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Rifugiati, come cambia l'inclusione lavorativa in Italia

5 Maggio Mag 2022 0955 05 maggio 2022
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Centinaia di migliaia di persone sono arrivate nel nostro Paese negli ultimi dieci anni. Cambiano la provenienza, il livello di istruzione e i motivi, ma le problematiche sono molteplici e complesse. Le iniziative messe in campo dal gruppo Adecco in partnership con Unhcr, Ong e associazioni del Terzo settore

Seicentocinquantamila rifugiati arrivati in Italia dal Mediterraneo centrale, tra il 2011 e il 2017. Apertura di corridoi umanitari e avvio di programmi di reinsediamento a partire dal 2014. Sono alcuni dei tantissimi spunti emersi nel corso del webinar dal titolo “Inclusion@Work – L’inserimento lavorativo delle persone rifugiate: un valore per l’intera società”, che ieri sera ha permesso di illustrare le iniziative del gruppo Adecco Italia per supportare i cittadini rifugiati, favorendone l’inserimento lavorativo e sociale. L’iniziativa, promossa da Fondazione Adecco, VITA e Unhcr, ha consentito di raccontare un percorso di inclusione e il suo impatto sociale, con un focus sull’attuale situazione delle persone rifugiate in Italia, avviando un confronto sul tema e sulle possibili iniziative da mettere in campo insieme alle imprese e a tutte le parti interessate.

Andrea De Bonis, Unhcr

Claudio Soldà, Gruppo Adecco Italia

In collegamento da Roma, Andrea De Bonis, Protection associate di Unhcr Italia, ha illustrato lo sviluppo della presenza di rifugiati nel nostro Paese, in particolare dal 2011 a oggi, e di come l’Agenzia Onu per i rifugiati si stia muovendo per il loro inserimento lavorativo in Italia. «L’ultimo decennio – ha detto – è stato caratterizzato un po’ in tutto il mondo dalla migrazione di persone che chiedono rifugio ad altri Paesi. Già nel 2013 avevamo superato i dati registrati nel corso della Seconda Guerra mondiale: nell’ultimo decennio siamo passati da 50 milioni a 80 milioni di rifugiati nel mondo. È il risultato delle tante crisi internazionali. In Italia, tali ingressi superano quelli relativi agli arrivi di popolazione straniera per motivi di lavoro e sono di poco inferiori ai ricongiungimenti familiari. Nel 2021 è stata di grande rilievo l’evacuazione dei rifugiati afghani dopo la presa del potere dei talebani, quest’anno prevale l’arrivo dei rifugiati ucraini. Si tratta, dunque, di popolazioni estremamente diverse tra loro: un tempo gli arrivi erano prevalentemente composti da africani e asiatici, nella stragrande maggioranza giovani uomini (compresi molti minori non accompagnati), con un livello di scolarizzazione mediamente basso e una significativa presenza di vittime di torture o di violenza di genere. Differente il profilo dei circa 5.000 rifugiati afghani, composti in maggioranza da nuclei familiari con minori: circa il 40% di essi è in possesso di una laurea, senza distinzione di genere, più della metà parla un ottimo inglese e mostra esperienze professionali pregresse piuttosto significative. Per quanto riguarda le persone giunte sinora dall’Ucraina, pur in assenza di una profilazione completa, abbiamo alcuni dati interessanti: su oltre 102mila rifugiati che hanno fatto ingresso in Italia da fine febbraio a fine aprile, il 52% è composto da donne e il 35% da minori, in buona parte sono ospitati da parenti o amici, con una forte concentrazione in alcune regioni (Emilia Romagna, Lazio, Campania, Lombardia e Veneto) legata a una storica presenza ucraina in questi territori».

De Bonis ha poi spiegato che, attraverso il programma “Welcome – Working for refugee integration”, «123 aziende, tra cui 36 grandi imprese, hanno avviato in Italia 6.953 percorsi di inclusione lavorativa tra il 2020 e il 2021: nel 67% dei casi sono state supportate da Ong o associazioni locali per lo più formate da Unhcr. Dalla scorsa estate ad oggi abbiamo visto crescere in maniera fortissima il desiderio delle aziende di sostenere rifugiati e rifugiate. Unhcr, con il programma Welcome, ha sviluppato un metodo di accompagnamento all’inclusione nel mondo del lavoro».

I lavori di ieri, condotti dal caporedattore di VITA, Giampaolo Cerri, hanno permesso di mettere a fuoco gli interventi del Gruppo Adecco Italia.

