Vita Inchieste

Minori a rischio, l'inferno quotidiano dei figli dei pusher

10 Agosto Ago 2022 0727 10 agosto 2022

Per la Procuratrice dei Minorenni di Palermo, Claudia Caramanna, l’età sempre più bassa dei bambini che arrivano ai pronto soccorso anche in precoma deve fare riflettere sul ruolo dei genitori. Preoccupano anche i video sui sociali che portano a emulare collassi per abuso di psicofarmaci

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Claudia Caramanna
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Per la Procuratrice dei Minorenni di Palermo, Claudia Caramanna, l’età sempre più bassa dei bambini che arrivano ai pronto soccorso anche in precoma deve fare riflettere sul ruolo dei genitori. Preoccupano anche i video sui sociali che portano a emulare collassi per abuso di psicofarmaci

Sono sempre più protagonisti della cronaca cittadina, allarmando a dire il vero più coloro che ogni giorno scendono in campo armati di tutto punto per cercare soluzioni veramente concrete al fenomeno del consumo e abuso di droga, che le famiglie. Una situazione che preoccupa non poco soprattutto quando la cronaca ci riporta notizie di minori, anche molto piccoli, addirittura neonati, che raggiungono i pronto soccorso in overdose. Non pochi i casi Palermo. Ma cosa sta succedendo? Per la Procuratrice per i minorenni di Palermo, Claudia Caramanna, il fenomeno allarma non poco.

«Sono veramente molto piccoli, una fascia di età che va dai 6 mesi ai 3 o 4 anni. Magari cominciano a gattonare e trovano all'interno delle abitazioni il pezzettino di hashish, la polvere di cocaina. Siccome i bambini, proprio a quella età, hanno l’impulso di mettere tutto in bocca, ingeriscono le sostanze e cadono in questa sorta di sonno profondo dal quale non si riprendono, così giungono in condizioni di coma o pre-coma. Li portano gli stessi genitori che inventano le scuse più disparate: che il bambino è uscito con la zia e ha trovato la sostanza sul marciapiede, oppure in una scarpa, cose incredibili».

E cosa succede a quel punto?

«Intanto i medici del pronto soccorso fanno i primi accertamenti, l'esame delle urine per esempio, qualora emerga il sospetto di assunzione di cannabinoidi. Poi fanno un'analisi di secondo livello che è quella del sangue e, se positiva, ci chiamano immediatamente. La prima cosa che facciamo è quella di mettere in protezione il bambino, affidandolo al direttore sanitario dell'ospedale proprio per avere il tempo di capire qual è il contesto familiare nel quale tutto ciò è accaduto. Procediamo subito con la nostra sezione di Polizia Giudiziaria, con i servizi sociali dell'ospedale e con quelli del territorio che magari conoscono il nucleo familiare. Si cerca, a quel punto, di comprendere che tipo di famiglia è, se si tratta di consumatori abituali di sostanze stupefacenti o se abbiamo a che fare con spacciatori . Se è possibile, se veniamo informati subito, predisponiamo la perquisizioni dell’appartamento per capire se lo stupefacente è in casa».

E, nella maggior parte dei casi, cosa andate a verificare?

«Purtroppo abbiamo situazioni di consumatori distratti, che quindi lasciano la sostanza in bella vista a portata di bambino, magari dopo essersi fatti la canna. Soprattutto durante il periodo della pandemia, abbiamo potuto accertare che molti nuclei familiari privi di attività lavorativa si sono dedicati allo spaccio di sostanze stupefacenti, conducendo questa attività all'interno delle case dove preparano le dosi. Che i minori vivano in tali contesti ce lo hanno dimostrato i famosi arresti allo Sperone dove c’erano bambini anche di 5, 6 anni che assistevano alla preparazione delle dosi, alla sistemazione delle banconote e a tutto quello che comporta l’attività».

Un lavoro sinergico, quello che consente di avere il polso della situazione…

«Facciamo un lavoro sinergico tra Procura, servizi sociali e sanitari. Noi ci proviamo, ma sono casi difficili, anche perché si tratta di situazioni che richIedono molto tempo, non si risolve tutto facilmente. Il disagio ha ragioni spesso molto profonde, per cui per emergere ci vuole un po’».

