Massimo Coen Cagli

Benedetti Soldi

Il vecchio vizio della Cultura: cercare fondi senza investire

30 Marzo Mar 2017 0921 30 marzo 2017
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Di recente il Ministero dei Beni culturali ha pubblicato un invito a manifestare interesse per la ricerca di un soggetto a cui affidare il piano di fundraising a favore del Parco Archelogico di Paestum.

Ottimo, potremmo dire: finalmente le istituzioni culturali e i dirigenti di recente nomina stanno muovendo i primi passi verso il fundraising adeguandosi a quelli che sono gli standard di tutte le istituzioni culturali nel mondo. E' sicuramente una fatto positivo.

Ma non c’è da esultare. Almeno non in assoluto.

Il bando offre 10.000 euro a chi, autonomamente dal Parco Archeologico, dalla sua dirigenza e dal suo sistema di relazioni, sarà in grado di trovare donatori in giro per l’Italia e il Mondo e portarli al Parco. Se li troverà verrà riconosciuta una percentuale sulle entrate nella misura del 7% fino ad un massimo di 70.000 euro (pari quindi a 1.000.000 euro raccolti.) Nei 10.000 euro deve essere tutto compreso: viaggi, lavoro delle persone, telefono, ecc....

Siamo alle solite: un soggetto esterno va a cercare donatori in cambio di un premio a percentuale (posto che con 10.000 euro di investimento è difficile pensare che si possa fare una campgna con obiettivo di centinaia di migliaia di euro!). Pratica non solo in parte eticamente scorretta, ma anche sostanzialmente inefficace.

In primo luogo perché il rischio ricade esclusivamente sul fundraiser (ma sarebbe meglio chiamarlo procacciatore di fondi o affarista). Il che vuol dire che se il Parco e la sua offerta culturale non fossero all’altezza delle aspettative dei donatori o commettesse qualche errore nei confronti dei donatori tali da respingere eventuali finanziatori, la colpa e il danno sarebbero solo per il fundraiser.

In secondo luogo perchè nelle istituzioni culturali di tutto il mondo ad occuparsi di fundraising è una struttura interna in genere guidata strategicamente dallo stesso direttore e con un forte coinvolgimento del consiglio di amministrazione e di tutto il personale. Questo perché i donatori vogliono un rapporto diretto con ciò che hanno finanziato soprattutto se si tratta di grandi donatori che intendono operare in partnership e avendo una relazione con i responsabili della organizzazione. Anzi, l’intermediario procacciatore di fondi rappresenta un ostacolo a questo processo.

In terzo luogo la percentuale è eticamente scorretta in quanto assorbe risorse che i donatori in verità vogliono donare alla causa e non alla bella faccia del fundraiser. In tutto il mondo le associazioni di fundraising proclamano e rispettano la regola di non lavorare a percentuale. Anche la nostra associazione italiana Assif.

Ma perché allora si persegue questa vecchia e desueta pratica del procacciatore di fondi che opera a percentuale?

Primo perché non ci si vuole occupare dei soldi, cosa noiosa – almeno in Italia – e imbarazzante in quanto impone di avere un rapporto diretto con gli interlocutori esterni che mettendoci soldi forse vogliono mettere anche il naso in quello che fai.

Secondo perché non si vuole investire – almeno in questo campo, in altri magari sì – secondo la logica che per fare soldi non bisogna spendere soldi. Finchè c’era mamma Stato che finanziava tutto poteva andare bene, ma adesso non funziona pià così. Una azienda fa soldi perchè investe in marketing, Non si capisce perché una istituzione dovrebbe fare soldi senza investire in fundraising.

Terzo perché non si è capito che il fundraising non è una pratica tappabuchi, che si utilizza quando c’è un buco in cassa (mancato finanziamento pubblico) e che quindi ha una logica di corto respiro (mordi e fuggi!). E invece è la strategia di sostenibilità di una causa sociale (nel nostro caso la conservazione e la fruizione di un patrimonio di immenso valore). E quindi merita risorse professionali, idee e progetti lungimiranti.

Singolare il fatto che proprio a Paestum si è tenuto un corso di fundriasing con un bravissimo collega le cui parole evidentemente non sono state comprese a pieno. In una recente intervista il direttore Gabriel Zuchtriegel, rispondendo alla giornalista, afferma:

Ha mai provato a chiedere donazioni per progetti del museo? Quale è stata la reazione?
Estremamente positivo. Abbiamo già donatori interessati a contribuire al rilancio di Paestum, il nostro staff lavora a forze piene ai progetti tecnici.... La riforma di Franceschini ha creato il framework, noi adesso dobbiamo riempirlo di vita. Dobbiamo instaurare un dialogo reciproco con i privati, far vedere che con il loro sostegno possono contribuire in maniera diretta alla crescita culturale ed economica del paese
qui il link alla intervista)

Ma come!: il vostro staff lavora a forze piene (ci sono ben 4 addetti al fundraising nello staff) e avete bisogno di un procacciatore esterno che vi smazza il lavoro di cercare nuovi donatori? E poi non avete affermato che bisogna istaurare un dialogo diretto con i privati? Diretto da chi?

Eccolo il risultato del “dialogo diretto”:

1 anno di campagna art bonus su uno dei beni più conosciuti al mondo e 0 euro raccolti. Nonostante il fatto che ci siano già “donatori interessati a contribuire....”

Caro direttore, mi creda lei ha tutta la mia sincera stima per il fatto che abbia dichiarato di voler occuparsi di fundraising. Anzi, per me è un sogno sentire le sue parole. Il problema è che l’Italia e lo stesso Ministero ha scelto di voler fare fundraising per la cultura ma non sa come si fa. E su questo bisognerebbe fare investimenti strategici, quali formazione, accompagnamento dei istituzioni allo start up, ricerca, promozione internazionale, piuttosto che lanciare bandi “disperati” alla ricerca di procacciatori di fondi. Come si fa in tutti gli altri paesi. Ma si sa: per fare soldi non bisogna investire soldi......