Giulio Albanese

Africana

Etiopia-Egitto: la guerra dell’oro blu

15 Giugno Giu 2013 2012 15 giugno 2013
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È mio desiderio, condividere, con i lettori di questo Blog, alcune considerazioni che ho espresso, nei giorni scorsi, in un articolo pubblicato su Avvenire. Nell’immaginario nostrano solitamente una diga è una struttura architettonica e ingegneristica concepita per separare le acque di un fiume. Ebbene, in Africa, una di queste prodigiose opere dell’ingegno umano sta contrapponendo due Paesi bagnati dal fiume Nilo: Egitto ed Etiopia. D’altronde, era inevitabile che scoppiasse una lite in grande stile da quando, il 28 maggio scorso, il governo di Addis Abeba ha deviato un tratto del Nilo Azzurro per realizzare la diga “Grand Renaissance”, un progetto da 4,7 miliardi di dollari a cui, peraltro, partecipa l’azienda italiana “Salini Costruttori”. Si tratta dell’ennesimo segnale allarmante che proviene dallo scacchiere geopolitico del Nilo, un bacino che interessa, oltre all’Egitto e all’Etiopia, Sudan, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Già da alcuni anni, infatti, a fasi alterne, si sta progressivamente riacuendo il confronto tra i vari Paesi per il controllo e la gestione delle acque del grande fiume. Urge, dunque, la definizione di un nuovo trattato (quelli del 1929 e del 1959 sono datati), in relazione al crescente fabbisogno di energia a livello continentale e delle popolazioni dedite all’allevamento del bestiame e all’agricoltura. A ciò si aggiunga il sospetto da parte dei Paesi arabi che il braccio di ferro tra il Cairo e Addis Abeba celi una congiura internazionale tesa a minare il controllo egiziano del Nilo, a scapito anche del regime sudanese (che comunque, è bene precisarlo, pare abbia dato il proprio assenso alla diga). E dire che già nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, affermava: “Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua”. La posta in gioco è alta se si considera che per l’Etiopia la diga rappresenterebbe un’occasione di riscatto per uscire dalle ultime posizioni dell’indice dello sviluppo umano. Si tratta, in effetti, di un progetto in grado di alimentare un’enorme centrale idroelettrica capace di produrre, a regime, una quantità di energia superiore tre volte a quella utilizzata attualmente in Etiopia. A pagarne le conseguenze, però, è, innanzitutto, l’Egitto in quanto lo sbarramento causerebbe una diminuzione rilevante della portata del Nilo, cioè del volume d’acqua che passa attraverso la sezione trasversale del grande fiume. Col risultato che potrebbe verificarsi una flessione notevole della produzione agricola, determinando una instabilità sociale e politica da non sottovalutare. Da rilevare, inoltre, che, per quanto Addis Abeba abbia garantito che le risorse idriche non verranno sottratte al corso naturale del Nilo – quasi a dire “tanta acqua entrerà nella centrale elettrica, tanta ne uscirà” – dall’altra, rimane aperta la questione dello sconvolgimento dell’ecosistema. Considerando che potrebbero volerci degli anni per il riempimento della diga, l’intera operazione potrebbe determinare un disordine non solo a valle, ma anche generare effetti negativi su tutte le popolazioni che vivono a ridosso del grande fiume. La situazione è grave, non foss’altro perché il presidente egiziano Mohamed Morsi, rivendicando la sovranità sulle acque del Nilo, ha dichiarato di non escludere “nessuna opzione” pur di tutelare il fiume. Per il momento, è forse prematuro parlare di una possibile guerra tra i due Paesi, perché i rispettivi governi sono alle prese, in casa propria, con problemi economici e di spesa pubblica non indifferenti. Una cosa è certa: qualora l’opera fosse realizzata, potrebbe generare per la vendita di energia da parte dell’Etiopia un introito di tutto rispetto : 770 milioni di euro l’anno. È per questo motivo che, essendo il Nilo un bene comune, l’Unione Africana dovrebbe farsi promotrice di un’intesa regionale, coinvolgendo l’intera comunità dei Paesi nilotici Lo sviluppo economico, è bene rammentarlo, non può prescindere dal benessere e dalla qualità della vita dei diretti interessati, le popolazioni locali.