Giulio Albanese

Africana

Nigeria: continua a scorrere sangue innocente

7 Maggio Mag 2014 2257 07 maggio 2014
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In Nigeria, è il caso di dirlo, di male in peggio. Oggi, è stato ufficializzato il numero delle vittime, stimato inizialmente al ribasso, causate da un attacco dei jihadisti di Boko Haram nella cittadina di Gamborou Ngala, nel tormentato Stato del Borno: si parla di almeno 300 morti e decine di case e negozi distrutti. Le testimonianze sono agghiaccianti: “hanno attaccato durante le notte, mentre la gente dormiva. Quasi tutte le case della città sono state distrutte e rase al suolo” ha raccontato un dei superstiti. La situazione è a dir poco imbarazzante per il governo di Abuja e viene spontaneo chiedersi in che modo sarà mai possibile sconfiggere i terroristi islamici. La cronaca di questi giorni indica che l’insicurezza regna suprema nel nordorientale del Paese, ma la situazione è tesa anche più a meridione, ben oltre lo Stato centrale del Plateu. Per non parlare del vicino Camerun, dove, il mese scorso, sono stati sequestrati due missionari fidei donum italiani insieme ad una suora canadese. Al grido di “Allah Akbar”, “Dio è grande” questi scellerati, ultimamente hanno preso grande dimestichezza nel rapire giovani donne, addirittura adolescenti, con l’intento dichiarato di venderle negli Stati confinanti, come schiave o concubine, alla cifra irrisoria di 12 euro. In questo modo vorrebbero seminare il panico tra coloro, cristiani e musulmani, che intendono far studiare le proprie figlie, in contrasto con la sharìa (la legge islamica). Nel frattempo, i Boko Haram, continuano a ricevere aiuti militari dal Camerun, Ciad e Niger, a riprova dell’esistenza di legami con organizzazioni quali al Qaida nel Maghreb islamico, come peraltro ben documentato da oltre tre anni dall’intelligence nigeriana. Sta di fatto che l’accresciuta attività dei Boko Haram va anche inserita nel contesto dei fragili equilibri politici e sociali della Nigeria. Il loro obiettivo, infatti, è quello di destabilizzare l’intera nazione, strumentalizzando la religione per fini eversivi.

Letteralmente, “Boko” vuol dire “falso, menzognero” mentre “Haram” in arabo significa "peccato, crimine”. Il nome ufficiale della formazione in realtà è “Jamà atu Ahlis Sunna Lidda’ awati wal-Jihad”, che in lingua araba vuol dire “Gente dedita alla diffusione degli insegnamenti del Profeta e al Jihad”. La maggioranza di coloro che militano nel movimento è priva d’istruzione anche se i loro finanziatori sono benestanti. A parte un coinvolgimento del salafismo saudita, lo stesso che ha foraggiato alacremente al-Qaeda, vi sarebbero, come vedremo più avanti, complicità interne al “sistema Paese”, sia nelle forze armate nigeriane sia anche nel Parlamento federale. Tutto ciò, avviene in un Paese, la Nigeria, che galleggia sul petrolio, con oltre 250 gruppi etnici, ma in cui l’unico vero collante, a parte i confini geografici, è rappresentato da un ordinamento costituzionale di tipo federale, che dall’indipendenza ad oggi è passato ripetutamente dalla gestione civile a quella militare. La frammentazione interna alla società nigeriana ha fatto sì che si affermassero col tempo oligarchie in forte competizione. Ciò ha determinato una gestione clientelare delle risorse di oro nero e acuito a dismisura la povertà della maggioranza della popolazione. Questo concretamente significa che il 60% dei nigeriani sopravvive con due dollari al giorno. E dire che questo Paese ha riserve petrolifere stimate in 36 miliardi di barili, mentre per il gas si parla di 5.200 miliardi di metri cubi. A garantirne lo sfruttamento di tale ricchezza sono le compagnie petrolifere straniere che beneficiano di contratti estremamente vantaggiosi. Eppure, i proventi dell’oro nero quasi mai sono stati utilizzati, dai vari governi che si sono succeduti al potere, per il benessere della popolazione autoctona. Col risultato che soprattutto le regioni settentrionali sono state fortemente penalizzate dall’esclusione sociale. A tale proposito, è bene rammentare che i Boko Haram sono nati proprio a Maiduguri, capitale del già citato Stato di Borno, per iniziativa dell’imam Ustaz Mohammed Yusuf nel 2002 con l’idea di instaurare la sharìa, grazie all’appoggio dell’ex governatore Ali Modu Sheriff. Animato da un fanatismo religioso, fortemente intollerante nei confronti del governo centrale di Abuja, Yusuf diede vita ad un complesso religioso che comprendeva una moschea ed una scuola, dove le famiglie appartenenti ai ceti meno abbienti di fede islamica potessero iscrivere i propri figli. La setta comunque, fin dalle origini, venne concepita in funzione antioccidentale, anche se rimase nell’ombra fino al 2009, quando diede il via a una serie di attacchi diretti principalmente contro obiettivi governativi e in particolare nei confronti della polizia locale. L’arresto di Yusuf, morto in prigione in circostanze misteriose, ha di fatto lasciato spazio a una forte segmentazione del movimento in varie cellule. Col tempo, però si è affermata la componente estremista, responsabile del sempre più sistematico ricorso alla violenza. Ma per comprendere i tratti fisiognomici del movimento eversivo, vi sono due ricercatori che hanno fornito delle utilissime indicazioni. Secondo Eric Guttschuss, ricercatore di Human Rights Watch, che ha raccolto numerose testimonianze tra alcuni ex adepti di Yusuf, quest’ultimo riusciva ad adescare con successo giovani seguaci tra i disoccupati “parlando loro male della polizia e della corruzione politica”. Abdulkarim Mohammed, un altro autorevole studioso di Boko Haram, ritiene, comunque, che le insurrezioni violente in Nigeria siano dovute “alla frustrazione per la corruzione e al malessere sociale sulla povertà e la disoccupazione”. Non sorprende allora sapere che un portavoce di Boko Haram abbia dichiarato nel 2012 che Ibrahim Shekarau e Isa Yuguda, ambedue musulmani, rispettivamente governatore dello Stato di Kano e governatore di Bauchi, abbiano entrambi pagato mensilmente il gruppo terroristico.

