Siria

Osama: «I miei sette anni nelle carceri siriane»

19 Aprile Apr 2022 2019 19 aprile 2022

Arrestato a sedici anni perché partecipava a una manifestazione antigovernativa, Osama ha subito torture, maltrattamenti, minacce nella famigerata prigione di Sednaya. Nel suo futuro, ora dopo sette anni di carcere e la fuga, vede la difesa dei diritti dei detenuti politici

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Arrestato a sedici anni perché partecipava a una manifestazione antigovernativa, Osama ha subito torture, maltrattamenti, minacce nella famigerata prigione di Sednaya. Nel suo futuro, ora dopo sette anni di carcere e la fuga, vede la difesa dei diritti dei detenuti politici

Una cella angusta, fredda e buia avvolta, in un silenzio lungo sette anni. Un silenzio interrotto solo da urla e pianti. Osama è uno delle migliaia di minorenni finiti nelle carceri del governo siriano e spariti per anni dietro le sbarre, lontani dalle loro famiglie e dalle loro vite di un tempo.

“Sono passati due anni dal mio rilascio, ma ancora oggi, ogni notte, mi sveglio con il cuore in gola per via degli incubi”, racconta il giovane. Il volto è ancora quello di un bambino, come se il tempo, per lui, si fosse fermato, nonostante gli orrori subiti. Fino al mese di ottobre del 2013 era uno studente di liceo, quando la sua vita è stata sconvolta dagli eventi legati alla guerra, scoppiata due anni prima. Riuscendo a sfuggire al controllo dei genitori, Osama aveva preso parte a qualche manifestazione antigovernativa, unendosi a quel movimento laico, pacifista e spontaneo nato per esprimere dissenso contro il regime di Damasco e chiedere riforme politiche e sociali. Proprio in occasione di un corteo Osama è stato fermato dalle forze dell’ordine e condotto a Fere’è al Khatib, uno dei rami della sicurezza nazionale.

“Avevo assistito alla repressione di alcune manifestazioni, ma ero sempre riuscito a sfuggire prima che i militari partissero con l’offensiva. Quel giorno sono stato colpito alle spalle e sono caduto a terra. Mi hanno picchiato e poi caricato con altri manifestanti, bendandomi e ammanettandomi con le mani dietro alla schiena”. L’incubo per Osama, ma anche per la sua famiglia, è solo all’inizio. I genitori incaricano subito un avvocato di seguire il caso del figlio. Alcuni funzionari corrotti promettono loro informazioni in cambio di denaro, ma ogni volta tergiversano. Il giovane, intanto, per i primi quattro mesi viene interrogato e torturato, fisicamente e psicologicamente, ogni giorno. I suoi carcerieri lo accusano di essere colpevole dell’uccisione di alcuni soldati, ma lui si dichiara totalmente estraneo ai fatti. Ha solo sedici anni, non ha mai toccato un’arma e la sua vita è uguale a quella di tanti giovani siriani della borghesia damascena, impegnati tra gli studi e lo sport. Il terrore, la stanchezza e la paura portano poi Osama a cedere per tentare di salvarsi.

Gli viene estorta una finta confessione e viene condannato all’ergastolo. Lo studente si sente morire dentro; accusato di un crimine orribile che non ha mai commesso e rimasto completamente solo, lontano dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua scuola, sa che morirà in prigione. A un anno dalla sua detenzione i familiari riescono finalmente a sapere dove si trova e per la prima volta Osama vede un avvocato, ma solo per alcuni minuti. In cella è uno dei più giovani e gli altri detenuti, che condividono le sue sofferenze e privazioni, cercano in qualche modo di confortarlo. Durante un trasferimento Osama e altri detenuti tentano di scappare. È una giornata di pioggia e tra i fuggitivi ci sono anche due giovani donne coi loro figli, ma riescono a catturarli presto. Vengono portati nella famigerata prigione di Sednaya e subiscono una nuova hafla, la cosiddetta festa, il modo in cui vengono chiamate le torture per i nuovi arrivati in prigione. “Pensavo che le torture dopo l’arresto fossero l’incubo peggiore, invece, ho scoperto che esisteva un livello persino più atroce, con scosse elettriche sui genitali, bastonate sui denti, umiliazioni e abusi irripetibili. Hanno sperimentato su di noi anche ‘Lakhdar Ibrahimi[1]’, un tubo di plastica con cui venivamo frustati, in grado di aprire la pelle e tagliare la carne”, racconta. Uno dei giovani che era con lui muore dopo tre giorni a causa delle torture, un altro sopravvive otto giorni, poi spira in un mare di sangue. Osama perde diversi denti per via delle bastonate e alcune ferite si infettano.

