del terzo settore, con il patrocinio della Regione Calabria. Un’occasione importante per tutti in quanto il primo evento in Calabria sulla salute mentale che abbia dato voce a quelle persone che, nella maggior parte dei casi, una volta in contatto con il Sistema Sanitario Nazionale, vengono inglobati, diciamo pure inghiottiti, da un meccanismo che dimentica di avere davanti una persona.

«Che cos’è la legge Basaglia se non un visionario tentativo di ricomprendere la salute mentale all’interno di un concetto più ampio di normalità – afferma Luciano Squillaci, portavoce del Forum Terzo Settore Calabria - che vede la persona inserita in una comunità territoriale accogliente e inclusiva ma non in funzione del problema di cui è portatrice. Una concezione completamente diversa da quella che abbiamo strutturato nei territori, dove la centralità è quella dei luoghi di cura e non dell’individuo. Vale sotto il profilo degli ospedali, vale sotto il profilo delle fragilità come quelle della salute mentale e delle dipendenze. Se, poi, parliamo di integrazione, ci accorgiamo che manca a monte una scelta politica. Per questo motivo serve una presa in carico comunitaria, non una mera integrazione funzionale tra uffici. La salute non è un bene a somma zero, il risultato che si genera sottraendo qualcosa agli uni per darla agli altri. È, al contrario, qualcosa che può riuscire a creare un effetto moltiplicatore».

Un concetto di comunità al cui interno ci siano le famiglie, gli utenti, i soggetti del terzo settore, l’associazionismo, la rete amicale, la prossimità.

«Vanno sperimentate strutture di prossimità per la promozione della salute e per la prevenzione .- prosegue Squillaci - nonché per la presa in carico e riabilitazione della categoria a cui appartengono le persone più fragili, ispirate al principio di una vera integrazione socio-sanitaria. La Calabria può e deve diventare luogo di sperimentazione, sempre secondo la logica della presa in carico territoriale».

Un bisogno, quello di salute mentale, in sensibile crescita.

«I dati del Ministero della Salute ci dicono che abbiamo un 30% di aumento nella fascia adolescenziale. Di fronte a questa esigenza, però, si destina neanche il 3% delle risorse. In Calabria – sottolinea Caterina Iuliano, coordinatrice della Consulta DSMD Catanzaro - ci chiediamo come possano reggere i servizi psichiatrici con un drappello esiguo di medici, psichiatri, assistenti sociali, chiamati a fare fronte a una molteplicità di attività: dai disturbi tradizionali ma anche amplificati all’uso di sostanze, dai bisogni emergenti dei migranti elle esigenze dei centri diurni di riabilitazione psico-sociale. Solo 6 risorse umane specialistiche a disposizione dall’inizio dell’anno nel Centro di Salute mentale di Catanzaro, il cui bacino di utenza è di 180mila migranti. Scandalosa la penuria di risorse economiche per la Salute mentale territoriale. Dico con certezza che il budget assegnato ai centri diurni di riabilitazione è pari a zero euro annui, mentre per lo stesso servizio in altre regioni vengono stanziate somme ingenti. Si penalizza un servizio territoriale che è in grado di prevenire quella serie di ricoveri continui negli ospedali che costano tantissimo alla comunità. Per capirci, un ricovero ospedaliero al giorno arriva a costare 700 euro. Allora, di cosa vogliamo parlare?».

Promuovere la salute mentale significa anche contrastare lo stigma di vive problemi di questo genere, ma anche supportare la famiglia la cui sofferenza affonda nella convinzione di essere considerata responsabile della malattia. Serve, quindi, una medicina territoriale che si faccia carico di questi bisogni e dia supporto alle famiglie, dall’abitare delle persone in autonomia al dopo di noi, dall’inserimento lavorativo alla nascita e costruzione di case famiglia, di gruppi appartamenti o strutture che possano sostenere le persone uscite dall’ospedale.

Un importante lavoro, quello condotto dalle reti solidali di associazioni come quella che ha dato vita a questa conferenza.

