Giulio Albanese

Africana

Ebola non è una fatalità...

8 Settembre Set 2012 1222 08 settembre 2012
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Ebola, una parola quasi impronunciabile, che evoca morte e distruzione. Eppure, contrariamente a quello che si pensa, non si tratta di una semplice fatalità del destino. Siamo, piuttosto, di fronte a un fenomeno epidemiologico, certamente grave, ma anche sintomatico della terribile mancanza di risorse, soprattutto economiche, ma anche sociali, culturali e professionali di molti Paesi africani. “È stato dimostrato” – mi ha spiegato un caro vecchio amico,  il dottor Gianfranco Morino, fondatore di World Friends, un’organizzazione umanitaria che da anni opera a Nairobi (Kenya)  - “che il termine ‘medicina tropicale’ molte volte maschera quella che invece sarebbe giusto chiamare medicina del sottosviluppo, del mancato sviluppo, o ancora, meno eufemisticamente, medicina della povertà. Infatti, il tragico stato di salute delle popolazioni della fascia tropicale è sintomatica non sempre di fattori climatici dove determinate patologie si manifestano, ma del fatto che questi Paesi sono soprattutto caratterizzati da una terribile mancanza di risorse.” Un diritto negato, dunque, quello della salute, che esige un maggiore impegno a livello locale, ma più in generale su scala planetaria. Sta di fatto che  le cicliche epidemie di Ebola che colpiscono l’Africa, costituiscono un serio problema per i governi locali.  Basti pensare che, nel corso degli ultimi due mesi, sono stati segnalati due focolai:  il primo, a luglio, nel distretto di Kibaale (Uganda occidentale), il secondo, ad agosto, nel distretto di Haute Uelé (settore nordorientale della Repubblica Democratica del Congo).  Mentre scrivo queste considerazioni, sembra che il focolaio ugandese sia finalmente sottocontrollo, in quanto  l’ultimo caso confermato è stato segnalato il 4 agosto.  Però,  perché  la zona possa dirsi fuori pericolo,  devono trascorrere 42 giorni senza che vengano registrati altri contagi.  Per inciso, chi scrive, lo scorso 3 agosto, al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Entebbe  - a pochissima distanza dal “Uganda Virus Research Institute” (UVRI) dove vengono svolte le analisi di laboratorio sui campioni di sangue dei pazienti presumibilmente affetti da Ebola - non ha trovato alcun ufficiale sanitario che informasse i passeggeri dell’epidemia in corso nel Paese. Comunque, come se non bastasse, nel frattempo è esplosa un’altra epidemia di Ebola nel vicino ex Zaire. Se,  da una parte,  è stato dimostrato che non esiste alcun collegamento tra il ceppo ugandese e quello congolese – trattandosi di due distinti sottotipi del virus – dall’altra,  i misteri che avvolgono  questa terribile malattia  sono molti. Anzitutto perché, nonostante le ricerche effettuate in questi anni, non è ancora chiaro quale sia il vettore di trasmissione. Si sa per certo che la grave  febbre emorragica, spesso fatale per l’uomo,  ma anche per e i primati, non è mortale per i pipistrelli e ciò fa ritenere che questi mammiferi abbiano un ruolo chiave nel mantenimento dell’infezione. A differenza però del virus Hiv, i tempi d’incubazione possono andare dai 2 ai 21 giorni (in media una settimana), a cui fanno seguito manifestazioni cliniche come febbre, astenia profonda, cefalea, artralgie e mialgie,vomito e diarrea. Ciò rafforza l’idea che il virus si trasmetta per contatto diretto localizzato, rendendo meno probabile la trasmissione attraverso le frontiere. Ma attenzione, queste valutazioni non devono indurre a sottovalutare il fenomeno epidemiologico.  Anzitutto,  è difficile monitorare efficacemente territori dove la mancanza di presidi sanitari efficienti e di infrastrutture di trasporto, unitamente alla diffusa insicurezza per ragioni belliche, rendono spesso gli interventi tardivi. Basti pensare che ai primi di agosto, a distanza di circa un mese dal primo decesso nel distretto ugandese di Kibaale, il  capo della locale unità di crisi anti-Ebola, Steven Byaruhanga, ha dichiarato al Daily Monitor di Kampala che, a distanza di un mese dal primo decesso avvenuto al Kagadi Hospital nel distretto di Kibaale, “gli inceneritori non ci sono, l’elettricità va e viene, le pompe dell’acqua non funzionano, il sistema fognario è in condizioni penose e il cibo scarseggia”. C’è voluto l’intervento del Centre of Disease Control (CDC) di Atlanta perché da quelle parti giungessero finalmente i primi aiuti, in particolare le agognate tute per consentire ai soccorritori di intervenire evitando il contagio. Oltre a ciò, riuscire a spiegare  a popolazioni con alto tasso di analfabetismo che i morti non vanno lavati prima del seppellimento, esige uno sforzo comunicativo, spesso disatteso. Emblematica, a questo riguardo, la dichiarazione di Ignatius Besisira, parlamentare che rappresenta Buyaga East County nel distretto ugandese di Kibaale, secondo cui inizialmente, nonostante la sintomatologia nei primi pazienti fosse di per se stessa allarmante, “la gente era convinta che si trattasse di un atto di stregoneria”. E potrebbe essere anche vero se, come recita la saggezza popolare di quelle terre prossime all’Equatore,”la peggiore stregoneria è l’indifferenza”. Per correttezza,  è bene rammentare che il nome “Ebola” deriva da un fiume della Repubblica Democratica del Congo, presso il quale nel 1976 si verificò il più fatale dei  primi focolai epidemici, caratterizzato da un elevato tasso di mortalità (90%). D’allora, sono state riscontrate in Africa numerose nuove epidemie e casi sporadici, con tasso di mortalità variabile. Attualmente, si conoscono cinque diversi sottotipi del virus: Zaire, Sudan, Ivory Coast, Bundibugyo e Reston; ciascuno con una diversa diffusione geografica. I primi quattro sono patogeni per l’uomo e hanno provocato epidemie in Africa. Invece, il sottotipo Reston, isolato per la prima volta a Reston, in Virginia (Usa), in macachi provenienti dalle Filippine, è responsabile di malattia nei primati, mentre nell’uomo provoca una forma asintomatica. L’infezione si trasmette per contagio interumano attraverso il contatto con sangue e altri fluidi biologici infetti. Una cosa è certa: per quanto, dal punto di vista scientifico Ebola rappresenti ancora una sfida per i ricercatori, il vero problema è che i governi locali fanno orecchie da mercante. Mi spiego meglio: per quanto essi possano fare riferimento, quando scatta l’emergenza, su organizzazioni straniere qualificate come la statunitense Cdc o  i coraggiosi Medici Senza Frontiere (Msf), sottovalutano il diritto alla salute di cui sopra. Nelle loro agende politiche, i malanni della gente sono l’ultimo dei problemi. In effetti, il presidente ugandese Yoweri Museveni, come anche il suo omologo congolese Joseph Kabila,  pur disponendo d’ingenti risorse finanziarie, peraltro amministrate secondo logiche nepotistiche, temono che l’incentivazione dei servizi sociali aumenti quella domanda di democrazia che potrebbe mettere a repentaglio le loro leadership. Ebola, paradossalmente, serve anche a questo.