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Tra le piaghe del caporalato: azioni e idee per superare i ghetti

27 Luglio Lug 2022 0930 27 luglio 2022
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Sono oltre 7mila i braccianti agricoli migranti che vivono negli insediamenti informali della Capitanata, privi di diritti, servizi, dignità. Vittime di caporalato e sfruttamento. In tanti, sono morti e continuano a morire nei ghetti o come conseguenza del duro lavoro nei campi. Associazioni, istituzioni, volontari provano a migliorare le loro condizioni di vita ed un’opportunità concreta può essere data dalle risorse del PNRR

«E’ stata dura. Raccoglievo i pomodori in un’azienda dalle parti di Torremaggiore, vicino Foggia. Lavoravamo anche dieci ore al giorno, con il caldo soffocante. Quando finivo, andavo al ghetto di Rignano. Avevo un posto dove dormire, anche se vivevamo in pessime condizioni igienico-sanitarie. Un giorno ho chiesto al padrone di pagarmi, di darmi i soldi che dovevo ricevere. Sono stato picchiato e mandato via. Ero irregolare e non ho fatto nulla, non ho chiesto aiuto a nessuno perché avevo paura». Cissé viene dalla Costa d’Avorio. Ha provato sulla sua pelle cosa vuol dire finire nelle mani di caporali e sfruttatori. Come lui, dai 7mila ai 10mila braccianti agricoli migranti sono impegnati nelle campagne del foggiano per la raccolta del cosiddetto oro rosso e per gli altri frutti della terra.

Gli insediamenti in Capitanata

In migliaia, vivono negli insediamenti informali posti in varie parti della Capitanata. L’ex pista aeroportuale di Borgo Mezzanone, Contrada Torretta Antonacci, l’ex fabbrica Daunialat di Foggia, Borgo Tre Titoli, Palmori, Borgo Cicerone, Borgo San Matteo e la zona fra Poggio Imperiale e Lesina. Villaggi di cartone costruiti con materiale di recupero, privi di servizi igienici e sanitari, di acqua, di diritti, in cui i caporali assoldano i braccianti che hanno necessità di lavorare. Anche se vengono pagati dai 3,50 euro ai 5 euro a cassone. Vittime della piramide dello sfruttamento agricolo che ha proprio nei migranti, nei braccianti, l’anello più debole e fragile della catena.

Una piramide in cui ciascuno, esclusi i migranti, seppur a livelli diversi è a sua volta vittima ed artefice di sfruttamento: migranti (braccianti agricoli), produttori (aziende agricole), organizzazione di produttori, industria della trasformazione, grande distribuzione organizzata. Proprio quest’ultima, in particolare le grosse catene, contando sulla possibilità di acquistare grossi quantitativi di merce, nelle contrattazioni determinano una corsa verso il ribasso dei prezzi di acquisto. Di conseguenza, produttori e agricoltori per abbassare i costi, scaricano il peso sui lavoratori, sui braccianti.

La lunga scia di morte nei ghetti

Cissè, al momento, è stato fortunato, perché ha trovato dei volontari che lo hanno ascoltato, aiutato ed orientato per provare a ricostruirsi un futuro migliore ed oggi è accolto in un centro di accoglienza. Yusupha, invece, è stato più sfortunato. Aveva 35 anni ed è morto nell'incendio che ha interessato la sua baracca di legno e lamiera nel ghetto di Torretta Antonacci, nelle campagne tra San Severo, Foggia e Rignano Garganico. Non è il primo lavoratore a morire tra le fiamme della baracca costruita in questo insediamento o lungo la Pista di Borgo Mezzanone. Prima di lui, la Capitanata ha segnato altri nomi, altre vittime. Il 6 agosto del 2018, dodici braccianti agricoli persero la vita in un terribile incidente stradale – in località Ripalta – mentre tornavano a casa dai campi. Due giorni prima un altro incidente era costato la vita a quattro lavoratori agricoli stranieri lungo la provinciale tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri. Se non si muore sui campi di fatica, stenti e sfruttamento, da queste parti i migranti possono morire anche lungo le strade

Perché il caporalato ha più volti, più facce, e lascia più ferite. Anche per questo, da tanti anni Flai Cgil, Anolf Cisl, Avvocato di Strada, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, volontari, portano il loro aiuto concreto direttamente nei ghetti, per spiegare, far conoscere, informare i migranti su quelli che sono i loro diritti, le reali giornate di lavoro che dovrebbero svolgere in agricoltura per poter beneficiare dello stato di disoccupazione e così via. E probabilmente, anche grazie al loro intervento, e all’instancabile attività di sensibilizzazione e accoglienza condotta sul campo dal missionario scalabriniamo padre Arcangelo Maira (scomparso di recente), è sensibilmente cresciuto il livello di consapevolezza e di autodeterminazione dei migranti che, sempre più spesso, rivendicano autonomamente i loro diritti nelle assemblee, nelle piazze e nei palazzi istituzionali.

