Giulio Albanese

Africana

Sud Sudan: un Paese allo sfascio

15 Febbraio Feb 2015 1756 15 febbraio 2015
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Peggio di così non poteva andare. Stiamo parlando del Sud Sudan, la più giovane realtà statuale a livello planetario – nata a seguito della consultazione referendaria del gennaio 2011 – ma anche di una terra flagellata da una terribile catastrofe umanitaria, un martirio che si sta consumando in sordina, lontano dai riflettori del sistema mediatico internazionale. Chi scrive ha visitato, in questi giorni, la capitale Juba, incontrando molti missionari/e che vivono a fianco dei poveri, in questa periferia del mondo. Il quadro generale è agghiacciante, basti pensare che sono due milioni e mezzo gli sfollati, in fuga dalla feroce guerra civile esplosa nel dicembre del 2013. Migliaia i profughi, donne, vecchi e bambini, massacrati dalle numerose bande armate. Sta di fatto che secondo le Nazioni Unite, metà degli 8 milioni di abitanti sudsudanesi sono oggi a rischio fame e malattie. Una crisi umanitaria, classificata dalle agenzie umanitarie a “livello 3”, lo stesso, tanto per fare un algido paragone, di quella siriana. Servono derrate alimentari perché tra quattro mesi riprenderanno le piogge e il Paese diventerà impraticabile. I responsabili di questo degrado sono il presidente sudsudanese Salva Kiir e l’ex vice presidente Riek Machar. La tesi prevalente è che il Paese sia sprofondato nel caos per vecchie ruggini tra il primo di etnia denka e il secondo nuer. In effetti, già negli anni Novanta, Machar aveva contestato la leadership dell’allora leader storico dell’Esercito di Liberazione Popolare del Sudan (Spla), John Garang, fondando un movimento scismatico denominato Movimento per l’Indipendenza del sud Sudan (Ssim). Le divergenze, allora, riguardavano l’agenda politica della ribellione che differiva, al suo interno, a seconda dell’appartenenza etnica. Quando, poi, Garang morì in un misterioso incidente – il suo elicottero precipitò nel luglio del 2005, pochi mesi dopo la firma dell’accordo pace di Nairobi – furono in molti a sospettare che vi fosse la longa manus di Machar. Il successore di Garang, l’attuale presidente Kiir, ebbe anch’egli non poche difficoltà nel contenere l’esuberanza di Machar, soprattutto quando si trattò di definire la gestione delle risorse petrolifere nella regione del Great Upper Nile (Gup). Non è un caso se lo Stato di Unity, che occupa gran parte del Gup, sia ora sotto il controllo delle milizie di Machar. D’altronde, quando nel 1983 scoppiò la seconda guerra civile sudanese - detta Anya Nya II - le operazioni dei ribelli dello Spla si concentrarono proprio attorno al bacino petrolifero di Bentiu, 120 chilometri a ovest di Malakal, dove la Chevron aveva realizzato una base operativa. Come se non bastasse, soprattutto nella prima fase della Anya Nya II, i sudisti divennero sospettosi nei confronti di una colossale opera ingegneristica, quella del canale di Jonglei, studiata per bonificare le vaste zone paludose prossime al Nilo, recuperando a fini agricoli l’acqua che andava perduta per l’evaporazione. Così anche il canale divenne uno degli obiettivi della guerriglia sudsudanese. È curioso, pertanto, che questo stesso scenario, con sfumature certamente diverse, si riproponga oggi con conseguenze che potrebbero davvero essere apocalittiche. La mancanza di un dialogo franco tra le parti, dimostra che nessuno dei contendenti ha le carte in regola per considerarsi estraneo al caos in cui è precipitata la giovanissima Repubblica sudsudanese. A questo proposito, mentre il popolo soffre la fame, il governo di Juba ha pensato bene di acquistare armi del valore di 14,5 milioni di dollari dalla Cina. La verità è che le autorità locali, con la loro condotta – maggioranza e opposizione, governativi e ribelli – hanno delegittimato lo stato di diritto. Venerdì scorso, il governo sudsudanese ha rinviato le elezioni di due anni, prolungando il mandato del presidente Kiir, in flagrante violazione del dettato costituzionale. La risoluzione sul rinvio delle elezioni deve essere votata dal parlamento, ma si tratta di una formalità, dato che quasi tutti i parlamentari sono a favore del presidente, perché l’opposizione si è unita alla ribellione di Machar. Le elezioni, secondo la costituzione, si sarebbero dovute tenere prima del 9 luglio (data dell’anniversario dell’indipendenza), ma al momento è davvero impossibile organizzare lo scrutinio a causa della guerra. Secondo il governo, la decisione di rinviare la consultazione elettorale darà la possibilità di portare avanti i negoziati di pace con Machar. Trattative che finora si sono sempre dissolte, quasi fossero bolle di sapone. Kiir e Machar hanno firmato il 2 febbraio scorso l’ennesimo accordo per mettere fine al conflitto che dura da più di 15 mesi. Un’intesa che purtroppo non trova ancora un felice riscontro sul campo, a riprova che manca la volontà politica per passare dalle parole ai fatti.