Sostenibilità

Midulla: «Contro il caro-energia, subito la transizione verso le rinnovabili»

1 Settembre Set 2022 1600 01 settembre 2022

Per rispondere alla crescita del costo dell’energia - a causa soprattutto della guerra russa in Ucraina - le ipotesi che vanno per la maggiore sono: acquistare altrove il gas naturale e istallare nuovi rigassificatori. Una tesi che la responsabile Energia del WWF smonta punto per punto: «Basta indugi. Le fonti rinnovabili costano meno e la transizione dal gas al fotovoltaico o all’eolico è più rapida»

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Pannelli Fotovoltaici
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Per rispondere alla crescita del costo dell’energia - a causa soprattutto della guerra russa in Ucraina - le ipotesi che vanno per la maggiore sono: acquistare altrove il gas naturale e istallare nuovi rigassificatori. Una tesi che la responsabile Energia del WWF smonta punto per punto: «Basta indugi. Le fonti rinnovabili costano meno e la transizione dal gas al fotovoltaico o all’eolico è più rapida»

Da cinque a dieci terribili inverni. È la previsione di quanto potrebbe durare il periodo di alti prezzi dell’energia in Europa. Questo, ovviamente, se la riduzione delle forniture russe dovesse proseguire ai livelli odierni, o addirittura peggiorare. Con l’invasione dell’Ucraina entrata nel suo settimo mese. Anche per questo, come risposta russa alle sanzioni occidentali, è da giugno che le forniture di gas verso l’UE fanno segnare un meno 70% rispetto al periodo pre-crisi. Per l’Europa significa dover trovare alternative a quasi un terzo di tutte le forniture di gas. E, proprio per questo, i prezzi del metano volano tra i 300 e i 400 €/MWh, 15 volte più alti rispetto all’anno scorso.

Oggi però non si pensa a come affrontare i prossimi cinque-dieci inverni, ma quello che sta arrivando. Con gli stoccaggi pieni oltre l’80%, di fatto l’UE ha già raggiunto oggi l’obiettivo che si era prefissata per ottobre. Ma il dato maschera una realtà preoccupante: anche così, il gas conservato negli stoccaggi basta solo per il 20% dei consumi tedeschi o italiani, e ancor meno per Polonia (15%) e Bulgaria (10%), paesi che a maggio hanno deciso di fare del tutto a meno del gas russo.

Quindi cosa fare? «La risposta è attutire il colpo questo inverno e capire perché in Italia tra il 2005 e il 2015 siamo passati dal 7,5% al 17,5% di energia prodotta con fonti rinnovabili per poi sostanzialmente fermarci. Sebbene il nostro sia un Paese con una forte predisposizione ambientale all’utilizzo di fonti energetiche come sole e vento, abbiamo fermato una transizione che era iniziata velocemente più di 10 anni fa. E nonostante il caro energia sia iniziato mesi prima della guerra in Ucraina, non abbiamo fatto nulla per riattivare il processo», spiega Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia di WWF.

Le rinnovabili costano meno che acquistare gas altrove

Davanti a questo scenario, i tempi della transizione vanno invece accelerati. Ed è possibile farlo anche in vista del prossimo inverno, non solo a medio-lungo termine come quello previsto dall’UE che ha fissato il target di riduzione delle emissioni a meno 55% entro il 2030 e prima del 2050 dovremmo arrivare alla completa neutralità climatica.

«Il passaggio rapido al 100% rinnovabili per l’elettricità è praticabile non solo possibile. Non ne siamo convinti “solo” noi del WWF, ma lo sono diversi governi, anche del G7 - chiosa Midulla -. Le fonti rinnovabili oggi hanno costi più bassi rispetto alle fossili e al nucleare considerando anche il costo del combustibile, le spese di costruzione delle centrali, di gestione e manutenzione degli impianti: si stima infatti una forchetta di costi tra i 65 e i 159 euro/MWh per il carbone, tra i 129 e i 198 euro/MWh per il nucleare, a fronte di soli 29-42 euro/MWh per il fotovoltaico. I costi dell’elettricità dal solare fotovoltaico su scala industriale sono scesi dell’85% tra il 2010 e il 2020. La sostituzione degli impianti a carbone abbatterebbe i costi annuali del sistema di 32 miliardi di dollari all’anno e ridurrebbe le emissioni annuali di CO2 di circa 3 gigatonnellate di CO2», aggiunge la responsabile di clima ed energia del WWF. Midulla sottolinea anche come questa transizione possa avvenire anche nell’arco di alcuni mesi, «mentre nell’immediato il gas russo può essere sostituito con il risparmio dato da un investimento rapido e mirato nell’efficienza energetica degli impianti di produzione dell’energia e di quelli che l’energia la usano».

