Giulio Albanese

Africana

La vergogna degli Epa

20 Gennaio Gen 2014 2313 20 gennaio 2014
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Da oltre un decennio, si stanno evidenziando delle forti tensioni tra Europa e Africa che riguardano le regole commerciali tra i due continenti. Si tratta di un tema rovente, già trattato, almeno in parte, su questo Blog. L’oggetto del contenzioso è rappresentato dagli Epa (Economic Partnership Agreements; in italiano Accordi di Partenariato Economico). Un’iniziativa che vede coinvolta l’Unione Europea (Ue) con 77 Paesi in via di sviluppo, riuniti nel cartello Acp (Africa, Caraibi e Pacifico), molti dei quali ex colonie europee. Sta di fatto che il 21 Marzo dello scorso anno, il Comitato per il Commercio Internazionale del Parlamento Europeo ha fissato la data del 1 ° ottobre 2014 come termine ultimo per il completamento delle trattative. Questo riflette l’esito del processo di dialogo trilaterale tra la Commissione europea, il Consiglio europeo e il Parlamento europeo, istituito per raggiungere un consenso sulla data limite per il completamento dei negoziati Epa. La Ue vuole concludere in fretta, vista l’importanza strategica dell’accordo, soprattutto per il rincaro delle materie prime che fanno gola alle potenze emergenti (Brics), in particolare la Cina, l’India e il Brasile che hanno forti interessi in Africa; ma recentemente anche la Russia. A partire dalla metà degli anni ‘70, grazie alla Convenzione di Lomé, i prodotti dei Paesi Acp, prevalentemente materie prime, potevano essere esportati nei mercati europei senza essere sottoposti ad alcuna forma di tassazione all’entrata; questa regola non valeva invece per i prodotti europei esportati nei Paesi Acp che dovevano al contrario sottostare ad un regime fiscale di tipo protezionistico. L’intesa di Lomé, è bene rammentarlo, avvenne proprio quando l’attenzione della comunità internazionale era concentrata sulla creazione di un nuovo ordine economico mondiale che avrebbe consentito ai Paesi poveri di debellare la piaga del sottosviluppo. L’Europa ora chiede ai Paesi Acp di eliminare tutte le barriere all’insegna del libero scambio, come richiesto dalle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), con l’idea che così sarà possibile incentivare la crescita economica dei Paesi in via di sviluppo e contribuire allo sradicamento della povertà. Come era prevedibile, soprattutto i Paesi africani, hanno contestato duramente questo indirizzo. La motivazione è rintracciabile nella convinzione che gli Epa, con il ribasso progressivo delle tariffe doganali all’importazione dei prodotti europei, vadano a provocare un danno irreversibile alle già precarie economie nazionali africane, già duramente provate dalla crisi finanziaria mondiale. Gli europei, da parte loro, hanno l’urgenza di concludere gli Epa in tempi rapidi, vista l’importanza strategica del negoziato, soprattutto per i rincari delle materie prime. Prodotti questi che, com’è noto, lievitano di giorno in giorno, di pari passo alla corsa da parte soprattutto di Cina, India e Brasile per accaparrarsi le risorse strategiche del continente africano. L’Europa inoltre è convinta che la firma di un accordo sugli Epa aprirebbe nuove aree di commercializzazione per i propri prodotti, ma anche per gli investimenti e i servizi, ovvero un’ottima possibilità per l’ampliamento dei mercati del vecchio continente. Se da una parte è vero che la Ue si attesta al primo posto nelle sovvenzioni economiche all’Africa – circa il 52% dell’ammontare ufficiale degli aiuti allo sviluppo per il continente – dall’altra i governi africani continuano a ripetere alle autorità di Bruxelles che i proventi dei dazi doganali costituiscono una gran fetta del proprio Prodotto interno lordo (Pil) e la loro eliminazione causerebbe enormi perdite economiche. Soprattutto è difficile pensare che i prodotti africani, in particolare quelli finiti, possano competere internazionalmente con le merci provenienti dalla Ue o da altri Paesi industrializzati. Insomma, mentre i vantaggi per l’Europa sono evidentissimi, in termini ad esempio di “privatizzazioni”, se l’Africa dovesse accettare gli Epa si troverebbe costretta a competere commercialmente contri i giganti dell’economia mondiale senza avere i denari e gli strumenti per misurarsi con gli avversari. La strategia Epa della Ue è basata sul divide et impera . Infatti Bruxelles ha diviso i Paesi Acp in sei grandi aree geografiche per firmare altrettanti accordi: Comunità dei Caraibi (Cariforum), Africa Centrale, Comunità dell’Africa Orientale (Eac) e Corno d’Africa, Africa Occidentale, Comunità di sviluppo dell’Africa Australe (Sadc) e infine i Paesi del Pacifico. Al momento, la Ue ha firmato un accordo definitivo solo con i quindici Stati dei Caraibi. Le altre aree si sono rifiutate di firmare in blocco. E la Ue, allora, ha pensato bene di costringere alcuni Paesi a firmare degli “Epa provvisori” . Finora sono 21 quelli che, per così dire, si sono sottomessi. In questo clima di forte tensione, il Coordinamento per i Negoziati Epa, promosso dall’Unione Africana (Ua) , ha invitato a soprassedere, non firmando gli accordi Epa, in attesa del vertice Africa-Ue, in programma il prossimo aprile. Una cosa è certa: siamo ancora anni luce distanti dalla dimensione dialogica tra Europa e Africa auspicata dal poeta senegalese Léopold Sédar Senghor, quella dell’incontro solidale, dell’appuntamento del “dare e del ricevere” rendendo i rapporti tra i due continenti davvero paritari.