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Occidente e Russia: come ricostruire una comunità di destino

21 Aprile Apr 2022 1746 21 aprile 2022

È solo nel futuro di Europa il nostro unico possibile destino di pace. E la Russia, il suo destino storico e spirituale, la sua colossale eredità letteraria, filosofica, teologica, politica, non può che essere parte integrante e necessaria di tale futuro possibile. Malgrado la tendenza autoritaria e totalitaria del nuovo zar di Mosca

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È solo nel futuro di Europa il nostro unico possibile destino di pace. E la Russia, il suo destino storico e spirituale, la sua colossale eredità letteraria, filosofica, teologica, politica, non può che essere parte integrante e necessaria di tale futuro possibile. Malgrado la tendenza autoritaria e totalitaria del nuovo zar di Mosca

In una sua prefazione al libro di Giancarlo Marinelli dal titolo “La Russia e il destino dell’Occidente”, nel 1994 Sergio Quinzio scriveva: “L’Occidente avrebbe dovuto avere la forza di interessarsi alla Russia, anziché considerarla una remota benché suggestiva periferia del mondo, quanto la Russia si è interessata, per contrastarne o auspicarne l’avanzata, dell’Occidente”

Era il 94, all’indomani di quel crollo di un Impero, che rievocava, con la caduta dell’Unione sovietica e del suo sistema di alleanze, una caduta ancora più epocale, di cui quella sembrava presentarsi ora come il secondo, contrastato epilogo. Ed è così, allo stesso modo, che dinanzi al nuovo stile “zarista” dell’attuale leadership russa, i piani si confondono ancora: si tratta di reviviscenza dell’impero degli Zar o di quello dell’URSS? La tendenza autoritaria e totalitaria si ripresenta, ciclicamente identica, seppur sotto altre vesti ideologiche. E sembra segnare una tendenza in qualche modo iscritta nei destini storico-politici della “grande Russia”, che nell’attuale esecrabile deriva putiniana appaiono nella loro maschera più inaccettabile e terribile. Sembra di rileggere, dinanzi agli schermi, le pagine bellissime e strazianti nelle quali il grande Dostoevskij descriveva e condannava, teologicamente e umanamente, in alcuni dei suoi più celebri romanzi, lo scandalo della sofferenza inutile dei fanciulli. Come un ciclico riemergere di quel “nichilismo” spirituale e politico che ne “I demoni” veniva tratteggiato e attraversato con indimenticabile efficacia letteraria.

Nonostante tutte le giuste e opportune differenziazioni storiche e ideologiche, che dobbiamo sforzarci di tenere sempre ben presenti, gli effetti di tale deriva sembrano essere indifferentemente rovinosi rispetto a quello che ciò significa nei confronti del tema fondamentale: la Russia e il destino dell’Occidente, appunto. Se Occidente significa, come ci insegnava tra gli altri Massimo Cacciari, terra del perenne tramontare, luogo di un finire profetico che dovrebbe rivelarsi appunto nell’infinita capacità di aprirsi all’Altro, di accogliere il suo Altro; è stato proprio nell’utopia di Europa, levatasi forte nel sentimento di una “comunità di destino” (Morin) all’indomani del “secolo breve” delle guerre mondiali e della Shoah, che tale vocazione “occidentale” del continente euroasiatico sembrava porsi in maniera chiara e definitiva. Da qui la nascita della casa comune europea e del sentimento di fratellanza rinnovata e di comune consapevolezza dinanzi al monito fondante di quella “comunità di destino”: mai più! Mai più guerre fratricide nel cuore d’Europa, mai più barriere, muri, incomprensioni ostili e armate. Mai più!

Ma ecco che, nel momento della più grave crisi di sistema, quando sarebbe stato veramente decisivo porsi nella maniera più “occidentale” possibile nei confronti dell’Altro, proprio nel momento in cui questo Altro, tanto temuto e separato, poteva e doveva aspirare a divenire parte di quella stessa “comunità di destino” europea, l’incantesimo si è rotto. L’utopia di Europa non ha più retto dinanzi al compito più grande, alla sfida veramente epocale: quella di aprirsi al confronto e al dialogo, di accogliere in sé quella che era stata la parte drammaticamente mancante, senza tentare però di sottrarla, in maniera ambigua e ostile, alla sua stessa storica e spirituale identità. Come e perché è successo questo? Come ha potuto l’Europa non riconoscersi in quella che era stata da sempre una parte fondante della sua stessa identità culturale e spirituale?

Ed ecco che, nel momento in cui, come scriveva Quinzio, l’Occidente non ha saputo “interessarsi” alla Russia e al suo destino, è stata allora la Russia, questa colossale radice delle nostre identità dalla quale mai potremmo separarci senza perirne, ad interessarsi dell’Occidente: per contrastarne un’avanzata percepita ormai come ostile. Perché e come non pensare che il destino di Europa e della Russia non dovessero incontrarsi e integrarsi come era ed è, da sempre, nella natura delle cose? E come si fa, oggi, a pensare di poter ancora ragionare in maniera conflittuale, strappando pezzi, territori, identità, a quella che è da sempre una comune radice che ci porta? Non sarà, non potrà essere ancora “mai più!” se non nel segno di un’Europa veramente aperta, accogliente ed unita. È solo nel futuro di Europa il nostro unico possibile destino di pace. E la Russia, il suo destino storico e spirituale, la sua colossale eredità letteraria, filosofica, teologica, politica, non può che essere parte integrante e necessaria di tale futuro possibile.


*docente e Presidente di Amica Sofia

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