Tutto questo si evince da particolari dati?

«I dati sono un buon punto di partenza per capire la situazione. Le posso dire che nel 2022 abbiamo avuto oltre 4mila segnalazioni civili, il che significa minori che hanno situazioni di disagio di qualsiasi tipo. Si parla di tentati suicidi, maltrattamenti e liti in famiglia, allontanamenti da casa, neonati con sindrome di astinenza neonatale, ingestione di sostanze stupefacenti da parte del bambino all'interno della pancia della mamma, quindi nati con situazioni di dipendenza, adesso anche numerosi minori che ingeriscono psicofarmaci. Un altro datgo allarmante è quello che riguarda i social perché abbiamo la circolazione di video su Tik Tok in cui si vedono dei ragazzini che assumono un certo numero di pillole di tachipirina o d’ibuprofene sino a quando avviene una sorta di collasso che traduciamo in tentativo di suicidio. Stiamo analizzando anche questo fenomeno molto pericoloso perché genera l’emulazione di questo tipo di comportamenti».

I social diventano, quindi, un campanello d'allarme, ma anche come se fosse una richiesta d'aiuto.

«Sì, ma diciamo che è anche una disattenzione da parte di chi sta attorno a questi ragazzi che hanno magari 12 anni e neanche il minimo controllo da parte dei genitori. Così, come fanno a essere consapevoli di quello che fanno? Come fanno a capire se c'è il pericolo, visto che sono liberi di fare tutto?».

Ci sono anche altri dati?

«Assolutamente si. Abbiamo anche ingestione di psicofarmaci, disagio psichico, disagio minorile, casi di abbandono di neonati, minori segnalati per carenza delle condizioni igienico sanitarie, per incuria, per conflitto genitoriale. Di abbandono dei neonati fortunatamente ne abbiamo pochi, 6 nel 2021 e qualcuno nel 2022. Sono madri che partoriscono e che dicono di non voler prendersi cura del bambino, non lo vogliono riconoscere. A quel punto viene iscritto un procedimento civile rispetto a questi minori. Facciamo degli approfondimenti che noi chiamiamo socio familiari proprio sulla loro condizione, quindi decidiamo quale strada percorrere, quali sono le modalità più opportune per tutelarli».

Dal punto di vista penale, invece, cosa succede?

«Abbiamo anche parecchie segnalazioni di reati da parte di soggetti più piccoli, anche a partire dagli 11 anni. Sono soprattutto casi di ragazzini autori di furti e rapine, ma pure spaccio di sostanze stupefacenti. In questo caso, nonostante vengano segnalati, non si può procedere contro di loro per la giovane età, così procediamo con con le misure rieducative. Per quanto riguarda gli autori di reato, invece, si fanno le indagini penali così come per i maggiorenni. Poi ci sono reati contro il patrimonio, rapine, furti e ricettazioni, minacce, moltissime risse, anche tentativi di omicidi, Ricordiamolo, però, dietro c’è sempre un disagio, al quale dobbiamo guardare nella sua complessità».

Si riesce a parlare con questi minori per capire il loro stato d'animo, come registrano quel che accade attorno a loro?

«Non lo capiscono assolutamente. Intanto quelli molto piccoli chiaramente neanche parlano, per cui è più difficile, ma neanche quelli più grandi lo afferrano. Abbiamo visto dai filmati realizzati durante le intercettazioni che i bambini passavano accanto agli spacciatori mentre tornavano da scuola. L’altro giorno, durante un convegno, dicevo che manca agli adolescenti la percezione della gravità del fenomeno. Anche il fatto di fumare le canne, risulta normale per la fascia degli adolescenti e non si rendono conto del danno che può generare. La pandemia, poi, ha determinato un effetto moltiplicativo di disagio interiore dei minori, tant’è vero che gli accessi al servizio di neuropsichiatria sono aumentati in modo vertiginoso. Questo si ricollega al consumo di sostanze stupefacenti perché l'assunzione, in qualche modo, per il minore é sedativa della situazione di disagio. Anche il consumo di alcol aiuta a vivere un pò meglio e a contrastare il loro male di vivere».

E come vivono questa situazione gli stessi ragazzi?