«Da dieci anni – ha spiegato Claudio Soldà, Csr e Public affairs director – ci occupiamo di inclusione, in particolare delle persone rifugiate. La nostra visione parte dal concetto di diversità, che è molto articolato e complesso, la quale implica la capacità di ogni impresa di creare una cultura aziendale inclusiva che permetta l’integrazione delle persone rifugiate, al di là del sostegno e dell’aiuto che si può offrire nel momento contingente, come sta accadendo in queste settimane con i rifugiati ucraini. Tra le azioni intraprese, spicca la piattaforma#JobsForUkraine” che consente di offrire ai rifugiati la possibilità di entrare in contatto con diverse opportunità professionali, di seguire moduli di formazione gratuiti e svolgere attività di riqualificazione delle competenze linguistiche e digitali. Sinora, 65 imprese italiane si sono iscritte al portale. Il Gruppo ha poi stanziato 200mila euro, messi a disposizione di alcuni partner di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità (Unhcr, Fondazione Francesca Rava, Fondazione Progetto Arca, Mission Bambini Onlus e Soleterre Onlus) per progetti molto strutturati, come il programma Welcome di Unhcr. Inoltre, Adecco Italia, in qualità di associata Assolavoro, ha sostenuto la definizione e promuove l’accordo tra la stessa Assolavoro e le organizzazioni sindacali di settore, attraverso il quale sono state destinate risorse importanti a misure di politica attiva e misure di welfare a favore delle persone rifugiate. Queste iniziative si inseriscono in uno scenario più ampio e sono state rese possibili anche grazie all’esperienza che il Gruppo ha maturato in materia di supporto alle persone titolari di protezione internazionale».

Una storia concreta di inclusione, vista dalla parte di un’azienda, è stata raccontata da Simone Lotterio, responsabile delle risorse umane della Kiabi Italia, una multinazionale francese del settore abbigliamento che ha aperto 32 negozi nel nostro Paese. «Di recente – ha detto – abbiamo avuto l’opportunità di riscrivere quella che era la nostra strategia umana aziendale. Con la nostra Fondazione Kiabi Life abbiamo deciso di lanciare alcuni progetti di inclusione, in partnership con la Fondazione Adecco. Siamo partiti dalla formazione delle nostre squadre, a partire dagli store manager, facendo capire loro che cosa sono i progetti di inclusione. Il primo progetto ha riguardato giovani donne che vivono in particolari situazioni di svantaggio e difficoltà: abbiamo offerto loro un percorso formativo, con l’obiettivo di un possibile inserimento nel mondo del lavoro. Molte di queste mamme sono state inserite nei nostri punti vendita, in particolare in Lombardia. Poche settimane fa abbiamo deciso di lanciare un progetto rivolto ai rifugiati, che riguarderà i nostri negozi presenti in Lazio, Emilia Romagna e Piemonte. Registriamo un’energia positiva che si sprigiona ogni volta che c’è l’inclusione di persone che portano nuove esperienze».

Simone Lotterio, Kiabi Italia

Il professore afghano Mirwais Azimi

Mirwais Azimi, rifugiato afghano, sino all’agosto 2021 era un professore di Geopolitica e Storia delle relazioni internazionali all’Università di Herat. Oggi lavora per Adecco Italia. «Lasciare la propria casa e la patria non è stato facile», ha commentato, ricordando i drammatici giorni della presa di Kabul da parte dei talebani. «Sono tra i fortunati che sono riusciti ad arrivare in Italia per cominciare una nuova vita. In tutti noi c’era una forte preoccupazione, non sapevamo se avremmo potuto trovare lavoro. Io sono stato agevolato dal fatto di aver studiato per tre anni a Torino, dunque conoscevo la lingua italiana. Ora lavoro per il gruppo Adecco».

«Abbiamo il potere di cambiare, in senso positivo, le sorti di una persona e dell’azienda in cui quella persona è inserita», è stata la considerazione finale di Claudio Soldà. «In questi anni, le esperienze sono state tante. Ne ricordo una in particolare: una persona con disagi psichici, che di pomeriggio frequentava un centro diurno. Dopo dodici mesi di percorso in un’azienda, è arrivata al part-time pieno che gli ha permesso di lasciare il centro diurno e inserirsi nell’ambito lavorativo».

Un altro esempio tangibile che deve dare speranza a tante persone e può fornire uno stimolo alle imprese che ancora non hanno avviato progetti di inclusione.

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