Poi c’è l’isolamento. “Non avevo mai sentito il silenzio. Il vero silenzio. Non saprei ancora descriverlo. La cella era buia, ma i miei occhi si sono abituati presto al buio. Non c’era nulla da vedere, solo le quattro mura, ma riuscivo a riconoscere le mani, le gambe, a contare le ferite che avevo. Non so dire quanto sia durato l’isolamento, direi un’eternità. Il giorno in cui mi hanno liberato inizialmente ho provato sollievo, ma appena messo piede fuori dalla cella sono stato riportato nella stanza delle torture. Ricordo ancora il nome del mio torturatore, Abu Salim. Mi ha picchiato talmente forte sulla testa che ho perso i sensi. I miei compagni di cella mi hanno detto che sono stato in coma per cinque giorni e non si capacitavano che non ricordassi nulla”, aggiunge.

Osama si trova nel Fere’è Filastin, uno dei bracci più duri del carcere di Sednaya, con celle di due metri per due, dove sono rinchiuse fino a dodici persone. I detenuti non possono stendere le gambe se non a turno, non c’è aria, né luce; possono andare in bagno solo due volte al giorno, si mangia solo una volta, pane, riso, patate o uova da dividere in sei o sette persone per piatto. Nessun detenuto incontra mai un medico e quando ne viene richiesto uno qualcuno dei compagni di cella viene torturato e il malato stesso non riceve cure adeguate. I detenuti non possono parlare tra di loro, ma solo sussurrarsi all’orecchio, per evitare di essere bastonati dalle guardie. Durante la detenzione a Sednaya Osama viene poi trasferito nel Fere’è 248, un ramo composto da una rete di tunnel sotterranei. Le celle sono di sette metri per cinque e vi sono ammassate fino a centotrenta persone.

“Nel ramo 248 non venivamo torturati fisicamente, ma la mancanza di spazio per muoverci, il buio e la mancanza di aria provocavano non pochi malori. Ci aprivano l’acqua, per bere e per lavarci, solo due volte al giorno, per quindici minuti. Quando ripenso a quei giorni ho una sensazione di schifo addosso, mi sento ancora sporco”, ammette facendosi scuro in volto. “Metà dei detenuti che erano in cella con me sono morti. A volte li lasciavano anche due o tre giorni in cella prima di venire a prenderli, nonostante le nostre suppliche. Guardavo quei corpi scheletrici, pieni di lividi, senza vita e li invidiavo. Almeno avevano smesso di soffrire”, aggiunge con lo sguardo basso.

La famiglia, intanto, riesce, continuando a pagare, ad avere notizie del giovane. Osama era stato condannato all'ergastolo, senza mai comparire davanti a un giudice, ma siccome era minorenne la pena era stata commutata in quindici anni di carcere. Durante i sette anni di detenzione riesce a comunicare con la famiglia solo due volte, scrivendo poche parole su un pezzo strappato di giornale che gli aveva passato, insieme a una penna, uno dei carcerieri, un giovane siriano come lui, che tra quelle mura e dentro la sua divisa non aveva perso la sua umanità. “Uno su decine di uomini che sembravano aver perso la propria umanità. Mi sono sempre chiesto come facessero poi ad accarezzare le loro mogli e i figli, con le stesse mani con cui avevano torturato persone incapaci di difendersi”.

Da Sednaya è raro uscire con le proprie gambe, e Osama, che non conosce nulla di quel mondo, lo scopre giorno dopo giorno. “Quando qualcuno veniva chiamato fuori dalla cella lo salutavamo, consapevoli che si trattava sempre di un addio. Le opzioni erano due solitamente, o veniva liberato, o veniva ucciso. Nessuno tornava da quegli appelli. Un giorno mi hanno chiamato. Ho salutato gli altri, convinto di andare a morire. Ricordo l’abbraccio di uno degli anziani della cella che più di tutti gli altri si era preso cura di me”.

Con sua immensa sorpresa, Osama viene liberato e nemmeno in quella occasione vede un giudice. Gli fanno firmare con l’impronta alcuni documenti e poi la porta del carcere si apre. “Sono uscito lentamente, pensavo fosse una trappola per torturarmi o spararmi. Invece stavo davvero uscendo. Ho socchiuso gli occhi perché da anni non vedevo quella luce. Le mie gambe si muovevano, c’era spazio anche per muovere le braccia. Ho rivisto per la prima volta il cielo. Non riuscivo a credere a quello che mi stava accadendo”, racconta con la voce rotta dal pianto il giovane.

Fuori dal carcere lo aspetta un uomo che si presenta come suo avvocato, accompagnato da un’altra persona che si identifica come suo cognato, ma che Osama vede in quel momento per la prima volta. Sale in auto con loro, anche se non sa se si può fidare, ma in ogni caso pensa che non potrà accadergli nulla di peggio del carcere di Sednaya. “Guardavo fuori dal finestrino, senza neppure chiedermi dove stessimo andando. Non riconoscevo le strade con tutte quelle macerie. C’erano alberi, mi sembravano bellissimi. Quando l’auto si è fermata e mi hanno invitato a scendere non ho neppure capito che quello era il quartiere dove viveva la mia famiglia. Ero davvero a casa. Ricordo l’abbraccio coi miei genitori, che non erano stato informati del mio rilascio per paura che le cose non andassero bene”, racconta emozionandosi. La famiglia aveva continuato a pagare e corrompere funzionari, e finalmente l’avvocato era riuscito a farlo scarcerare.

