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Pichetto Fratin: «Pnrr, meno mattoni e più asili»

23 Agosto Ago 2022 1606 23 agosto 2022
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Intervenuto a Rimini, ragionando di south working e opportunità di crescita economica per il Sud, il viceministro dello Sviluppo economico ha detto: «Dobbiamo porre forte attenzione sulle persone, sulla crescita, sulla formazione. Se siamo in fondo alla classifica è perché non abbiamo né soggetti formati, né formatori, ed è questa la vera sfida». Presentata una ricerca condotta da Randstad e Fondazione per la Sussidiarietà, in collaborazione con South Working

La nuova forma di capitale relazionale e territoriale generata dallo smart working sta diventando una preziosa modalità d’investimento per fronteggiare lo spopolamento delle aree interne, che sta mettendo a dura prova coloro che decidono di restare o che comunque provano a resistere. Così, al Meeting 2022 (in programma alla Fiera di Rimini dal 20 al 25 agosto), Randstad e Fondazione per la sussidiarietà hanno presentato “South working per lo sviluppo responsabile e sostenibile del Paese”, una ricerca che è frutto anche della collaborazione con l’associazione South Working, la quale studia e promuove il lavoro agile svolto in luoghi distanti dall’azienda, in particolare nel Sud Italia e nelle aree marginalizzate.

Introdotto da Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà, l’incontro ha affrontato, intorno al south-smart-working, dati, numeri, differenziale dei redditi da lavoro, la crisi del mismatch tra domanda ed offerta di lavoro, il dramma dei Neet, la specializzazione territoriale, il divario sempre più rilevante tra Nord e Sud dove il saldo migratorio è sempre negativo.

Mario Mezzanzanica, professore di Computer science and Engineering all’Università Milano Bicocca, ha aperto con i dati Istat: «Nel 2030, confrontandolo con il 2020, ci troveremo di fronte a una riduzione di circa due milioni duecentomila persone nella classe di età tra i 20 e i 64 anni, intervallo dieta che contiene la maggior parte della vita lavorativa di una persona». Le aree in crescita demografica, infatti, sono per lo più al Centro-Nord, mentre al Sud e nelle Isole il tasso di crescita si mantiene quasi sempre negativo o intorno allo zero. Gran parte della diminuzione è prevista al Sud e nelle Isole, con un calo dell’11,1%, al di sotto della media totale del Paese (-6.7%)».

Mezzanzanica prosegue nel racconto: «Persone che avevano lasciato le loro case per andare a lavorare al Nord del Paese, sono tornate nei propri insediamenti. Lì hanno cercato e costruito spazi, ritrovando momenti relazionali importanti perché il lavoro non è solo svolgere il proprio compito, bensì svolgere il proprio compito al meglio e dare il proprio contributo all’impresa perché questo benessere diventa al contempo incubatore di nuove idee imprenditoriali. Qualcosa dunque è successo realmente in luoghi forse dimenticati dal lavoro, e queste iniziative sono tese a contrastare da una parte lo spopolamento, dall’altra parte ad agevolare l’inserimento lavorativo delle persone e, perché no, a far sì che le imprese sviluppino sempre di più il tema della responsabilità sociale».

«I luoghi del south working hanno reagito positivamente a questi stimoli», racconta Elena Militello, presidente dell’associazione South Working, che ha cercato di «creare una rete tra tutte queste realtà che sono nate e dare voce ai rappresentanti di questa comunità ai diversi livelli istituzionali. Nel nostro piccolo abbiamo quindi puntato a migliorare il grado di coesione sociale tra i vari territori di cui parla la nostra Costituzione».

Il 61% delle aziende italiane guarda con interesse agli “hub di lavoro” nel Sud Italia, a spazi di co-working o veri e propri uffici con team aziendali dislocati in aree lontane dalle grandi città del Centro-Nord. Due su tre sarebbero disposte ad aprire soprattutto per contribuire alla crescita, ma anche per accedere a figure professionali difficili da reperire (48%) e ridurre i costi (35,5%). Il 61% delle imprese ritiene che l’hub possa essere gestito in modo diretto, come una filiale, piuttosto che tramite società di servizi esterne. Il 77% delle aziende ha adottato lo smart working e il 46% è disponibile a progetti di remote working da 2 a 5 giorni settimanali.

Il viceministro dello Sviluppo economico, Gilberto Pichetto Fratin

«Fare scelte sostenibili e responsabili è una priorità per Randstad, ma non solo», è il parere di Marco Ceresa, group Ceo di Randstad. «Sempre più imprese iniziano a considerare di favorire lo sviluppo nelle aree più fragili del Paese, cercando di trovare anche quelle competenze e quelle risorse preziose che sempre più si fa fatica a trovare nel Nord del Paese. La creazione di un hub di lavoro può davvero essere il volano per il south working, potendo reclutare competenze altrimenti non accessibili, garantire il bilanciamento vita-lavoro alle persone e sostenere un indotto locale. Ma i presupposti fondamentali per esperienze di south working di successo sono la creazione di un’adeguata infrastruttura digitale, spazi adeguati e uno sforzo multilaterale tra aziende, agenzie per il lavoro, Comuni di riferimento e atenei universitari».

«Lo smart working e la creazione di hub nel Sud sono una occasione straordinaria per favorire la crescita del paese e abbattere storiche diseguaglianze», osserva Giorgio Vittadini, precisando poi che «molti lavoratori qualificati del Mezzogiorno potrebbero così mantenere un legame con il proprio territorio, senza rinunciare a preziose opportunità. È una strada che potrebbe coinvolgere anche la pubblica amministrazione. Un percorso sussidiario che parte dal basso e potrebbe davvero cambiare il mondo del lavoro e dare un nuovo impulso all’iniziativa imprenditoriale al Sud».

Sud, giovani e donne: queste le competenze trasversali del Pnrr secondo Gilberto Pichetto Fratin, viceministro dello Sviluppo economico, il quale precisa: «Noi dobbiamo porre l’attenzione forte sul capitale umano, sulle persone, sulla crescita, sulla formazione. Se siamo in fondo alla classifica è perché non abbiamo né soggetti formati, né formatori, ed è questa la vera sfida: se dobbiamo mettere attenzione al Pnrr reale, forse è il caso di progettare meno mattoni e più asili».

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