«Quando dico che la situazione è allarmante lo dico perché, secondo me, i minori non hanno assolutamente la percezione del pericolo. Questo perché sono sostanze che non danno alcuna sindrome di astinenza. Loro, i ragazzi, sono convinti che non succeda nulla. Parliamo di spinelli, ma anche di crack di cui abusano in maniera compulsiva. La sua particolarità è che ha un effetto molto forte, ma dura poco, circa 20 minuti a dose. E non c’è cura. Purtroppo, però, i ragazzi non sanno niente, non sanno cosa succede nell'organismo nel momento in cui assumono la sostanza, qualunque essa sia. Le ragazze, per esempio, dicono che non credono faccia male farsi una canna, per loro uguale alla sigaretta. Credono, inoltre, di potere smettere quando vogliono».

E sono casi che arrivano a voi oppure passano attraverso le statistiche?

«Le segnalazioni ci arrivano dai Pronto Soccorso dove vengono ricoverate ragazzine in stato di intossicazione alcolica, anche in coma etilico.. Poi, dall'approfondimento degli esami, viene fuori che hanno pure ingerito sostanze stupefacenti».

In questo caso cosa succede, come si agisce?

«Chiaramente c'è l'intervento di cura strettamente medico, dopodiché prendiamo in carico la situazione cercando di capire qual è la ragione del disagio di questo minore. Interveniamo sul problema che può maturare in ambito familiare, così come può essere legato a problemi di socialità, al contesto amicale».

servizi sono pronti a rispondere adeguatamente? Sembra che ci sia anche un problema di personale che, per esempio, fa pensare all’imminente chiusura di qualche SERT.

«Questa procura distrettuale ha competenza, oltre che sulla provincia di Palermo, anche su Agrigento e Trapani. Ci sono piccoli centri in cui non c'è più il pediatra perché i medici sono andati in pensione. In quel caso vengono dirottati laddove c’è il sevizio. La professione sanitaria è in profonda crisi, ma anche il comparto giustizia sta soffrendo».

E quale risposta si riesce a dare in questa situazione?

«Si cerca l’inserimento nelle strutture specialistiche in relazione alla problematica legata alla fascia di età. Ce ne sono diverse nei vari territori, anche se mancano quelle che rispondono a disagi che non attengono a patologie conclamate, praticamente quello che succede quando i minori crescono e il disagio si cronicizza. Ovviamente è fondamentale la volontà e collaborazione dei ragazzi perché le strutture non sono detentive. Anche le famiglie devono collaborare, dimostrando loro che non sono sole a gestire queste problematiche».

C’è, comunque, un problema di genitorialità sia nelle famiglie in cui la droga è presente, come quelle in cui si sono verificati i problemi di ingestione delle sostanze, ma anche in quelle che non vivono questo problema?

«Siamo in un'epoca in cui i genitori sono molto attenti solo a loro stessi, per cui tendono a supplire con beni materiali. C'è poco dialogo, poco ascolto, siamo tutti troppo attratti da tante cose. Le situazioni, però, non maturano in due giorni, ma magari in anni in cui c'è stata questa disattenzione, questa mancata percezione di segnali che, se fossero stati colti prima, avrebbero sicuramente determinato un intervento più tempestivo. Ci sono famiglie che soccombono alla continua richiesta di denaro per paura di avere distrutta la casa. Poi ci sono anche genitori che cercano di gestire la vergogna di un figlio tossico e tengono tutto dentro. La prima volta non denunciano, la seconda neppure, poi non ce la fanno più e, specialmente se ci sono anche fratelli più piccoli, qualcosa la devono fare, serve una mano e allora chiedono finalmente aiuto. Bisogna, invece, fare capire loro che, più tardi arriva l'intervento, più è difficile risolvere i problemi».

Cosa fare dunque?

«Secondo me informare, ovviamente, senza fare terrorismo, è sempre la strada giusta perché consentì ai genitori, al ragazzo o alla ragazza di scegliere. Magari in quel momento il messaggio ti sembra essere andato a vuoto, che non sia passato, ma la volta successiva in cui acquisterà la sostanza ripenserà a quello che hai detto. Varrà sempre la pena, se ne avrai salvato anche uno solo».

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