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Emanuela Piemonti: «Abbiamo accolto una famiglia ucraina. Per “funzionare” è servito un litigio»

7 Giugno Giu 2022 1255 07 giugno 2022
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Emanuela è una musicista e insegna al conservatorio. Vive a Milano con suo marito Alessandro e tramite Fondazione Avsi hanno accolto in casa Toma e sua figlia Sofia. «La convivenza non è stata subito facile», racconta. «Per “sdebitarsi” Toma continuava a preparare cibo su cibo. Ma così non poteva funzionare. Tutto è cambiato quando abbiamo capito che ognuno nella convivenza deve trovare uno spazio individuale dove riposare la mente e il cuore, sia loro che noi»

Abbiamo da poco superato i 100 giorni di guerra. 100 giorni dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Una guerra dove 15,7 milioni di persone hanno già urgente bisogno di protezione e assistenza umanitaria. Una guerra che ha ucciso 262 bambini e ne ha feriti 415. Una guerra che ha distrutto o danneggiato 18 scuole al giorno e almeno 256 strutture sanitarie. Una guerra che ha fatto 8 milioni di sfollati interni e quasi sette milioni di rifugiati. Tra loro Toma, 50 anni, e Sofia, 16.

Toma e Sofia e non sono solo numeri. Ma persone a cui la guerra ha strappato la quotidianità. La loro quotidianità era un piccolo paese vicino Cherson, nell’Ucraina meridionale. La loro quotidianità era un lavoro da cuoca in un ristorante, lo studio per preparare gli esami di maturità e pensare a “cosa fare da grande”.

«Sofia lo dice sempre “se potessi tornerei in Ucraina a combattere, ma sono ancora minorenne e mia mamma non vuole”. Di quello che hanno visto non parlano quasi mai», racconta Emanuela Piemonti, 61 anni. La sua vita e quella di suo marito Alessandro si sono incastrate con quella di Toma e Sofia circa un mese e mezzo fa. «Sono arrivate a casa nostra lo scorso 22 aprile», racconta Emanuela, musicista e insegnante al conservatorio. «Quando hanno iniziato ad arrivare i primi profughi io e mio marito ci siamo detti: “abbiamo una camera e un bagno in più. Non possiamo stare con le mani in mano”. Però non volevamo intraprendere questo viaggio da soli, così abbiamo scelto di farci accompagnare da Fondazione Avsi».

Fondazione Avsi, già dai primi giorni dello scorso marzo, ha sviluppato progetti di accoglienza e integrazione per i profughi. Qualche settimana fa ha inaugurato a Milano, dove vivono Emanuela ed Alessandro, l’hub #HelpUkraine che offre, tra gli altri, orientamento e assistenza ai cittadini ucraini e alle famiglie in fuga che sono arrivate in Italia e raccoglie e promuove una rete di famiglie che vogliono offrire la loro ospitalità a chi scappa dalla guerra.

«Stiamo molto bene insieme. Certo il desiderio è quello di tornare in Ucraina. Toma ha una figlia più grande che è rimasta a Kiev. La convivenza non è stata subito facile», spiega Emanuela. «Toma lavorava come cuoca, appena è arrivata qui continuava a cucinare di tutto. Era il suo modo per "sdebitarsi". Ma la casa era sempre piena di odori di cibo e mangiavamo decisamente troppo per non essere scortesi. Un giorno ho avuto un moto di nervosismo, quasi di rabbia. Toma non parla inglese - ora sta studiando italiano - ma Sofia lo parla benissimo. Quindi con il suo aiuto abbiamo provato a spiegare alla madre che non c’era bisogno che cucinasse tutto il giorno, o pulisse tutto il giorno. Che la nostra ora è anche casa loro. E quindi dovevano crearsi abitudini loro. Che è bello mangiare insieme, ma si può anche mangiare separati. Che va bene fare le cose insieme ma va bene farle anche da soli. Dopo questo momento di confronto tutto è andato benissimo. Abbiamo trovato un nostro equilibrio e i momenti difficili della convivenza sono passati. Ho capito che ognuno nella convivenza deve trovare uno spazio individuale dove riposare la mente e il cuore, sia loro che noi».

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