Rigassificatori: quali e quanti sono in Italia

Se in inverno ci sarà un crollo totale o quasi delle forniture russe, è probabile che l’Italia sia costretta a ridurre i suoi consumi del 10 o del 15%. «Per migliorare l’efficienza energetica non abbiamo fatto nulla. Né dallo scoppio della guerra, né tantomeno dall’inizio dell’aumento dei costi dell’energia, l’estate scorsa. I BelPaese deve rivedere il Piano Integrato Energia e Clima, aumentando la quota di rinnovabili visto che gli operatori si sono detti in grado di arrivare già oggi a 20 GW di nuove installazioni entro l’anno». Invece ci troviamo in una fase di forte stallo: «Lo scorso anno - aggiunge Midulla - si è istallato meno di un GW di nuova capacità rinnovabile. Servirebbe un Piano Clima che coordini le diverse azioni e anche politiche energetiche e politiche industriali. Questa è una delle proposte che il WWF e le altre associazioni ambientaliste hanno avanzato con la Legge sul Clima. Anche perché l’Italia è uno dei pochissimi Paesi europei a non averla».

Per affrontare il primo inverno con i rubinetti del gas russo chiusi o quasi, si sta parlando - anche in campagna elettorale - dell’ipotesi di installare e ospitare nel porto di Piombino un rigassificatore, un’impianto che consente di riportare allo stato gassoso il gas liquidefatto, trasportabile in gradi quantità via nave.

In Italia, attualmente ci sono già tre rigassificatori in uso. A Panigaglia, in provincia di La Spezia che è anche il più vecchio e appartiene alla Snam; poi c’è il Terminale GNL Adriatico, che è il più grande ed è un’isola artificiale che si trova al largo di Porto Viro, in provincia di Rovigo ed è di ExxonMobil attivo al 70%, di Qatar Petroleum al 23%, e di Snam operativo al 7%. Infine, c’è il rigassificatore su nave nel mar Tirreno al largo della costa tra Livorno e Pisa ed è di Snam e First Sentier Investors.

I rigassificatori aiuterebbero ad uscire dalla crisi?

L’eventuale installazione di una nave rigassificatrice a Piombino, richiederebbe un tubo 8 chilometri in superficie o sottoterra. Per i favorevoli, il rigassificatore aumenterebbe la capacità di stoccaggio del gas e quindi andrebbe a calmierare i costi della materia prima, «ma rigassificatore - interviene Midulla -, oltre ad essere un anacronismo, sarebbe posizionato irresponsabilmente vicino a una cittadina, agli imbarchi e a una zona di mare che dovrebbe essere tutelata, visto che in quel territorio le conseguenze della crisi climatica impattano maggiormente sia in mare con trombe d’aria, che sulla terra con smottamenti e grandinate. Inoltre un rigassificatore non può essere la soluzione alla dipendenza dai combustibili fossili. Il gas liquefatto diventerà sempre più costoso e scarso e viene estratto spesso con una tecnica, il Fracking, che provoca ulteriori danni ambientali e climatici. La vera ed unica alternativa sono le energie rinnovabili, a cominciare dal fotovoltaico e dell’eolico offshore, anche galleggiante». La nave rigassificatrice di Piombino, non sarebbe comunque attiva prima dell’inverno, visto che solo le valutazioni di sicurezza per il posizionamento hanno tempi tecnici lunghi mesi. L’istallazione di un nuovo rigassificatore richiederebbe inoltre un finanziamento della durata di 10 anni, «questo ci allontanerebbe dagli obiettivi di decarbonizzazione assunti a livello europeo e internazionale - conclude la responsabile dell’energia e del clima del WWF - e imporrebbe un ulteriore freno al decollo delle fonti di energia rinnovabili nel nostro Paese».

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