Il ruolo delle istituzioni

«Dobbiamo entrare nella logica che quello dell’immigrazione non può più essere letto sempre come un fenomeno emergenziale, ma come un fenomeno strutturale del nostro territorio» spiega Carmela Palumbo, dirigente l’area Tutela dei Diritti Civili, Cittadinanza ed Immigrazione della Prefettura di Foggia. «Per questo, abbiamo il compito di orientarli e dirigerli nei servizi offerti, al fine di favorire la valorizzazione delle loro competenze ed il loro inserimento lavorativo a norma di legge». Il progetto “Esco… dal caporalato. Una comunicazione di prossimità per una cultura della legalità”, dunque, aveva proprio questo obiettivo. Finanziato attraverso il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione 2014-2020, l’iniziativa ha fatto leva sulle competenze scientifiche, formative e legali messe in campo dall’Università degli Studi di Foggia.

«Oltre ad ascoltare e ricevere i migranti presso lo sportello attivato negli spazi della Prefettura di Foggia» racconta l’avvocato ed operatore Claudio de Martino «siamo stati negli insediamenti per fare alfabetizzazione sui diritti del lavoro, per insegnare a leggere una normale busta paga, per capire se il datore di lavoro stava applicando forme di sfruttamento. In una situazione molto complessa come quello del caporalato, un dato positivo è però registrato dal fatto che nel 2021 sono aumentate le giornate lavorative in agricoltura. Il dato segna un + 327mila rispetto ai numeri dello scorso anno. Vale a dire che in provincia di Foggia siamo passati da 3.633.865 giornate del 2020 a 3.870.947. Questi dati» prosegue de Martino «invitano ad una serie di riflessioni: la normativa inizia ad essere applicata; i datori di lavoro sono più attenti; i braccianti sono più consapevoli dei loro diritti; le istituzioni stanno facendo la loro parte; il terzo settore è presente in questo percorso ed affianca le realtà che si occupano del problema».

Problema che spesso viene complicato anche dalle norme, che nel settore dell’immigrazione cambiano piuttosto rapidamente. «Dobbiamo riconoscere che ogni mese o quasi il legislatore cambia le regole in materia di immigrazione e quindi avvertiamo la necessità di informarci, capirle, per andare incontro alle varie esigenze dei lavoratori, specialmente di quanti sono impegnati nel settore agricolo» evidenzia Madia D’Onghia, responsabile scientifica del progetto ed Ordinaria di Diritto del Lavoro presso l’Ateneo Dauno. «Il Decreto Legge 73/2022, per esempio, ha introdotto delle novità importanti sui flussi d’ingresso per lavoro in Italia. Tutti cambiamenti che prevedono uno studio ed una conoscenza adeguati da mettere al servizio dei beneficiari. Ma il segnale che vogliamo dare è che le istituzioni sono presenti per contrastare il fenomeno del caporalato e per ribadire che questo territorio genera tante energie positive che insieme possono farcela».

Una risposta concreta, per esempio, arriva da NoCap, l’associazione fondata da Yvan Sagnet impegnata nel promuovere e valorizzare le aziende agricole che rispettano i diritti dei lavoratori e a realizzare percorsi di fuoriuscita dei migranti dall’inferno dei ghetti attraverso una serie di progetti sociali con la rete della filiera etica. Tutti percorsi finalizzati all'inserimento lavorativo nel settore agricolo e al recupero di una condizione di dignità e giustizia. Grazie all’intermediazione dell’associazione, le aziende agricole sottoposte ad un preventivo controllo, assumono i lavoratori sottratti al caporalato per inserirli – con contratti nazionali regolari – nel progetto. Per incentivare questa opportunità, la rete mette a disposizione alloggi, servizi e mezzi di trasporto. I prodotti realizzati grazie al coinvolgimento dei migranti e delle donne sottratte al caporalato, sono garantiti dal bollino etico NoCap, rilasciato alle imprese agricole e di trasformazione dopo apposite verifiche effettuate dagli ispettori dell’Associazione.

