Giulio Albanese

Africana

La questione Ogm pensando all’Africa

4 Marzo Mar 2010 1228 04 marzo 2010
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Come avrete appreso dai giornali, la Commissione Europea ha dato via libera alla coltivazione di patate Ogm sviluppate dal colosso chimico tedesco Basf. È la prima volta da 12 anni che l’organo esecutivo dell’Unione Europea autorizza la coltivazione di organismi geneticamente modificati. Dal mio punto di vista si tratta di una questione delicatissima, soprattutto per l’Africa dove ogni volta che scatta un’emergenza alimentare, viene alla ribalta il dibattito su questo tema così spinoso. Sono infatti in molti a credere che possano rappresentare la soluzione per coloro che soffrono a causa d’inedia e pandemie, anche perché negli Stati Uniti sono diventati ormai la norma.

Per non parlare della Cina che pare sia pronta al grande balzo con il riso biotech. Anche nella Vecchia Europa stanno ormai cadendo le resistenze nei confronti degli Ogm dopo la decisione adottata ieri dalla Commissione Europea anche se il nostro governo è pronto a dare battaglia nelle sedi istituzionali dell’Unione Europea per difendere l’integrità del nostro suolo. E sì perché è chiaro che con la possibilità di piantare sementi Ogm a destra e a manca sarà possibile contaminare terreni biologicamente finora inviolati in Europa e dunque anche in Italia. Ma per comprendere una materia così controversa, cerchiamo di procedere con ordine nel nostro ragionamento. La ricerca scientifica in questi anni ha fatto passi da gigante, al punto tale da essere in grado di manipolare alcuni geni rendendoli capaci, per esempio, di consentire alle piante di crescere su terreni salini, o addirittura di favorire l’accumulo di antiossidanti.

Insomma, se il mondo ha fame, qualcuno si chiede come mai vi sia ancora una sorta di pregiudiziale nei confronti del biotech, considerando che la ricerca in questo settore potrebbe tradursi in una significativa produttività, fino ad oggi insperata, in aree depresse utilizzando, grazie a queste moderne tecnologie, minori risorse, cioè meno acqua e meno terra. Non v’è dubbio che qui in Europa, soprattutto in alcuni settori della società civile, sono in molti a non volerne sentir parlare, perseguendo il cosiddetto “principio di precauzionalità” contro il rischio di derive sanitarie o ambientali incontrollabili. Produrre Ogm, ecco il punto, significherebbe interferire con i codici della natura, con conseguenze difficilmente prevedibili sull’ambiente e sulla salute umana: dalle allergie indotte, fino all’apparizione di nuove forme di virus e batteri dotati di nuova e sconosciuta aggressività; dalla contaminazione delle altre piante a causa dell’impollinazione, alla caduta della fertilità dei suoli.

Il fronte biotech comunque non ci sta e accusa di oscurantismo chiunque si opponga agli Ogm, sostenendo che le nuove tecnologie non fanno altro che riproporre processi che avvengono già in natura; con la sola differenza che grazie all’ingegneria genetica accadono modificazioni mirate del Dna senza dover aspettare secoli per ottenere lo stesso risultato. Chi scrive non è un genetista, ma la questione è troppo seria perché si possa imprigionare in preconcetti o, peggio, liquidare con atteggiamenti ideologici. Premesso che gli Ogm non servono affatto a risolvere il problema della fame nel mondo; in un recente rapporto della Fao si legge infatti che a livello planetario si produce già cibo sufficiente a sfamare oltre 12 miliardi di persone. Quella che manca è l’onestà di tagliare la torta in parti uguali, affermano il diritto all’alimentazione delle popolazioni povere. Ma ciò che preoccupa maggiormente il mondo missionario, da sempre attento a questo tema, è il meccanismo economico che soggiace all’utilizzo degli Ogm.

Al di là del pur lecito principio cautelativo – che se applicato dovrebbe valere per tutti, ricchi e poveri - vi è la questione del business, e più precisamente del diritto di proprietà sulle sementi Ogm, che indiscutibilmente, anche alla luce dei principi dell’etica sociale della Chiesa Cattolica, non farebbe che acuire la dipendenza dei Paesi poveri dai Paesi ricchi. La distribuzione di sementi Ogm, nelle aree di emergenza, determinerebbe infatti la mercificazione della solidarietà, trattandosi di “prodotti brevettati”, peraltro non riproducibili. In altre parole, il vero rischio, spesso sottaciuto dalla grande stampa, è che i prodotti Ogm possano determinare paradossalmente una maggiore insicurezza alimentare essendo protetti ai sensi delle leggi sui “Diritti di proprietà intellettuale”. I contadini africani a questo punto dovranno comprare sementi ogni anno e sarà reato ripiantarle. Insomma, sugli Ogm è in atto uno scontro commerciale di proporzioni gigantesche, con forti ripercussioni sul destino della povera gente.

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