Giulio Albanese

Africana

Non dimentichiamo la Costa d’Avorio

17 Novembre Nov 2011 0015 16 novembre 2011
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In Costa d’Avorio le cose non vanno bene come vorrebbero far credere i francesi. Le testimonianze che ricevo da questo Paese confermano una convinzione che ho sempre avuto in questi mesi. La vittoria militare del presidente Alassane Dramane Ouattara – sostenuto spudoratamente da Parigi e dalle Nazioni Unite – non ha sortito gli effetti agognati dalla popolazione civile. Da una parte, vi è una moltitudine di poveri, dall’altra si acuiscono quotidianamente le divisioni sociali. La disoccupazione è alle stelle e il commercio, soprattutto quello del cacao - di cui la Costa d’Avorio era il primo esportatore africano - stenta a riprendersi. Una cosa è certa: i seguaci dell’ex presidente Laurent Gbagbo, ora agli arresti in una località segreta, sono emarginati dalla nuova classe dirigente e sottoposti spesso a vessazioni. Chi scrive ha sempre sostenuto che sarebbe stato fuorviante dividere lo scenario ivoriano tra buoni e cattivi, nella convinzione che l’unica strada da perseguire in Costa d’Avorio era l’istituzione di una commissione “super partes” come quella sudafricana, denominata “Truth and Reconciliation”. Ma finora Ouattara, duole doverlo scrivere, ha fatto orecchi da mercante. Nel frattempo, in molte zone del Paese l’insicurezza regna sovrana, non foss’altro perché sono ancora numerosissimi i gruppi armati difficili da disarmare anche per il governo. Come se non bastasse, in due mesi e mezzo, circa quaranta chiese e case di religiosi sono state attaccate nella capitale economica Abidjan da banditi armati a scopo di rapina. È quanto ha denunciato attraverso l’agenzia Fides padre Augustin Obrou, responsabile dell’Ufficio comunicazioni per l’arcidiocesi di Abidjan. “È vero che dopo la fine della guerra civile c’è ancora un’impressionante insicurezza generale – ha continuato padre Obrou – ma il fatto che un così gran numero di luoghi di culto cattolici siano stati attaccati in così poco tempo lascia adito a sospettare che vi siano anche altre motivazioni oltre alla semplice rapina”. Secondo il sacerdote, non è ancora chiaro se dietro alle violenze ci siano motivazioni di carattere politico o confessionale, ma gli attacchi, che da agosto continuano tuttora in varie parti di Abidjan, sono la prova di un generale malcontento popolare. Che tristezza!