Sfruttare le risorse del PNRR

Intanto, l’ex-Governo Draghi, per mano del ministro del Lavoro Andrea Orlando, ha stanziato 200 milioni di euro dei fondi del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza (Pnrr) destinati alle Amministrazioni locali per cancellare la vergogna dei ghetti disseminati in Italia e nelle campagne del foggiano. Alla provincia di Foggia è stato assegnato il finanziamento più cospicuo, 103,5 milioni, che attesta quanto sia urgente smantellare baraccopoli e insediamenti rurali abusivi, e la conseguente lotta allo sfruttamento dei migranti nei campi, per programmare interventi reali di accoglienza, alloggio, inclusione, trasporto, tutela dei diritti. Per evitare, insomma, che spostato o demolito un ghetto ne possa nascere un altro, come dimostra la storia recente dei ghetti in Capitanata.

«E’ urgente intervenire con provvedimenti speciali per superare l’emergenza dei ghetti, del trasporto e dei servizi per le migliaia di lavoratrici e lavoratori stranieri della Capitanata. L’occasione del Pnrr può servire per realizzare progetti inclusivi ed arrivare all’eliminazione dei ghetti. Non possiamo sempre piangere, con cadenza sistematica e drammatica, vittime come Yusupha Joof, ragazzo gambiano divorato dalle fiamme nel campo di Torretta Antonacci», aggiunge Mohammed Elmajdi, presidente dell’Anolf Puglia. A riguardo, anche la Regione Puglia sta provando a fare la sua parte sostenendo delle foresterie in grado di accogliere i braccianti agricoli. La prima sperimentazione è stata quella di Casa Sankara, in agro di San Severo, composta da circa 100 moduli abitativi e in grado di ospitare 400 lavoratori. Una seconda foresteria sta per partire a Torretta Antonacci e sarà gestita dall'Anolf. La terza, come previsto dal protocollo d’intesa firmato nel mese di maggio dello scorso anno con Prefettura di Foggia e Ministero dell’interno, dovrebbe nascere nell’ex-C.A.R.A. di Borgo Mezzanone che sarà riconvertito in foresteria regionale.

L’intervento sanitario di INTERSOS

In attesa, però, che dai proclami si passi ai fatti tangibili, le organizzazioni sindacali, le associazioni ed i volontari continuano a non far mancare il loro aiuto ai migranti. C’è chi come INTERSOS lo fa dal 2018, senza interruzione di continuità, durante tutti i mesi dell’anno. Anche perché il lavoro nei campi e la vita in questi luoghi in cui sono azzerati diritti e tutele igieniche-sanitarie, minano la salute dei migranti. Di conseguenza, INTERSOS opera sul territorio della provincia di Foggia garantendo un servizio di medicina di prossimità, in tutti gli insediamenti informali.

«Le principali attività portate avanti dal nostro team riguardano l’inclusione sanitaria di persone vulnerabili, principalmente lavoratori stagionali, attraverso assistenza medica, servizi di orientamento e accompagnamento sanitario, e anche sessioni di promozione della salute» racconta Daniela Zitarosa, referente dei progetti di INTERSOS in Capitanata. «I migranti che incontriamo presentano complicanze legate quasi sempre al lavoro che svolgono nei campi, alle dure condizioni di vita a cui sono sottoposti. Si tratta, in particolare, di patologie afferenti ai dolori muscolari, osseo-articolari, causati dai movimenti che fanno con il corpo durante la raccolta e alle tante ore passate piegati; e problemi che interessano il tratto gastro-intestinale, in questo caso generati da una cattiva alimentazione». L’arrivo del Covid-19, ha spinto il team socio-sanitario anche in un processo di sensibilizzazione per facilitare l’accesso delle persone migranti e marginalizzate alla campagna vaccinale e supportarle anche nell’ottenimento del green pass.

Per potenziare le attività di assistenza medica, è partito di recente un nuovo progetto intitolato “Servizio socio-sanitario di prossimità negli insediamenti informali della provincia di Foggia e promozione di buone prassi nelle istituzioni del territorio” sostenuto da Fondazione CON IL SUD. «L’iniziativa» conclude Zitarosa «ha la finalità di potenziare e supportare il nostro intervento sanitario in favore dei migranti lavoratori stagionali che vivono negli insediamenti attraverso due azioni importanti: la multidisciplinarietà, con il coinvolgimento di ulteriore figure impegnate sul campo che provengono dai partner; il trasferimento di competenze agli enti territoriali, a partire dall’Asl di Foggia». Perché in attesa del ripristino dei diritti e degli alloggi in questa fetta di Puglia, ai migranti è garantito l’accesso ai servizi sanitari di base e le cure che aiutano a migliorare la loro condizione di vita.

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