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Minori

Viktoriya: «Io ucraina aiuto i bimbi rifugiati»

7 Aprile Apr 2022 1531 07 aprile 2022
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Viktoriya Husak ha 23 anni. È nata in Ucraina e a 5 anni si è trasferita in Italia con i genitori. Il legame con il Paese d’origine è fortissimo e prima dell’inizio dell'invasione russa ci tornava appena poteva. Ora è team leader e coordina gli altri volontari, di origine ucraina come lei, che hanno aderito al progetto “Druzi” di Save the Children, per aiutare i minori scappati dalla guerra e rifugiati in Italia a ritrovare spazi di relazione e di socialità e confrontarsi con ragazzi e ragazze che parlano la loro lingua

Io voglio ballare”, ha raccontato F, 13 anni. “Io prima di scappare giocavo a pallavolo, datemi un campo e un pallone”, queste invece sono le parole di S. Minori scappati dalle zone dell’Ucraina sotto le bombe che una volta arrivati in Italia hanno chiesto una sola cosa: normalità.

Le loro testimonianze le ha raccolte Viktoriya Husak, una giovane ragazza di origine ucraine di 23 anni. Vive a Roma e studia lingue e traduzione all’Università la Sapienza. «Sono arrivata in Italia con la mia famiglia quando avevo 5 anni», racconta. «Siamo di Ternopil e lì vivono le famiglie dei miei genitori. Prima dello scoppio della guerra ci tornavamo spesso: ogni estate, ogni festa. Adesso quando squilla il mio telefono o quello dei miei genitori abbiamo paura che arrivi una notizia terribile».

Viktoriya è una delle volontarie che ha risposto all’appello lanciato da Save the Children per il progetto Druzi, che in ucraino significa amici. L’iniziativa prevede l’affiancamento personalizzato e continuativo da parte di volontari, in prevalenza appartenenti alla comunità ucraina in Italia, ai bambini e agli adolescenti tra i 9 e i 18 anni in fuga dal conflitto. Attraverso un tablet con connessione internet, questi potranno fruire, con regolarità, di incontri on line con giovani volontari che parlano la loro lingua.

Viktoriya Husak, in una foto scattata un'estate a Ternopil

«Abbiamo lanciato un appello ai giovani ucraini che vivono in Italia», ci aveva raccontato Raffaela Milano Direttrice Italia-Europa di Save the Children. «E già raccolto 300 adesioni. Questa esperienza è nata dal progetto “volontari per l’educazione”, partito durante la pandemia, che ha avuto davvero una risposta importante. Con “Druzi” non ci concentriamo sull’aspetto didattico, ma mettiamo i minori in relazione con giovani che parlano la loro lingua, e che li accompagneranno nella conoscenza dell’Italia e delle città dove sono ospitati».

Viktoriya Conosceva Save the Children da diverso tempo, era stata anche lei volontaria per l’educazione quando è scoppiata l’emergenza sanitaria nel Paese. «Per Druzi», spiega, «sono team leader, coordino i volontari e sono il punto id legame tra loro e i minori che prenderanno parte all’iniziativa. Prima di essere attivati, i volontari che hanno aderito al progetto, seguono dei corsi di formazione sotto la supervisione di una equipe di educatori e di psicologi. La formazione riguarda principalmente le regole di base che devono essere seguite quando ci si relaziona con un minore, ancora di più in un contesto di emergenza. «La formazione importante», spiega Viktoriya , «perché tutti i volontari, che parlano ucraino, sono direttamente o indirettamente coinvolti dalla guerra. E a volte questo coinvolgimento può rappresentare un danno per i minori ma anche per se stessi».

È stata Viktoriya a seguire gli incontri conoscitivi con i primi 49 minori che parteciperanno all’iniziativa: «Facevano tante domande sull’Italia, sul tempo, chiedevano perché facesse già così caldo. Si sentono catapultati in un mondo che non conoscono ma sono curiosi di scoprire il Paese. Negli incontri si risponderà a tutte le loro curiosità. L'obiettivo del progetto è di sostenerli nel mantenimento delle competenze di base ma anche promuovere attività di lettura e di gioco». Sono minori che arrivano con una sola figura di riferimento, spesso la mamma o la nonna, e avere qualcuno oltre quel nucleo con cui confrontarsi è fondamentale.

E Viktoriya ha capito che: «non è vero che una volta scappati si è al sicuro. C’è bisogno di grandissimo aiuto anche qui. I minori arrivano traumatizzati. Quando è scoppiata la guerra è come se non avessi potuto fare niente per la mia comunità, e invece aiutare concretamente chi arriva ha tamponato quella sensazione di immobilità».

I ragazzi che partecipano al progetto Druzi sono al momento quelli presenti all’interno degli hotel e dei centri destinati all’accoglienza collettiva dei profughi ucraini. Accedono al servizio dopo un breve colloquio informativo che coinvolge anche il genitore o il loro tutore.

In apertura un bus in partenza da Leopoli

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