Giulio Albanese

Africana

Nord Kivu: la guerra continua

30 Dicembre Dic 2014 1606 30 dicembre 2014
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Il settore orientale della Repubblica Democratica del Congo continua ad essere il teatro di una feroce guerra, purtroppo dimenticata dai media internazionali. La regione è infatti ostaggio di numerosi gruppi armati, sia nazionali che stranieri, tra cui le Forze Democratiche Alleate (Adf), d’origine ugandese, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (Fdlr), di origine ruandese, il Movimento del 23 marzo (M23) e le varie fazioni delle milizie Mai-Mai. Particolarmente drammatica è la situazione nei dintorni della città congolese di Beni, nel Nord Kivu, dove i ribelli dell’Adf, stanno seminando morte e distruzione, decimando la popolazione locale, compiendo sistematicamente raid contro i villaggi della zona e uccidendo, all’arma bianca, intere famiglie. Fonti indipendenti e ben informate, comunque, rilevano che i massacri di Beni vengono compiuti con la complicità di altre formazioni, quali l’ex M23, il Rcd-Kml di Mbusa Nyamwisi e alcuni gruppi Mai-Mai. L’obiettivo sarebbe quello di preparare la via a un nuovo movimento di liberazione in funzione antigovernativa. Dal 17 al 20 dicembre, la società civile congolese, molto attiva nella regione, ha organizzato un forum sociale per il ristabilimento della pace e della sicurezza, cui hanno preso parte rappresentanti di organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani e per lo sviluppo, membri di confessioni religiose, autorità locali e personalità politiche. I partecipanti hanno chiesto al governo congolese di non stare alla finestra a guardare, difendendo il diritto alla vita della stremata popolazione civile, in considerazione del fatto che queste formazioni eversive sono “gradualmente passate da una strategia di offensiva classica a quella intermedia della guerriglia per, infine adottare la strategia del terrorismo”. Alla Comunità Internazionale, invece, è stato chiesto di “aprire un’inchiesta internazionale sui massacri commessi”. Tutto questo avviene in una regione dell’ex Zaire dove sono evidentissimi gli interessi economici legati allo sfruttamento delle immense ricchezze minerarie del sottosuolo.