«Senza di voi non è possibile il governo della sanità – dichiara il presidente della Regione Calabria e Commissario alla Sanità, Roberto Occhiuto - . Insieme dovremmo essere capaci di realizzare compiutamente il principio della sussidiarietà sia nella fase ascendente, quella in cui si assumono le decisioni, sia in quella discendente. Importante il vostro lavoro perché siete in una condizione di maggiore prossimità rispetto ai bisogni sanitari. Il tema della salute mentale, nel piano operativo, è trasversalmente ripreso in più parti, ma vorrei che contenesse un focus specifico sulla salute mentale perché, dopo due anni di pandemia, è una necessità ineludibile. Voglio che si presti particolare attenzione alla neuropsichiatria e salute mentale per gli adolescenti. A tanti giovani uomini e donne, a tutti i nostri adolescenti, quello che è successo ha rubato due anni di vita.. Possiamo e dobbiamo fare qualcosa anche per loro».

Ma su cosa scommettere veramente sin da subito?

«Credo che ci sia da scommettere su una specificità fatta da leggi ma anche da obiettivi – interviene don Giacomo Panizza, presidente della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme - perché abbiamo a che fare con persone, cittadini. Un’altra cosa segnalata e sottolineata da molti è l’opportunità di sperimentare. Se non ora, quando? Non dobbiamo fotocopiare i servizi, ci sarà qualcosa da prendere e tanto altro da inventare, ma sperimentare significa studiare, vuol dire fare un discorso culturale che integri gli interventi istituzionali, dei professionisti, del pubblico e del privato. Abbiamo bisogno di guardare al futuro. Soffermiamoci anche a riflettere sul fatto l’Ucraina in questo momento ha tanti problemi, tra i quali anche quello dei manicomi. Possiamo fare qualcosa di internazionale con i Corpi Civili di Pace per gli ultimi degli ultimi, abbandonati in giro per il mondo. Va bene accogliere chi scappa, ma c’è anche chi non riesce a mettersi in salvo. Il punto di partenza devono essere sempre le persone. La vita umana è mondiale».

Era, quindi, necessario ritrovarsi insieme a riflettere sul futuro della salute mentale in Calabria. Un momento di confronto fondamentale, conclusosi con la promessa di organizzare un presidio civico permanente, finalizzato a tenere viva l'attenzione sui temi discussi e sulle proposte nate in seno al dibattito. Con l’obiettivo di attivare le istituzioni competenti, fino a quando non saranno date le risposte necessarie provenienti dal PNRR e dai fondi europei dedicati.

«Nella nostra Regione non è più rinviabile l’adozione di un Piano d’azione Regionale per la Salute Mentale – dice in conclusione Giorgio Marcello, docente Unical - ispirato ai principi della centralità della persona, della deistituzionalizzazione, della domiciliarità degli interventi, della presa in carico comunitaria e territoriale e fondato sulla lettura accurata dei bisogni di salute mentale sul nostro territorio superando la mentalità “ospedalocentrica” e istituzionalizzante finora prevalente, dando priorità agli interventi socio-sanitari di prossimità domiciliari e territoriali. Una prospettiva nella quale questo strumento potrebbe permettere di uniformare e riorganizzare la rete dei Servizi che, ancora oggi, presenta criticità enormi in relazione alla capacità di adottare efficaci programmi individuali di abilitazione, riabilitazione, formazione e integrazione sociale e lavorativa delle persone prese in carico. Uno degli ambiti in cui è più drammaticamente evidente la conseguenza della forte carenza di personale è quello della Neuropsichiatria infantile: la Calabria è priva di una U.O.C. ospedaliera. Sarebbe pertanto urgente allestirne almeno una, così come sarebbe fondamentale rafforzare le unità operative neuropsichiatriche infantili territoriali».

Non, quindi, un momento di arrivo ma di partenza, la prima Conferenza regionale sulla Salute Mentale, che ha gettato le basi affinchè la Regione possa finalmente dotarsi degli strumenti operativi necessari, quali il Piano per la Salute Mentale e il budget di riferimento.

«In modo tale che – lo ha ribadito Marina Galati, presidente di CNCA – le persone che vivono la sofferenza possano rendersi protagoniste dei propri progetti di vita individualizzati che mettano al centro la casa, la socialità, il rendersi parte attiva di una comunità».

Un percorso che guarda a 360 gradi alla persona e che alle istituzioni chiede solamente di avere spianata la strada anche per dare modo di abbattere ogni pregiudizio su quello che la malattia mentale comporta non solo per chi ne soffre ma anche per i familiari che, oltre a dovere farsi carico di innumerevoli responsabilità, devono portare sulla schiena il pezzo dei pregiudizi e dell’ignoranza che, come in ogni campo, alza barriere e separa.

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