Giulio Albanese

Africana

Un Mare di Giada

24 Marzo Mar 2014 1303 24 marzo 2014
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Viaggiando nell’Africa Orientale, la parte del continente che conosco meglio, si viene letteralmente travolti dalla natura fatta di paesaggi paradisiaci, un impatto che contrasta con le grandi città dove l’urbanizzazione ha costretto la gente, soprattutto i ceti meno abbienti, ad indicibili sacrifici. Credo che un po’ tutti in Europa o negli Stati Uniti abbiano visto in televisione, almeno una volta, i documentari della BBC o del “National Geographic Channel”. Per quanto possa trattarsi di produzioni artistiche di tutto rispetto, quelle immagini riescono a rendere un infinitesimo rispetto alla realtà africana che appare distante anni luce dall’immaginario occidentale. Prendiamo, ad esempio, il Kenya Settentrionale, dove, nel lontano 1883, i colonizzatori europei scoprirono il lago Turkana, battezzato lago Rodolfo, “un mare di giada”, color verde intenso, la cui bellezza fa impazzire ancora oggi la vista di qualsiasi viaggiatore. Proviamo insieme a leggere il racconto che Von Höhnel fece di quell’impresa: “Ad ogni passo lo scenario diventava sempre più cupo e completamente desertico. Scoscesi pendii rocciosi si alternavano a gole cosparse di detriti. Questa accecante monotonia continuò fino alle due. Ci aspettavamo ormai di imbatterci solo in qualche piccola e fangosa pozza d'acqua verde, con la quale estinguere la nostra sete quando, salendo un declivio moderato, un enorme e stupendo panorama improvvisamente si aprì davanti a noi. Tale fu la nostra emozione che pensammo che la cosa fosse una mera fantasmagoria. Andando ancora più in alto, gradualmente un picco isolato si erse intorno a noi, con dolci e simmetrici contorni da ogni lato. Era un vulcano. Ad oriente della montagna la terra era uniformemente piatta, una pianura d'oro accesa dal sole. Sempre più ad est la base del vulcano sembrava uscire da una profondità senza fondo, un vuoto che nell'insieme rappresentò un mistero per noi. Ci sbrigammo il più possibile a giungere fino alla sommità della cresta, quando davanti ai nostri occhi stupefatti si affacciò un intero nuovo mondo. Il vuoto, quasi per magia, si riempì di montagne pittoresche dagli aspri dirupi, un guazzabuglio di gole e valli, che si chiudevano da ogni lato a formare una cornice per un lago dalla superficie blu scura, che si estendeva ben al di là del nostro sguardo. Per molto tempo, ammutoliti e deliziati, lo fissammo. Ammaliati dalla bellezza della scena che era davanti a noi…Pieni di entusiasmo e grati per l'interesse dimostrato per i nostri piani dalla Sua Altezza Reale e Imperiale, il Principe Rodolfo d'Austria, il Conte Teleki battezzò la distesa d'acqua, incastonata come una perla di grande valore nel meraviglioso scenario che avevamo di fronte, Lago Rodolfo” (Von Höhnel, The Discovery of Lakes Rudolf and Stefanie, 1894).

Da questo resoconto si evince davvero che cosa potesse essere il “Paradiso terrestre”, una regione rimasta fuori del tempo, dove è possibile ancora oggi ripercorrere il cammino dell’umanità. Arrivarci significa partire da Nairobi, capitale del Kenya, risalendo la grande frattura della crosta terrestre denominata “Rift Valley”, lungo la quale i nostri antenati hanno lasciato innumerevoli tracce, fino a Koobi Fora, dove continuano in maniera intensa gli studi antropologici. Colpi d’occhio formidabili su un arcobaleno di colori e una natura inaspettata e affascinante: la “Samburu Game Riserve” con i suoi campi fissi sulle rive del fiume, l’impervia foresta di Marsabit, l’atmosfera perfetta del Lago Paradiso e di una vita animale assolutamente non turbata dall’uomo. E poi grandiosa la vista del lago Turkana, superficie palpitante su una distesa di lava. E allora si capisce perché di fronte a questa Africa così seducente Karen Blixen scrisse nel suo diario, durante i suoi innumerevoli safari: “Il respiro del panorama era immenso. Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema…”. Una visione romantica, ma che forse, paradossalmente, non riusciva a cogliere la vera ricchezza del continente: i suoi popoli. Non parliamo qui solo delle grandi etnie africane, ma anche di quell’esiguo numero di popolazioni le quali, favorite dall’isolamento, conservano ancora immutate nel tempo un’esistenza regolata da leggi primordiali. Il bestiame rappresenta tutta la loro ricchezza e si cibano di latte e sangue che viene estratto dalle giugulari dei bovini, e solo raramente della loro carne. Ma è proprio in questo sradicamento dal contesto globale, una sorta d’inesorabile destino rende il loro spazio fisico-temporale circoscritto e paradossalmente infinito, facendoli sentire immortali, padroni della loro esistenza. E in effetti, proprio l’esistenza di queste popolazioni che hanno mantenuto la loro identità e libertà, rimanda ad un connettivo sociale, in apparenza molto fragile, ma in realtà estremamente radicato, essendosi formato in condizioni di assoluto disagio in un territorio ostile. Ecco che allora, per quanto il progresso umano rappresenti per questa gente un’occasione di riscatto, esse meritano rispetto, rivendicando una dignità che l’uomo tecnologico ha tristemente smarrito. Parafrasando un profondo conoscitore dell’universo Afro, il congolese Jean Leonard Touadi, dovremmo trovare il coraggio di mettere le cose “nero su bianco”. L’espressione è una delle poche, nella nostra lingua, dove il termine “nero” assume una valenza positiva. Sì, il nero della pelle che si contrappone alle miriadi di colori di un continente in cui la luce viene sprigionata ovunque, dal cielo e dalla terra, ma soprattutto dalle culture che hanno davvero tanto da insegnare all’uomo bianco, arrogante campione della recessione, non solo economica, ma soprattutto antropologica, indigeno dell’era digitale. Varrebbe la pena, dunque, in tempo di crisi, affrancare il pregiudizio rispetto all’alterità, cercando di cogliere tutto il bene che c’è negli altri.