Com’è noto, i Boko Haram vorrebbero imporre la sharìa a tutta la Repubblica Federale, che finora ha goduto di una costituzione garante della laicità delle istituzioni politiche. Il problema di fondo è che la legge islamica è già stata introdotta nella Nigeria settentrionale ben 14 anni fa, in flagrante violazione del dettato costituzionale. Si trattò, a detta di autorevoli osservatori, di una debolezza dell’allora presidente Olusegun Obasanjo (cristiano), sul quale pesa la responsabilità storica di aver ceduto alle pressioni dei poteri forti che intendevano minare la stabilità nazionale. In questi anni, l’episcopato cattolico ha fortemente criticato la decisione di Obasanjo, ricordando che nel Corano non v’è traccia di sharìa. È menzionata invece nella Sunna, ovvero la tradizione del profeta Mohammed, da cui molti giureconsulti conservatori attingono, prendendola alla lettera. In questo contesto, comunque, alla contrapposizione tra il Nord musulmano ed il Sud cristiano, si aggiunge la lotta per il potere su base etnico-regionale. Ecco perché le vere ragioni dell’accresciuta attività del movimento vanno rintracciate nei rapporti che in questi anni i suoi componenti hanno stretto con politici altolocati e membri delle forze armate appartenenti alle etnie del Nord, interessati alla radicalizzazione della violenza al fine di destabilizzare il Paese. A questo punto viene spontaneo chiedersi in che modo sarà mai possibile sconfiggere questi sobillatori islamici. Da alcune settimane, lo stato maggiore nigeriano ha avviato, oltre ai rastrellamenti a tappeto da parte delle forze speciali, una serie di bombardamenti aerei a tappeto per snidare gli estremisti nella foresta Sambisa, lungo il confine con il Camerun. Purtroppo i risultati lasciano molto a desiderare, col risultato che si verificano episodi, come il sequestro di oltre 200 ragazze, avvenuto il 14 aprile scorso nella scuola Chibok. In questi mesi, l’attuale presidente, Goodluck Jonathan, ha tentato ripetutamente di fare piazza pulita di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno fallito nella lotta contro l’estremismo islamico e la corruzione dilagante nelle istituzioni. Dopo aver silurato in gennaio i vertici delle forze armate e nominato 12 ministri in sostituzione di quelli da lui giudicati inefficienti, ha addirittura licenziato, a febbraio, il suo capo di gabinetto, Mike Oghiadomhe, altro tassello di una serie di cambiamenti nei vertice del Paese. I detrattori del presidente lo accusano di essersi accorto troppo tardi delle inadempienze dei suoi collaboratori, poco importa se politici o militari, non foss’altro perché non è ancora riuscito a sconfiggere i terroristi. D’altronde, il fenomeno dei Boko Haram, parafrasando un proverbio africano, è come “quel serpente che ha già posto le sue uova nel nido delle aquile”.