“I primi giorni passavo ore a lavarmi, a strofinarmi per togliermi di dosso la sensazione di sporco. Volevo che ci fossero sempre finestre aperte per far entrare aria. Quando il medico mi ha visitato per la prima volta non riusciva a capacitarsi che fossi sopravvissuto alle ferite sul mio corpo e alle privazioni. Ero arrivato a pesare 36 chili. Non ho mai smesso di pensare alle persone che avevo visto in cella, persino bambini e donne. Anche se erano in celle diverse, spesso le sentivamo urlare e implorare di essere lasciate in pace. Tra quelle sbarre bambini, donne e uomini vengono stuprati e costretti alla nudità. Ancora oggi, ogni notte, mi sveglio per gli incubi, così come sobbalzo ogni volta che si apre o si chiude una porta”, racconta senza smettere di piangere.

Per due mesi la vita di Osama sembra tornata quella di una volta, anche se è stato privato dei diritti civili. “Quando sei dento sopravvivi sognando a quello che farai fuori, ma una volta libero ti rendi conto che il mondo che hai lasciato è cambiato e che sei cambiato anche tu”. La sorella si è effettivamente sposata e il fratello è stato fatto scappare dalla famiglia per evitare che si portassero via anche lui. Il ragazzo racconta del nuovo rapporto col cibo, con la luce, con l’aria, col suo stesso corpo. Quando esce per una passeggiata si rende conto che non c’è più nessuno dei suoi amici, che la città è cambiata, che ci sono posti di blocco ovunque. Trascorrono solo due mesi e accade qualcosa a cui né Osama, né la sua famiglia riescono a credere, l’arrivo del richiamo all’esercito. Dopo essere stato arrestato e torturato gli viene chiesto di servire da militare quello stesso regime che gli ha tolto sette anni di vita. La famiglia non esita un attimo e decide di farlo scappare. Sanno che la situazione è particolarmente pericolosa e devono agire in fretta. Un loro parente dà loro i riferimenti di un “tassista”, che in realtà opera come passeur tra le zone di confine. L’uomo si presenta in pick up al punto stabilito. Osama sente il cuore in gola quando riconosce l’uniforme di Hezbollah, ma a quel punto non ha scelta. Da Damasco raggiungono la periferia di Aleppo, solo dopo che il miliziano gli ha dato un finto documento che avrebbe dovuto mostrare a ogni posto di blocco.

“Siamo arrivati in un quartiere sciita di Aleppo dove c’erano solo bandiere iraniane e di Hezbollah. Mi hanno lasciato in una casa, dove sono rimasto tre giorni. La paura di tornare in carcere era tanta. La terza sera mi hanno portato in una zona piena di campi di olivo, dove c’erano almeno altre 400 persone, prevalentemente donne e bambini. Ci hanno avvisato che i campi erano minati, quindi dovevamo camminare uno dietro l’altro, in colonna, nel buio. Dopo un’ora e mezzo ci siamo fermati; i miliziani hanno fischiato e dall’altra parte qualcuno ha risposto con un altro fischio. Si sono presentati alcuni militari dell’Esercito siriano libero. Noi uomini siamo stati sottoposti a ispezione; poi abbiamo ripreso tutti il cammino, per altre otto ore, finché non siamo arrivati in Turchia. I bambini piangevano, le madri erano stremate. Non dimenticherò mai quella notte”, confessa.

Oggi Osama vive in Turchia, ha ripreso in mano la sua vita, si è diplomato e si è iscritto alla facoltà d Scienze Politiche. Il suo progetto di vita è quello di lavorare in ambito legale e dedicarsi alle persone scomparse forzatamente. “Voglio impegnarmi per le migliaia di detenuti innocenti che da anni si trovano nelle carceri del regime. Vanno aiutati e liberati tutti. Nessuno può sentire il loro pianto, solo chi ci è passato, solo chi stato tra quelle mura. I Siriani hanno diritto di ricominciare a vivere e ricostruire il Paese che meritano, un Paese costruito sui diritti, non sugli abusi”, conclude Osama.


[1] Lakhdar Brahimi è un diplomatico e politico algerino ed è stato Segretario generale aggiunto della Lega araba e dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, nonché Inviato speciale del Segretario generale dell'ONU in diverse occasioni. Questo nome è stato dato dai Servizi siriani in segno di disprezzo per il suo operato, in quanto più volte aveva criticato il regime di Damasco.

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